Contratto sociale, Salute, Bene comune

Francesco Domenico Capizzi *

Con la scelta tecnico-organicistica la Medicina ha maturato una concezione oggettiva della malattia legata alla natura della persona e a suoi misteriosi fattori genetici da scandagliare come il sottosuolo, il mare e lo spazio con metodiche che appartengono a geologi, fisici, astronomi ed astronauti. Uno scientismo a tutto tondo che mette in ombra gli stretti legami fra malattie, culture ed organizzazioni sociali. Disconoscerli equivale a scindere le connessioni esistenti fra aereo, forza gravitazionale, la prima avventura transoceanica e Lindberg; triangolo, dimensione spaziale, metodo pitagorico e il suo fondatore siracusano; pianoforte, pensiero musicale romantico, vita e opera di Chopin…
Su questa via acritica l’azione medica viene sospesa nel tempo e nello spazio fra tecnologie e tecniche in continua evoluzione, trasformata in strumento che supera lo scopo, esonerata dalla sua missione ippocratica come le disponibilità del cavallo, della carrozza, dell’automobile e in genere dei mezzi di locomozione esonerano dal camminare e sostanzialmente ne superano la stessa esigenza.
Queste le fondamentali ragioni dell’ingravescente crisi di un arco storico sorto nel periodo positivista, al quale è legata saldamente la Medicina, da cui proviene il suo moderno apparato dottrinario che tende a ridurre la malattia a lesione anatomica di quel punto esatto dell’organismo, a processo fisiopatologico in cui la corporeità viene intesa come aggregazione di organi (gli hommes machines di Julien Offray de la Mettrie, 1748) dai complessi meccanismi fisiologici e atavismi fisio-gnonomici di tipo lombrosiano.
In questo contesto culturale, egemone, al medico spetta il ruolo preminente di terminale di un apparato dirigistico tecno-tecnologico-autocratico a fronte di gruppi sociali che assumono il ruolo cangiante di malati, pazienti, cittadini, utenti, clienti, consumatori.
Chi scrive appartiene al Corpus medicus, alla disciplina Chirurgia generale ovvero alla frazione estrema della Medicina – l’artiglieria medica con teatri, campi, carte topografiche, percorsi, accessi, ispezioni, esplorazioni, mobilizzazioni, strategie, tattiche, demolizioni e ricostruzioni, addestramenti, vittorie e sconfitte – e darebbe risposte consone all’impostazione oggettivista anatomo-diagnostico-terapeutico, su cui sommamente si fonda la Chirurgia, se non avesse approfondito uno scritto di John Hunter, non un sofista ma un grande chirurgo e docente britannico del XVIII secolo che all’esercizio della professione dedicò l’intera vita: per passione e coerenza giunse perfino ad inocularsi del pus davanti agli allievi per sperimentare se sarebbe prevalsa la blenorragia o la sifilide, optando la sua ipotesi per la prima. Si ammalò di entrambe le affezioni, ne guarì spontaneamente e la notizia dell’auto-esperimento fece il giro del Mondo. Nello scritto di Hunter lapidariamente si legge: “La Chirurgia è come un’azione armata che conquista con la forza ciò che una società civilizzata potrebbe ottenere mediante una strategia” (M. Roberts, John Hunter, Med. Press, London 1929).
Una considerazione, antica quanto sconosciuta, che la maturità delle folte esperienze dovrebbe rendere la Medicina più sapienziale per le battaglie perdute, non per carenze deontologiche, tecniche, professionali o per insufficienze della rete sanitaria né per mancanza di nuove imponenti e raffinate tecnologie o di particolari farmaci e vaccini, ma per la scarsità di elementi resi espliciti che convincano le Istituzioni a riformare la Società nel suo modo di essere, organizzarsi, produrre, consumare e progredire in nome del contratto sociale e del bene comune.
E’ opinabile, infatti, ritenere che esistano nessi inscindibili fra attività medica e attenuazione od estinzione di gravi patologie planetarie. La loro eradicazione va soprattutto ricercata nei risanamenti ambientali e nelle migliorate condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni, più a scelte politiche piuttosto che ad azioni mediche: la morbilità e la mortalità da colera, tifo, tubercolosi, malaria, lebbra, parassitosi, scarlattina, difterite, poliomielite, malattia reumatica, scorbuto, pellagra, glossiti, stomatiti, scabbia, parassitosi dell’apparato digerente, pediculosi hanno cominciato a regredire prima ancora che venissero identificati gli agenti patogeni e disponibili quei farmaci capaci di contrastarli. La progressiva scomparsa della tubercolosi in Europa, ad esempio, è da attribuirsi per oltre il 90% al miglioramento delle condizioni di vita e a meno del 10% agli antibiotici (G. Watt, The inverse care law today, «The Lancet», 360, 2002).
Non soltanto l’allontanamento di intere popolazioni da tante condizioni patogene, in cui erano immerse fin dalla nascita, ha ridotto i tassi di malattia, ma anche l’incremento dell’attesa di vita risulta condizionato dal miglioramento generale di nutrizione e situazioni igienico-sanitarie a dir poco precarie, prime fra tutte l’utilizzo di acqua potabile, la salubrità delle abitazioni, il corretto smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi delle città e delle singole abitazioni, la disponibilità di vestiario e di sapone: «bisogna ammettere che le Riforme sociali hanno fatto più che non i progressi della Medicina scientifica» come sostenuto dalla autorevole Rivista medica “The Lancet” nel 2002.
Malattia e salute, in sostanza, sono connessi al contesto socio-politico in cui le persone vivono. Si tratta di interrelazioni intuite già in epoche lontane: Ippocrate affermava che “la democrazia produce cittadini sani, la tirannia, al contrario, sudditi malati”; Platone sosteneva che “un agente esterno rende malato un corpo già debole”; Abu Ali Ibn Abdallah Ibn Sina, detto Avicenna, lasciava il suo principale contributo nel Canone in cui si parla di salute in termini di interazione con le condizioni ambientali; Alfano, della Scuola medica di Salerno, appuntava la sua attenzione sulle origini sociali della malattia; Bernardo Ramazzini, in De morbis artificum diatriba, prototipo della Medicina del lavoro, affermava l’origine igienico-sociale di molteplici malattie; la Rivoluzione francese intendeva abolire la Medicina contrastando l’indigenza; il grande patologo berlinese Rudolf Virchow esortava i medici “a trasformarsi nei migliori avvocati dei poveri” per evitare malattie.
La patogenesi, dunque, segue andamenti definibili riguardo a culture, appartenenze sociali, gruppi etnici, residenze urbane o extra-urbane, varia da un continente all’altro, da una regione all’altra, da una condizione esistenziale ad un’altra. Infatti, nelle società industriali prevalgono le malattie cardiovascolari, immunitarie, da stress, metaboliche, neoplastiche, l’obesità, le affezioni polmonari e renali, le lesioni traumatiche; nelle società sottosviluppate permangono le malattie infettive e disnutrizionali a causa di insufficienze alimentari, igienico-sanitarie, abitative, fognarie, idriche, energetiche e mancanza di terre fertili e di strumenti appropriati.
Di conseguenza queste constatazioni indurrebbero, provocatoriamente, a riclassificare molte malattie per gruppi omogenei di persone e popoli: ricchi, poveri, occupati, disoccupati, lavoratori manuali, intellettuali, europei, africani, occidentali, orientali, abitanti di territori del nord o del sud, di città o borghi, tabagisti, non tabagisti, bevitori, non bevitori, ecc…
Ecco le ragioni che legano il contratto sociale alla difesa della salute come bene comune universale e irrinunciabile. Un compito arduo, quanto nobile, da affidare alla alle istanze sociali, ad ognuno di noi, alle Istituzioni, alla Politica.

* già docente di Chirurgia Generale nell’Università di Bologna e direttore di Chirurgia generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna

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