Il problema è il bambino?

Sullo snodo tra lavoro e maternità vengono avanzate periodicamente varie proposte, ma mi pare che pressoché tutte si basino in definitiva su un unico assunto: il bambino e il legame con esso sono l’ostacolo, il problema, e da essi la madre va liberata il prima possibile, tramite nidi, micronidi, app, banche del tempo tra mamme, baby sitter e ogni altra risorsa idonea.


Forse è il caso di ricordare qualche basilare principio di psicologia dello sviluppo:

  • il bambino è biologicamente strutturato per ricevere cure e accudimento da chi lo ha partorito, quantomeno nei primi mesi e questa figura non è così intercambiabile nelle prime fasi della vita del neonato.
  • Se le vicende dell’accudimento sono sufficientemente stabili e supportive, il bambino sviluppa il cosiddetto attaccamento sicuro, un insieme dei modelli interni di sé e delle relazioni improntate a fiducia e apertura.
  • Sessant’anni di ricerca ci dicono che il bambino con attaccamento sicuro è un bambino più sereno, più autonomo, che in definitiva impegna meno la famiglia e la scuola.
  • Viceversa, il bambino con un attaccamento insicuro, come è assai probabile che sia se viene sballottato tra istituzioni educative e baby-sitter, diventerà un bambino più impegnativo, più dispendioso e difficile.


La direzione delle politiche per la maternità dovrebbe dunque partire da un assunto diverso: il problema non è allontanare il bambino dalla madre ma dare supporto, rete sociale e aiuti alla madre per occuparsi bene in serenamente del suo bambino fin quando egli ne ha un bisogno assoluto e biologico.
Si dovrebbe anche operare nel mondo del lavoro per appianare le difficoltà che anche da quell’ambito gravano sulle neo mamme, ad esempio ampliando ove possibile il telelavoro e il lavoro smart, e organizzando inoltre sostituzioni e compensazioni sul posto di lavoro per concedere un periodo più lungo e rilassato alla maternità. La neo mamma non va lasciata sola né di fronte al neonato né di fronte ai ricatti del lavoro, ma va messa in grado di svolgere bene e con agio il suo ruolo, almeno fin quando lo desidera; la nostra bella civiltà piuttosto si affanna a liberarla del “problema”, il bambino.
Dei diritti del bambino la nostra società parla e straparla, ma riconosce (a fatica) solo i diritti degli adulti, e solo alcuni e non per tutti. Come società noi continuiamo a chiederci come mai i bambini stanno sempre peggio, come mai aumentano esponenzialmente i loro disagi psichici, ma evitiamo di darci risposte per non dover trarre conseguenze che non ci piacciono. Diciamo la verità: non è mai il bambino, il problema. Ma siccome i bimbi non hanno avvocati, né linguaggio, né accesso diretto ai media… finisce che sono loro e soltanto loro, assieme a tutti i più deboli e senza voce, ad essere stritolati nelle contraddizioni del nostro modello di sviluppo. Prendendosi anche la colpa.

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