I tanti coni d’ombra

Autore: Francesco Domenico Capizzi

Nonostante le reiterate raccomandazioni igienico-comportamentali, individuali e comunitarie, e l’interposizione di alcune limitazioni di tipo organizzativo, la decisione del Governo di riaprire le attività commerciali e culturali in quasi tutto il Paese suscita una serie di precipue preoccupazioni di tipo socio-sanitario:

I° – sebbene alcuni parametri epidemiologici stiano registrando minute flessioni della curva epidemica italiana, è necessario osservare che dette variazioni non posseggono una reale significatività sul piano statistico per il carattere casuale, non sistematico, della raccolta-dati basata quasi esclusivamente sul numero dei tamponi effettuati quotidianamente e in assenza di un meccanismo di tracciamento del diffondersi dell’infezione. Sarebbero state opportune verifiche e solide conferme sull’effettivo andamento temporale e qualitativo dei dati, peraltro a fronte di livelli di vaccinazione che ancora si attestano su circa il 20% della popolazione che ha ricevuto soltanto una prima dose;

    b – i dati attuali dal segno blandamente positivo risentono dei recenti confinamenti attuati nelle zone rosse ed arancione: il loro affievolirsi potrebbe produrre notevoli effetti rebound di infezioni e malattie conclamate, si calcola, fra la fine del mese di maggio e gli inizi di giugno. Il rischio concreto incombente è di disperdere quel poco vantaggio acquisito con conseguenze incalcolabili sul piano sociale e dell’organizzazione sanitaria;

    c – l’esplosione epidemica in India avrebbe richiesto una maggiore prudenza “aperturista” a causa delle conseguenze, a livello mondiale, date dalla vastità del Paese orientale, dalla immensità del numero di abitanti e dai continui e rapidi scambi internazionali pregressi ed esistenti che, tardivamente, sono stati limitati con divieti di voli diretti e di triangolazioni elusive. Da aggiungere che i ceppi “indiani” del virus, frutto di mutazioni esaltate dai molteplici e repentini passaggi inter-somatici, ritrovati in Veneto potrebbero rappresentare la punta di un vasto iceberg diffuso in assenza di tracciamenti e processi di sequenzialità attivi nel nostro Paese. Intanto stanno sorgendo dubbi sulla reale piena efficacia dei vaccini, adoperati finora, sulla “variante indiana” che, peraltro, è sospettata di possedere una maggiore trasmissibilità deducibile dall’allarmante velocità di diffusione nel Paese. Ma non basta: un caso della variante indiana del Covid-19 è stata scoperta in una persona in transito in un aeroporto elvetico (Adnkronos Salute);

II° – nonostante la percentuale di vaccinati in Italia (al momento del Decreto: 12.85%) risulti analoga a Francia (13.64%), Spagna (12.6%) e Germania (11.98%), il tasso di mortalità nel nostro Paese svetta sopra le altre: nell’ultima settimana sono state registrate, per milione di abitanti, in Italia quasi 7 vittime, in Francia poco più di 4, in Spagna meno di 2, in Germania 1.46. Il tasso di mortalità, pertanto, risulta nel nostro Paese di 4.6 volte maggiore rispetto a quella dei popoli tedeschi, di 3.5 degli spagnoli e di 1.6 dei francesi (fonte: www.ourworldindata.org https://statistichecoronavirus.it/continenti/coronavirus-europa/).

Tanto divario non risiede, pertanto, nella quantità di popolazione vaccinata, ma nei criteri di somministrazione del prodotto: circa il 40% dei vaccinati si trova fra i 20 e i 60 anni, mentre l’87%   
dei decessi riguarda le fasce di età comprese fra i 70 e i 90 anni (fonte: www.governo.it/it/cscovid19/report-vaccini/). Da sottolineare la persistenza di almeno 500.000 infetti accertati mentre sfugge l’effettivo numero dei portatori sani.

È dunque corretto perseguire la norma governativa, ora decisamente affermata e in via di realizzazione, delle priorità vaccinali rivolte in prima istanza alle età attempate e alle persone ad alto rischio per l’esposizione e affette da malattie preesistenti, ma la correzione dei drammatici guasti rilevati finora avrebbe richiesto tempi che superano la data del 26 aprile per attestarsi verosimilmente fra il 16 e il 30 maggio. L’apertura precoce comporta elevati rischi di incrementare i contagi, le mutazioni virali, i ricoveri ospedalieri, il numero di decessi e di reiterare ancor più traumatiche chiusure in prossimità dell’estate.

A proposito, uno studio elaborato dalla Fondazione Bruno Kessler rileva che la permanenza dell’indice RT dell’attuale 0.81 fino al 15 luglio comporterebbe un numero di decessi di 200-300 al giorno, un RT di 1.1 un numero fino a 600, un RT di 1.25 potrebbe raggiungere e superare gli esiti infausti di 1000 al giorno. Si tratta di previsioni di cui tenere conto, non escludibili: la loro realizzazione rischierebbe di riportare l’intera situazione alla brusca caduta nella tragica ripresa dell’epidemia dopo l’estate scorsa. Ne sono esempi recenti i repentini cambi di colore di territori e di intere regioni come Sardegna e Valle d’Aosta;

III° – l’ultimo numero del British Medical Journal riporta uno studio condotto dall’Università di Oxford, in collaborazione con l’Office for National Statistics, che rileva incertezze su qualità, quantità e durata della risposta anticorpale post-vaccinale e dopo infezione da Covid19;

IV° – mentre gli Ospedali sono impegnati quasi per intero, perdurando l’emergenza pandemica, altre malattie e altri interventi diagnostico-terapeutici, pur urgenti e per malattie gravi, sono stati e continuano ad essere rinviati con risultati facilmente immaginabili. Dal marzo 2020 risultano esclusi dalle normali prestazioni sanitarie 35 milioni di persone e il 30% dei fruitori ha dovuto rinunciare agli screening neoplastici, circa 1 milione non ha avuto accesso a prestazioni di day hospital e 600 mila ad interventi chirurgici. Nei fatti i cittadini sono costretti a rincorrere il Servizio sanitario che, con evidenza assoluta, non si trova nelle condizioni di esaudire le necessità di assistenza, diagnosi e cura;

V° – l’attenzione verso i vaccini non crei un cono d’ombra sulla prevenzione primaria delle pandemie virali che trovano origine e forza in squilibri, inquinamenti e sconvolgimenti ambientali a fronte di distrazioni, inadeguatezze e ritardi nell’adozione di misure volte effettivamente e radicalmente a fronteggiarli. Appare d’obbligo sollecitarne l’urgenza perché la pandemia virale attuale “mono-virale” potrebbe ripresentarsi “poli-virale”. Non esistono ragioni scientifiche che possano escludere questa tragica evenienza che coinvolgerebbe l’intero genere umano e il suo stesso futuro.

* Già Direttore della Chirurgia degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna e docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna

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