Presentazione del saggio “La fabbrica della salute e la fabbrica della malattia”, di Francesco Domenico Capizzi, Edizioni Diabasis, 2010

Autore : Adriano Prosperi

Dottore, mi dica la  verità”: queste sono le parole che si dicono al medico. Parole non necessarie, perché sappiamo che il medico ci dirà la verità – quella verità che diciamo di voler conoscere ma che spesso si attende con paura come se fosse una sentenza capitale. Come dircela, starà a lui deciderlo: ma noi ci aspettiamo che le parole giuste gli siano suggerite dalla sua sensibilità, dal suo personale coinvolgimento nella sofferenza di colui che patisce – il paziente – senza per questo deflettere dal dovere suo che è quello di non ingannare mai. Il posto che il medico occupa nella vita delle persone ha una qualità mista di intimità umana e di distacco scientifico che non si ritrova in nessun altro profilo professionale. Dalla persona che nel bianco camice reca quasi un carattere sacro ci attendiamo non solo adeguata competenza scientifica ma anche una speciale familiarità coi segreti del corpo e della psiche: e a coronamento di un tipo ideale di umanità speriamo di trovare rarissime, preziose virtù di delicatezza, discrezione, disponibilità a calarsi nei nostri panni e a farsi carico delle miserie umane. Certo, quella dei medici non è la sola categoria dedita all’aiuto di chi soffre e capace di attraversare le barriere d’ogni genere che estraniano l’essere umano dal rapporto coi suoi simili. In un mondo secolarizzato dove si uccide in nome della religione e dove nuove frontiere sorgono di continuo sulle fondamenta del pregiudizio e dell’aggressività, ci sono molte iniziative di volontariato e di aiuto fraterno. Ma è a quelle dei medici che riconosciamo la capacità di unire immediatamente la volontà di aiutare e la capacità di farlo. Nessun altro sapere pone in equilibrio nel suo motto scienza e coscienza: due parole che spiegano perché davanti al bianco camice dell’uomo di medicina qualcosa ci fermi con un misto di timidezza e di fiducia.

La verità, dunque: non il falso. Eppure tutti sappiamo bene che quella domanda che rivolgiamo al medico è mossa da due sentimenti, il timore e la speranza. Vi si uniscono il bisogno di sapere il vero e il desiderio di essere consolati. Come il burattino Pinocchio, anche noi chiediamo che sia addolcita la medicina quando è troppo amara. E la risposta non poteva mancare: l’offerta di illusioni e di dolci inganni che circonda la vasta area occupata dalla fabbrica della salute è immensa e va incontro in mille modi ai desideri di salute e di lunga vita dei clienti. Desideri in crescita costante da quando si è cominciato a chiedere alla medicina ciò che un tempo si chiedeva alla religione e a proiettare in questo mondo e in questa vita le aspettative di felicità che un tempo erano rinviate a dopo la morte.  Le risposte che la medicina e l’igiene sono state capaci di dare in termini di allungamento della durata della vita e di riduzione o eliminazione delle sofferenze fisiche hanno cambiato il ruolo del medico e hanno fatto crescere a dismisura le istituzioni della salute. E’ accaduto così il mutamento più radicale fra i tanti che hanno investito la società contemporanea: quello che ha fatto sì che della salute collettiva si sia impadronito il potere politico. L’offerta di una medicina preventiva come strumento fondamentale per combattere le cause di malattie e di morte ha suscitato l’interesse del potere fin da quando più di due secoli fa il medico tedesco Johann Peter Frank intuì e descrisse le potenzialità di quella che definì come “polizia medica”. Certo, ci sono ancora grandi differenze tra le culture umane a questo   proposito: ne è testimonianza la durezza della battaglia in corso negli Stati Uniti d’America intorno al piano del presidente Obama di estendere l’intervento pubblico in modo da tutelare a spese dello stato la salute di tutta la popolazione. Fra la tradizione europea dello Stato sociale e quella del duro individualismo puritano della tradizione americana restano divaricazioni profonde di sensibilità e di presupposti. Ma si tratta di distinzioni e differenze tutto sommato marginali rispetto alla grandiosità della marcia della medicina nella realtà delle società umane. La crescita vertiginosa dell’importanza economica delle fabbriche della salute e dei connessi interessi finanziari e di potere è sotto gli occhi di tutti. Così come sono sotto gli occhi di tutti le terribili differenze esistenti fra mondo ricco e paesi del sottosviluppo. Lo si accenna solo per ricordare quanto sia diventato importante il ruolo dello stato e delle forze politiche nella promozione della salute pubblica e come su tutto questo sia cresciuta la seduzione di una pubblicità che ci vuole persuadere del prossimo raggiungimento di obbiettivi straordinari e definitivi nella lotta col male. In questo contesto la voce del medico che ci deve dire la verità risulta come affievolita dall’altoparlante pubblicitario delle grandi corporations, delle aziende farmaceutiche, dei poteri pubblici e di tutti coloro – aziende, correnti e fazioni politiche, trafficanti d’ogni genere – che corrono dietro all’irresistibile richiamo della montagna d’oro del bilancio della sanità. E il fascino stesso dell’atto sanitario assurto in certi casi a vertici di celebrità superumana rischia di fuorviare il cittadino e di deformare   la voce che gli giunge dal medico. 

Nel frastuono di tanti e così potenti interessi riusciremo ugualmente a percepire la voce autentica del medico? La risposta a questa domanda dipende dall’esito di un esperimento.  Questo libro è l’esperimento. L’autore ha deciso di dirci la verità così come la vede e la conosce da medico: è una verità difficile, va in controtendenza, vuole scuotere i lettori e destarli dall’incanto delle sirene televisive che promettono l’arrivo di una prossima età felice di salute universale. Sarà ascoltata? Non è facile. Lo fa temere l’evidente e smisurata sproporzione dei mezzi tra la voce isolata di un medico e la potenza pervasiva di una pubblicità sorretta da giganteschi interessi e dal desiderio umano di essere sedotti e ingannati.

 Naturalmente qualcuno si chiederà se questa che viene qui raccontata sia la verità vera. Tra le difese che si alzeranno dentro la mente dei lettori prima ancora che da parte dei potenti mezzi di informazione degli interessi in gioco ci sarà anche questo dubbio. Né chi scrive queste righe può nutrire l’ambizione di essere ritenuto un garante credibile, un giudice in possesso di una superiore conoscenza della materia. Ma può almeno spiegare perché ha pensato di dover portare la sua testimonianza davanti al tribunale del lettore.

Nessun titolo particolare autorizza lo scrivente a premettere queste parole al libro di Francesco Domenico Capizzi; nessuno, salvo una conoscenza dell’uomo e dell’opera sua professionale e umana che dura da quasi mezzo secolo. E’ su questa base che è possibile a chi scrive garantire l’autenticità e la profondità della vocazione a dedicarsi alla cura della salute che ha caratterizzato tutta la vita dell’autore. Questo libro raccoglie il frutto di un’esperienza e di una appassionata dedizione non solo all’esercizio della professione sanitaria ma anche a un impegno civile teso a comprendere il senso di quello che il medico fa e a ragionare sul contesto in cui lo fa. Ogni pagina di questo libro è ricca di dati preziosi e aggiornati tratti dalla sua esperienza e dalle sue ricerche. Il lettore deve   sapere preliminarmente che a fondamento delle tesi dell’autore c’è non solo una verifica puntuale e scrupolosa su dati certi ma anche un deciso e convinto investimento di tutte le energie e le capacità intellettuali dell’autore per individuare ciò che non funziona nella medicina contemporanea, ciò che rende vane e ingannevoli le promesse di magnifiche sorti e progressive che ci vengono fatte ogni giorno dai retori della sanità.  

E’ probabile anche se deprecabile che la straordinaria ricchezza di informazioni e di idee che è concentrata in questo piccolo libro – piccolo ma pieno come un uovo e come un uovo tutto buono, per usare un’immagine che fu già di un grande storico – passerà quasi inosservata. Ma non sempre si avvera ciò che è probabile. E in ogni caso il contesto in cui il libro di Francesco Capizzi giunge nelle mani dei lettori è tale da rendere avvertiti anche i lettori più distratti della necessità di guardare a quel che si muove nel rapporto tra medicina, società e politica. Oggi questioni gravissime, di vita e di morte, investono la professione del medico e il suo rapporto con le leggi del nostro paese e con le scelte che vengono fatte giorno dopo giorno al capezzale dei malati. Il libro viene pubblicato nel momento in cui il Parlamento italiano e l’opinione pubblica del nostro paese affrontano la proposta di legge sulle disposizioni di fine vita, definite anche “testamento biologico”. Suggeriamo perciò di cominciare a leggere questo libro non dalla prima pagina ma dal capitolo 11. Quello che vi si legge non ha niente a che spartire con le chiacchiere correnti di uomini politici in cerca di approvazione ecclesiastica. La limpida descrizione dei termini del problema con la distinzione tra eutanasia attiva ed eutanasia passiva e l’ampio orizzonte su cui viene proiettata la questione non sacrifica le convinzioni dell’autore a una astratta e impersonale normativa. Capizzi è contrario come medico alla eutanasia attiva: ma ci pone davanti alla sterilità dei fondamentalismi giuridici e religiosi richiamandoci alla realtà che il medico ben conosce: quella di malati ridotti a gusci pietrificati che percorrono sentieri di sofferenza in tempi e spazi desolati e immobili. L’opinione di Capizzi è che il medico che fermasse la sua opera intenzionalmente prima dell’accanimento terapeutico, anche in assenza di un testamento biologico, non dovrebbe essere giudicato passibile di reato.  Chi è e si sente pienamente medico non sarà mai un esecutore obbediente di condanne capitali – si tratti di condanne a una vita forzata o a una morte tecnologicamente fredda e impersonale. L’atto compiuto nei confronti di chi ha perduto ogni coscienza di sé stesso deve obbedire a regole non ideologiche. Il rapporto che il medico matura con le persone è quello di chi sa che alla sua professione appartiene anche l’ufficio di accompagnare le persone nei loro ultimi istanti. Come ha spiegato molto bene un libretto delicato e finissimo di una dottoressa inglese (Iona Heath Modi di morire, trad. it. Bollati Boringhieri) la condizione umana resta segnata dalla esposizione alla malattia e alla morte in una misura che nemmeno le tecniche del mangiare le cose giuste e fare regolarmente gli esercizi salutistici in voga riescono a ridurre. E intanto il malato terminale diventa una presenza ingombrante, un tipo di umanità intollerabile, allontanato dalla vita civile e nascosto come una colpa e una vergogna, affidato nei momenti più gravi quasi solo alla presenza umana del medico. E’ da lui che sono richieste le risorse antiche della cultura per affrontare questo lato incancellabile della condizione umana: la poesia, la musica, possono rivelarsi così più efficaci e comunque più tollerabili dell’accanimento sanitario. La carità e la compassione, qualunque sia la loro fonte, giustificano l’operato responsabile di medici agnostici e religiosi, innanzitutto ispirati a libertà di coscienza e al principio dell’autodeterminazione, accomunati dai vincoli umani di una immanente debolezza e povertà. Il  capitolo 11 di Francesco Capizzi è una testimonianza di guerra che viene dalla prima linea, da un combattente che ha dedicato la sua vita professionale a operare malati di gravissime patologie e che non si è mai tirato indietro da un compito affrontato come una missione in un contesto di gigantismo finanziario-politico di processi che avvengono col pretesto della salute. 

Nella sua decisione di rivolgersi alla folla dei lettori si può leggere una implicita diagnosi dello stato di salute della medicina pubblica in Italia e non solo in Italia: una diagnosi realistica.  A fronte dei celebrati cantori dei progressi medici, che ci raccontano ogni giorno la favola di una inarrestabile marcia della vittoria sul cancro, di un mondo dove non si muore quasi più, ci sono le notizie di tragedie quotidiane: le persone continuano ad ammalarsi e a morire perchè le cause di morte mantengono la loro violenza. E intanto è la terra stessa dove viviamo che si infetta e si ammala per l’uso criminale che ne viene fatto e manda segnali gravissimi: segnali ignorati dalla macchina del potere finanziario-politico che deve andare avanti a ogni costo, che ignora ogni richiamo, che si ribella e mette in mora i tentativi di introdurre qualche principio di interesse pubblico in un sistema devastato dalla ricerca dell’utile privato.  E poichè abbiamo evocato il percorso imboccato dal presidente americano Obama per introdurre nel suo paese una riforma sanitaria che protegga tutti e non solo i ricchi, segnaliamo su questo tema di grande attualità   la lettura del capitolo 13 di questo libro: quello che Capizzi vi racconta sul sistema sanitario americano può servire a chi voglia leggere la cronaca quotidiana senza lenti deformanti.

Ma, al di là dei singoli capitoli, è tutto questo libro che si offre non solo come un prontuario di conoscenze di primaria importanza ma anche e soprattutto come un progetto di nuovo e diverso assetto della cura della salute nell’attuale contesto sociale: se si vuole davvero ridurre l’incidenza delle malattie, l’autore ci chiede di recuperare la prospettiva di quei medici che cercavano le origini sociali del male. E’ per questo che Francesco Capizzi ci appare oggi come l’erede migliore della cultura illuministica di quel Bernardino Ramazzini che emerge qui come un modello umano e scientifico dell’autore. Dai tempi di Ramazzini l’umanità è cresciuta di numero ma sono anche cresciute le malattie generate da quella che Capizzi definisce la “disarmonia sociale”. Si potrà correggere in tutto o in parte questa disarmonia? Questo è il problema. Che non è un problema da affrontare con nuove e più raffinate e più imponenti tecnologie limitate all’ambito delle cittadelle sanitarie ma con una riforma che investa prima di tutto la società nel suo insieme e gli stili di vita che essa induce. Oggi, secondo l’analisi di Capizzi, il diritto alla salute viene confuso con elevati livelli qualitativi e quantitativi di farmaci e servizi, complessità tecnologiche e gestionali che imprimono ai presidii ospedalieri espansioni svettanti e irradianti potenza. Ne consegue il fenomeno della crescita dell’ospedale e del parallelo abbandono della città: la cittadella della salute cresce ai margini della città e si pone con essa in un rapporto di opposizione – da una parte la fabbrica della salute dall’altra la fabbrica della malattia; e la cura della malattia è diventata una guerra tecnologica i cui successi sono smentiti dal numero di vittime civili lasciate sul campo – un numero che non accenna a diminuire. 

* Professore emerito di Storia moderna nella Scuola Superiore Normale di Pisa,  Membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei

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