PAPA FRANCESCO ALL’ ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL LAVORO

di Giancarla Codrignani *

In questi giorni Francesco fa notizia da ospedalizzato e non ha ancora fatto conoscere
qualche nuova dichiarazione sorprendente. In mancanza, mi premuro a far conoscere
un documento che è stato presentato dai media come una delle solite adesioni di
dovere alle rituali scadenze dei grandi organismi internazionali. Regolarmente
pubblicato (e da me trascritto) dall’Osservatore Romano e fortunatamente conservato
nell’edizione spagnola, per sanare una lacuna che ho tradotto ed è in corsivo. Non ci
sono stati commenti specifici ad un discorso davvero impegnativo.
Perché questo testo è un po’ come una Rerum novarum, ma Francesco non concede
né mediazioni né sconti. Per questo credo che sia bene farla leggere. La complessità
dell’intervento richiede una lettura paziente e mi sono permessa di selezionare le
citazioni che sottolineano la crisi attuale che attanaglia diritti ritenuti acquisiti e che
vanno costantemente rinnovati segnando i cambiamenti di vita e di storia. Omessi i
convenevoli d’apertura, Francesco ha presentato all’Oil una eccezionale sollecitazione
alla grande politica:
<<Questa Conferenza è stata convocata in un momento cruciale della storia sociale
ed economica, che presenta gravi e vaste sfide per il mondo intero. Negli ultimi mesi,
l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, attraverso i suoi resoconti periodici, ha
svolto un lavoro encomiabile, dedicando particolare attenzione ai nostri fratelli e
sorelle più vulnerabili. Durante la persistente crisi, dovremmo continuare a esercitare
una “cura particolare” del bene comune. Molti degli sconvolgimenti possibili e previsti
ancora non si sono manifestati, pertanto si richiederanno decisioni attente. La
diminuzione delle ore di lavoro negli ultimi anni si è tradotta sia in perdita di posti di
lavoro sia in una riduzione della giornata lavorativa di quanti mantengono il proprio
lavoro. Molti servizi pubblici, come pure imprese, hanno dovuto far fronte a difficoltà
tremende, alcuni correndo il rischio di fallimento totale o parziale. In tutto il mondo
abbiamo osservato nel 2020 una perdita di posti di lavoro senza precedenti.
Con la fretta di tornare a una maggiore attività economica, al termine della minaccia
del Covid- 19, evitiamo le passate fissazioni sul profitto, l’isolamento e il nazionalismo,
il consumismo cieco e la negazione delle chiare evidenze che segnalano la discriminazione dei nostri fratelli e sorelle “scartabili” nella nostra società. Al contrario,
ricerchiamo soluzioni che ci aiutino a costruire un nuovo futuro del lavoro fondato su
condizioni lavorative decenti e dignitose, che provenga da una negoziazione collettiva,
e che promuova il bene comune, una base che farà del lavoro una componente
essenziale della nostra cura della società e della creazione. In tal senso, il lavoro è
veramente ed essenzialmente umano. Di questo si tratta, che sia umano.
Ricordando il ruolo fondamentale che svolgono questa Organizzazione e questa
Conferenza come ambiti privilegiati per il dialogo costruttivo, siamo chiamati a dare
priorità alla nostra risposta ai lavoratori che si trovano ai margini del mondo del lavoro
e che si vedono ancora colpiti dalla pandemia di Covid-19; i lavoratori poco qualificati,
i lavoratori a giornata, quelli del settore informale, i lavoratori migranti e rifugiati,
quanti svolgono quello che si è soliti denominare “il lavoro delle tre dimensioni”:
pericoloso, sporco e degradante, e l’elenco potrebbe andare avanti.
Molti migranti e lavoratori vulnerabili, insieme alle loro famiglie, generalmente restano
esclusi dall’accesso a programmi nazionali di promozione della salute, prevenzione
delle malattie, cure e assistenza, come pure dai piani di protezione finanziaria e dai
servizi psicosociali. È uno dei tanti casi di quella filosofia dello scarto che ci siamo
abituati a imporre nelle nostre società. Questa esclusione complica l’individuazione
precoce, l’esecuzione di test, la diagnosi, il tracciamento dei contatti e la ricerca di
assistenza medica per il Covid-19 per i rifugiati e i migranti, e aumenta quindi il
rischio che si producano focolai tra quelle popolazioni. Tali focolai possono non essere
controllati o addirittura nascosti consapevolmente, il che costituisce un’ulteriore
minaccia per la salute pubblica.
La mancanza di misure di tutela sociale di fronte all’impatto del Covid-19 ha provocato
un aumento della povertà, la disoccupazione, la sottoccupazione, l’incremento della
informalità del lavoro, il ritardo nell’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, il
che è molto grave, l’aumento del lavoro infantile, il che è ancora più grave, la
vulnerabilità al traffico di persone, l’insicurezza alimentare e una maggiore esposi-
zione all’infezione tra popolazioni come i malati e gli anziani. A tale riguardo ringrazio
per questa opportunità di esporre alcune preoccupazioni e osservazioni chiave.
In primo luogo, è missione fondamentale della Chiesa fare appello a tutti a lavorare
congiuntamente, con i governi, le organizzazioni multilaterali e la società civile, per
servire e prendersi cura del bene comune e garantire la partecipazione di tutti in
questo impegno. Nessuno dovrebbe essere lasciato da parte in un dialogo per il bene
comune, il cui obiettivo è, soprattutto, costruire, consolidare la pace e la fiducia tra
tutti. I più vulnerabili — i giovani, i migranti, le comunità indigene, i poveri — non
possono essere lasciati da parte in un dialogo che dovrebbe riunire anche governi,
imprenditori e lavoratori. È altresì essenziale che tutte le confessioni e le comunità
religiose s’impegnino insieme. La Chiesa ha una lunga esperienza nella partecipazione
a questi dialoghi attraverso le sue comunità locali, movimenti popolari e
organizzazioni, e si offre al mondo come costruttrice di ponti per aiutare a creare le
condizioni di tale dialogo o, ove opportuno, aiutare a facilitarlo. Questi dialoghi per il
bene comune sono essenziali al fine di costruire un futuro solidale e sostenibile della
nostra casa comune e dovrebbero tenersi a livello sia comunitario sia nazionale e
internazionale. E una delle caratteristiche del vero dialogo è che quanti dialogano
siano sullo stesso piano di diritti e doveri. E non che uno che ha meno diritti o più
diritti dialoghi con uno che non li ha. Lo stesso livello di diritti e doveri garantisce così
un dialogo serio.
In secondo luogo, è anche essenziale per la missione della Chiesa garantire che tutti
ottengono la protezione di cui hanno bisogno a seconda delle loro vulnerabilità:

malattia, età, disabilità, dislocamento, emarginazione o dipendenza. I sistemi di
protezione sociale, che a loro volta stanno affrontando rischi importanti, devono
essere sostenuti e ampliati per assicurare l’accesso ai servizi sanitari, all’alimentazione
e ai bisogni umani di base. In tempi di emergenza, come la pandemia di Covid-19, si
richiedono misure speciali di assistenza. Un’attenzione particolare alla prestazione
integrale ed efficace di assistenza attraverso i servizi pubblici è a sua volta
importante. I sistemi di protezione sociale sono stati chiamati ad affrontare molte
delle sfide della crisi, e allo stesso tempo i loro punti deboli sono diventati più
evidenti. Infine, si deve garantire la protezione dei lavoratori e dei più vulnerabili
mediante il rispetto dei loro diritti fondamentali, incluso il diritto della
sindacalizzazione. Ossia, unirsi in un sindacato è un diritto. La crisi del Covid ha già
inciso sui più vulnerabili e questi non dovrebbero vedersi colpiti negativamente dalle
misure per accelerare una ripresa che s’incentri unicamente sugli indicatori economici.
Ossia, qui c’è anche bisogno di una riforma del modo economico, una riforma a fondo
dell’economia. Il modo di portare avanti l’economia deve essere diverso, deve a sua
volta cambiare.
In questo momento di riflessione, in cui cerchiamo di modellare la nostra azione futura
e di dare forma a un’agenda internazionale post-Covid-19, dovremmo prestare
particolare attenzione al pericolo reale di dimenticare quanti sono rimasti indietro.
Corrono il rischio di essere attaccati da un virus ancora peggiore del Covid-19: quello
dell’indifferenza egoista.
Ossia, una società non può progredire scartando, non può progredire. Questo virus si
propaga nel pensare che la vita è migliore se è migliore per me, e che tutto andrà
bene se andrà bene per me, e così si inizia e si finisce selezionando una persona al
posto di un’altra, scartando i poveri, sacrificando quanti sono rimasti indietro sul
cosiddetto “altare del progresso”. È’ una vera e propria dinamica elitaria, di
costituzione di nuove élite al prezzo dello scarto di molta gente e di molti popoli.
Guardando al futuro, è fonda- mentale che la Chiesa, e pertanto l’azione della Santa
Sede con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sostenga misure che correggano
situazioni ingiuste o incorrette che condizionano i rapporti di lavoro, rendendoli
completamente soggiogati all’idea di “esclusione”, o violando i diritti fondamentali dei
lavoratori. Una minaccia la costituiscono le teorie che considerano il profitto e il
consumo come elementi indipendenti o come variabili autonome della vita economica,
escludendo i lavoratori e determinando il loro squilibrato standard di vita: «Oggi tutto
entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il
più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si
vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita»
(Evangelii gaudium, n. 53).
L’attuale pandemia ci ha ricordato che non ci sono differenze né confini tra quanti
soffrono. Siamo tutti fragili e, al tempo stesso, tutti di grande valore. Speriamo che
quanto sta accadendo attorno a noi ci scuota profondamente. È giunto il momento di
eliminare le disuguaglianze, di curare l’ingiustizia che sta minando la salute dell’intera
famiglia umana. D i fronte all’Agenda dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro,
dobbiamo continuare come abbiamo già fatto nel 1931, quando Papa Pio XI, dopo la
crisi di Wall Street e nel bel mezzo della “Grande Depressione”, denunciò l’asimmetria
tra lavoratori e imprenditori come una flagrante ingiustizia che concedeva al capitale
carta bianca e disponibilità. Diceva così: «Per lungo tempo certamente il capitale
troppo aggiudicò a sé stesso. Quanto veni- va prodotto e i frutti che se ne ricavavano,
ogni cosa il capitale prendeva per sé, lasciando appena all’operaio tanto che bastasse
a ristorare le forze» (Quadragesimo anno, n. 55). Persino in quelle circostanze, la
Chiesa promosse la posizione secondo cui la remunerazione per il lavoro svolto non
solo deve essere destinata a soddisfare i bisogni immediati e attuali dei lavoratori, ma anche ad aprire la capacità dei lavoratori di salvaguardare i risparmi futuri delle loro
famiglie o gli investimenti capaci di garantire un margine di sicurezza per il futuro.
Così, fin dalla prima sessione della Conferenza Internazionale, la Santa Sede sostiene
una regolamentazione uniforme applicabile al lavoro in tutti i suoi diversi aspetti,
come garanzia per i lavoratori. È sua convinzione che il lavoro, e pertanto i lavoratori,
possono contare su garanzie, sostegno e rafforzamento se li si protegge dal “gioco”
della deregolamentazione. Inoltre le norme giuridiche devono essere orientate verso
la crescita dell’occupazione, il lavoro dignitoso e i diritti e i doveri della persona
umana. Sono tutti strumenti necessari per il suo benessere, per lo sviluppo umano
integrale e per il bene comune.
La Chiesa cattolica e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, rispondendo alle
loro differenti nature e funzioni, possono continuare a mettere in atto le loro rispettive
strategie, ma possono anche continuare ad approfittare delle opportunità che si
presentano per collaborare in un’ampia varietà di azioni importanti.
Per promuovere questa azione comune è necessario intendere correttamente il lavoro.
Il primo elemento per detta comprensione ci invita a focalizzare la necessaria
attenzione su tutte le forme di lavoro, includendo le forme di impiego non standard. Il
lavoro va al di là di ciò che tradizionalmente è conosciuto come “impiego formale” e il
Programma di Lavoro Dignitoso deve includere tutte le forme di lavoro. La mancanza
di protezione sociale dei lavoratori dell’economia informale e delle loro famiglie li
rende particolarmente vulnerabili agli scontri, poiché non possono contare sulla
protezione che offrono la previdenza sociale o i regimi di assistenza sociale destinati
alla povertà. Le donne dell’economia informale, incluse le venditrici ambulanti e le
collaboratrici domestiche, risentono dell’impatto del Covid-19 sotto diversi punti di
vista: dall’isolamento all’esposizione estrema a rischi per la salute. Non disponendo di
asili nido accessibili, i figli di queste lavoratrici sono esposti a un maggior rischio per la
salute, perché le madri devono portarli sul posto di lavoro o lasciarli a casa incustoditi.
Pertanto, è particolarmente necessario garantire che l’assistenza sociale giunga
all’economia informale e presti speciale attenzione ai bisogni particolari delle donne e
delle bambine.
La pandemia ci ricorda che molte donne di tutto il mondo continuano ad anelare alla
libertà, alla giustizia e all’uguaglianza tra tutte le persone umane: «per quanto ci
siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua
partecipazione allo spazio pubblico, c’è ancora molto da crescere in alcuni paesi. Non
sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza
che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di
schiavitù […]. Penso alla […] disuguaglianza dell’accesso a posti di lavoro dignitosi e
ai luoghi in cui si prendono le decisioni» (Amoris laetitia, n. 54).
Il secondo elemento per una corretta comprensione del lavoro: se il lavoro è un
rapporto, allora deve includere la dimensione della cura, perché nessun rapporto può
sopravvivere senza cura. Qui non ci riferiamo solo al lavoro di assistenza: la pandemia
ci ricorda la sua importanza fondamentale, che forse abbiamo trascurato. La cura va
oltre, deve essere una dimensione di ogni lavoro. Un lavoro che non si prende cura,
che distrugge la creazione, che mette in pericolo la sopravvivenza delle generazioni
future, non è rispettoso della dignità dei lavoratori e non si può considerare dignitoso.
Al contrario, un lavoro che si prende cura, contribuisce al ripristino della piena dignità
umana, contribuirà ad assicurare un futuro sostenibile alle generazioni fu- ture(4). E
in questa dimensione della cura rientrano, in primo luo- go, i lavoratori. Ossia, una
do- manda che possiamo farci nel quotidiano: come un’impresa, immaginiamo, si
prende cura dei suoi lavoratori?
Oltre a una corretta comprensione del lavoro, uscire in condizioni migliori dalla crisi
attuale richiederà lo sviluppo di una cultura della solidarietà, per contrastare la cultura dello scarto che è all’origine della disuguaglianza e che affligge il mondo. Per
raggiungere questo obiettivo, occorrerà valorizzare l’apporto di tutte quelle culture,
come quella indigena, quella popolare, che spesso sono considerate marginali, ma che
mantengono viva la pratica della solidarietà, che «esprime molto più che alcuni atti di
generosità sporadici». Ogni popolo ha una sua cultura, e credo che sia il momento di
liberarci definitivamente dell’eredità dell’Illuminismo, che associava la parola cultura a
un certo tipo di formazione intellettuale o di appartenenza sociale. Ogni popolo ha una
sua cultura e noi dobbiamo accettarla così com’è. «È pensare e agire in termini di
comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È
anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza
di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far
fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo
senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti
popolari» (Fratelli tutti, n. 116).
Con queste parole mi rivolgo a voi, partecipanti alla 109a Conferenza Internazionale
del Lavoro, perché come attori istituzionalizzati del mondo del lavoro avete una
grande opportunità d’influire sui processi di cambiamento già in atto. La vostra
responsabilità è grande, ma ancora più grande è il bene che potete ottenere. Vi invito
pertanto a rispondere alla sfida che abbiamo di fronte. Gli attori stabiliti possono
contare sull’eredità della loro storia, che continua a essere una risorsa di
fondamentale importanza, ma in questa fase storica sono chiamati a restare aperti al
dinamismo della società e a promuovere la comparsa e l’inclusione di attori meno
tradizionali e più marginali, portatori di impulsi alternativi e innovatori.
Chiedo ai dirigenti politici e a quanti lavorano nei governi d’i- spirarsi sempre a quella
forma di amore che è la carità politica: «un atto di carità altrettanto indispesabile [è]
l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo
non abbia a trovarsi nella miseria. È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è
pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella
persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se
qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume — e questo è squisita carità —, il
politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro
dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una
formaltissima di carità che nobilita la sua azione politica» (Fratelli tutti, n. 186).
Ricordo agli imprenditori la loro vera vocazione: produrre ricchezza al servizio di tutti.
L’attività imprenditoriale è essenzialmente «una nobile vocazione orientata a produrre
ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, Dio ci promuove, si aspetta da noi che
sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi
disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo
comprende l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i
beni e aumentare la ricchezza. Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli
imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al
progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso
la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di
proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni
proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto
di tutti al loro uso» (Fratelli tutti, n. 123). A volte, nel parlare di proprietà privata
dimentichiamo che è un diritto secondario, che dipende da questo diritto primario, che
è la destinazione universale dei beni.
Invito i sindacalisti e i dirigenti delle associazioni dei lavoratori a non lasciarsi
rinchiudere in una “camicia di forza”, a puntare sulle situazioni concrete dei quartieri e
delle comunità nelle quali sono impegnati, ponendo insieme lq questioni relazionate
con le politiche economiche più vaste e. le “macro-relazioni”.

Anche in questa fase storica il movimento sindacale si confronta con due sfide importanti.

La prima è la profezia che va riferita alla natura propria dei sindacati, la loro vocazione più genuina.
I sindacati sono un’espressione del profilo profetici della società. I sindacati nascono
e rinascono ogni volta che , come i profeti biblici, danno voce a chi non ce l’ha,
denunciano quanti venderebbero il povero per un paio di sandali, come dice il profeta
(Amos, 2,6), denudano i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più vulnerabili,
difendono le cause degli stranieri, degli ultimi, dei rifiutati.. Evidentemente, quando un
sindacato si corrompe, non può più agire così e si trasforma in una condizione
pseudopadronale, anch’esso lontano dal popolo.
La seconda sfida: l’innovazione. I profeti sono sentinelle che vigilano dal loro posto di
osservazione. Anche i sindacati devono sorvegliare le mura della città del lavoro, come
una guardia che sorveglia e protegge quanti sono dentro la città del lavoro, ma che
sorveglia e protegge anche quelli che stanno fuori dalle mura. I sindacati non
svolgono la loro funzione fondamentale d’innovazione sociale se tutelano solo i
pensionati. Questo va fatto, ma è la metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è
anche di proteggere quanti ancora non hanno diritti, quanti sono esclusi dal lavoro e
che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia.
Stimati partecipanti ai processi tripartiti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro
e di questa Conferenza Internazionale del Lavoro, la Chiesa vi sostiene, cammina al
vostro fianco. La Chiesa mette a disposizione le sue risorse, a cominciare dalle sue ri-
sorse spirituali e dalla sua Dottrina Sociale. La pandemia ci ha insegnato che siamo
tutti sulla stessa barca e che solo insieme potremo uscire dalla crisi.
Grazie>>
* Giancarla Codrignani, parlamentare emerita, giornalista, scrittice

Rendiamo disponibile in formato .pdf anche l’originale dell’articolo pubblicato da Koinonia

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