IL CARCERE COME MISURA DELLA CIVILTÀ DI UNA NAZIONE: PREVENIRE, NON REPRIMERE, RIABILITARE

di Francesco Domenico Capizzi*

Recensione del film ARIAFERMA, Italia 2021  

Regia: L. Di Costanzo, attori principali: S. Orlando, T. Servillo

Un imponente carcere della Sardegna, piuttosto fatiscente, divenuto ingestibile, deve essere chiuso e, pertanto, la sua popolazione trasferita altrove. La complessa macchina organizzativa subisce un imprevisto arresto ed una dozzina di carcerati deve rimanere in quel carcere ancora per pochi giorni, custoditi da cinque agenti. Le celle utilizzate, affacciate in un androne circolare con lucernaio, mostrano il loro squallore. Tutte le attività di ogni ordine annullate, l’ora d’aria da usufruirne all’interno dell’androne o in un angusto cortile cosparso di calcinacci, la cucina chiusa, il vettovagliamento di provenienza esterna. Alla prima distribuzione del cibo, affidata ad un ragazzo recidivo appena rientrato nel penitenziario, i carcerati inscenano una vibrata protesta per la cattiva qualità del cibo fino a rifiutarlo e, di fatto, a proclamare lo sciopero della fame. Gaetano, capo degli agenti, mostra e chiede pazienza, anche rivelando che i poliziotti mangiano il medesimo cibo. A questo punto un carcerato, riconosciuto come leader, avanza la proposta di riattivare la cucina del carcere e si propone a gestirla. Gaetano accetta la proposta, fra lo sconcerto dei subordinati, e comanda al ragazzo di affiancare il neo cuoco, il quale si mette al lavoro, sotto l’attenta vigilanza di Gaetano, elaborando cibi alla casalinga per detenuti ed agenti. La prassi quotidiana si complica quando Gaetano autorizza il ragazzo a tornare in cella attraverso una scorciatoia, dove fa perdere le tracce. Gaetano, ma in netto anticipo il neo cuoco, lo scoprono con un frammento di vetro in mano.  Le preoccupazioni serpeggiano e vengono rappresentate dai colleghi a Gaetano, il quale avverte la sofferenza per discostarsi dalle severe normative carcerarie, tuttavia… Ancor più, e in modo emergenziale, la situazione diviene drammatica quando, durante la distribuzione del pasto serale tutto il penitenziario precipita nel buio per l’interruzione dell’erogazione elettrica. Restano attive soltanto le torce a batteria. Agenti attoniti, Gaetano, visibilmente preoccupato, comanda di continuare la distribuzione mentre i detenuti rumoreggiano e in modo crescente chiedono spiegazioni che nessuno è in grado di fornire. A questo punto è ancora Gaetano a fornire la soluzione: i detenuti escano dalle celle con i tavolini e li apparecchino davanti ai rispettivi cancelli in modo da ricevere la luce delle torce. Aperte le inferriate e collocati i tavolini si leva una voce, accolta dall’entusiasmo focoso dei detenuti e dalla mesta sorpresa degli agenti, che propone di unire i tavoli al centro dell’androne: fatto con l’assenso di Gaetano che accetta di sedersi a tavola. Salta fuori, dal nulla, fra i detenuti una bottiglia di vino e viene richiesto un brindisi al quale Gaetano non può partecipare perché in servizio non è permesso bere. Il film si conclude con il capo e il leader che insieme raccolgono verdura spontanea nell’orto abbandonato. Delle provviste era rimasta soltanto un po’ di pasta.

COMMENTO

il film richiama l’idea di carcere come misura della civiltà di una nazione… grado di civilizzazione di una società… da Voltaire a Dostoievskj, a Tolstoj che giunge a domandarsi se con questo sistema punitivo i delinquenti sono diminuiti. E no che non sono diminuiti, né di numero né di importanza! Eppure, continua Tolstoj, da tanti secoli i delinquenti si puniscono con le carceri…e circa un secolo prima Beccaria sosteneva che doveri dello Stato sono prevenire… non reprimere…riabilitare… e l’art. 27 della Costituzione Italiana nel comma 3 stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Con il rifiuto di volere rimarcare la diversità dei carcerati rispetto alla gente comune, Gaetano impersona la concezione del carcere come luogo di passaggio e vita parallela interna che permette di riflettere sull’errore commesso per agevolare il rientro a pieno titolo nella società. In un’ottica inclusiva il capo della sorveglianza più volte – affidamento della cucina, ricerca del ragazzo, cena comune a celle aperte, nessuna indagine per la bottiglia di vino, raccolta delle verdure, mancato avviso alle autorità superiori – deroga al suo dovere di rispettare tutte le norme e fino in fondo: prima di tutto per lui vale il riconoscimento della dignità umana come valore prioritario anche dentro le mura del penitenziario. Una deroga “a fin di bene” che induce a riflettere sulla vicenda di Mimmo Lucano. 

Al contrario, un carcere repressivo, duro e inumano, risulta inefficace nel prevenire i crimini: il 39% dei detenuti rientra in carcere entro i successivi 10 anni. E’ necessario aggiungere che per anno, mediamente, sui 123 decessi in carcere 52 sono da ascrivere a suicidio, che i tentativi ammontano a 1.123, che si verificano oltre 9.500 atti di autolesionismo, che non esiste l’emergenza stranieri mancando una correlazione tra flussi di migranti in arrivo e flussi di migranti  in carcere: negli ultimi quindici anni gli stranieri residenti in Italia sono più che triplicati mentre il tasso di detenzione degli stranieri è diminuito di tre volte  (Associazione Antigone, 2017)

  • Già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna

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