“DETERMINANTI SOCIALI” A PARTE

                                    

di Francesco Domenico Capizzi*

“Il giorno dopo non morì nessuno…ventiquattr’ore senza un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, neppure uno di quegli incidenti automobilistici…” Il paradosso di Josè Saramago, che regge l’intera narrazione (Le intermittenze della morte, Feltrinelli 2012), poggia su un dato epidemiologico reale che, ovviamente, esula dalla visione del Premio Nobel per la Letteratura: non nella tarda età, quale naturale e finale fattore di rischio, a parte i determinanti sociali, risiede la ragione del fine vita, ma nella condizione patogena che, effettivamente, affligge larga parte degli anziani tendendo a ulteriormente diffondersi e ad associarsi stabilendosi, ormai da tempo, come la principale causa di morte.

Entro il 2035 due anziani su dieci saranno affetti da quattro o più malattie, passando da una prevalenza del 9,8% registrata nel 2015 al 17% del 2035, un terzo soffrirà di depressione o di danni cognitivi. Di conseguenza gran parte degli anni di vita guadagnati saranno impegnati in larga misura a diagnosticare e curare più comorbilità, fra cui la crescita del 179,4% delle neoplasie e del 118,1% del diabete per eccessi di massa corporea e obesità, di cui è affetta 1/3 della popolazione (il 10% in modo “grave”), e per inattività fisica. Queste situazioni rappresentano elevati fattori di rischio per l’attivazione di altre malattie che vengono ad associarsi (A. Kingston et al., Projections of multi-morbidity in the older population in England to 2035: estimates from the Population Ageing and Care Simulation (PACSim) model, «Age and Ageing», 47, 3, 2018).

 Nel 2050 gli ultrasessantenni assommeranno ad oltre due miliardi nel Mondo e in Italia raggiungeranno i 20 milioni, con oltre 1/3 di ultra-sessantacinquenni e 1/5 di ultra-ottantacinquenni, a fronte di una riduzione numerica della popolazione di almeno 2 milioni e mezzo: si stima che il 75% saranno gravati di 2-3 malattie cronico-degenerative e neoplastiche. in crescita costante fino a rappresentare la quasi totalità della patologia umana e delle cause di morte (OMS 2019).

Alle patologie conclamate di ordine clinico vanno aggiunti gli effetti della solitudine e delle non-autosufficienze. In Italia il 13% della popolazione non può contare su alcuno per ogni necessità intervenuta e il 12% non dispone di parenti prossimi ed amici o conoscenti con i quali dialogare e confidarsi (Eurostat 2019). 

Da aggiungere un dato significativo: il “Telefono amico” riceve ogni anno oltre 50.000 telefonate con una tendenza all’incremento pressante delle richieste di aiuto. A tal riguardo la Gran Bretagna ha istituito il Ministero alla solitudine, preso atto che oltre un milione e 200.000 persone soffrono di solitudine permanente e che la metà degli anziani accusa patologie gengivali, la sindrome delle fauci secche e non possiede la dentizione ritenuta appena sufficiente che ammonta ad almeno venti denti (Journal of the American Geriatrics Society, 66, 3, 2018).

Questi semplici dati suggeriscono che è divenuta davvero pressante e improcrastinabile una seria riflessione sulla senescenza, da considerare già avviata circa venti anni or sono con la promulgazione dell’art. 25 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea che riconosce “il diritto degli anziani a condurre una vita dignitosa e indipendente e a partecipare alla vita sociale e culturale”. Il vero compendio della Carta deve trovare la sua realizzazione nella prevenzione primaria,incominciando con il contraddire il principio, piuttosto diffuso e nefasto, secondo cui l’anzianità costituisca per sé stessa uno stato patologico. 

Invecchiare bene, purtroppo, è un privilegio negato a tanti, ma nella senescenza continuare a vivere guardando al futuro può essere possibile soltanto con l’adozione di innovative misure politico-socio-sanitarie efficaci per prevenire primariamente le tante fragilità delle età avanzate: in assenza di iniziative sostanziali  risulterebbe dubbia perfino la loro sostenibilità sul piano organizzativo, e delle risorse disponibili, prevedendo che in Italia nel 2030 gli anziani che vivono in solitudine, considerando soltanto quest’aspetto, raggiungeranno i 4 milioni e mezzo a fronte del 10% assegnato dal fondo sanitario nazionale attualmente riservato all’assistenza e solo dell’1,3% alle cure  domiciliari, con significative disomogeneità regionali, mentre nei Paesi del nord Europa la copertura economica supera il 25% (ISTAT, EUROSTAT 2019).

*già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna

Immagine: Il Tempo che ordina alla Vecchiaia di distruggere la Bellezza (P. Batoni, 1746)

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