In altre parole… Non è possibile che impegno e apparato quaresimale finiscano con la celebrazione della Pasqua ogni domenica, ma senza novità di vita

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di Alberto Bruno Simoni, o.p.

Ripartiamo da un atteggiamento pasquale, come nuovo inizio. Non è possibile che tutto l’impegno e l’apparato quaresimale finisca con la celebrazione della Pasqua da ripetere ritualmente ogni domenica, ma senza novità di vita. Se in questa prospettiva vogliamo situarci in qualche modo, la nostra è comunque una liturgia della Parola a distanza, che però affonda le sue radici nella realtà della nostra vita e dovrebbe  portare ad una liturgia eucaristica che sia davvero “mistero della fede”: quindi “azione di popolo” che ci vuole partecipi sul piano della vita e attivi nella celebrazione. Qualcosa che non ci è possibile fare se non in diaspora e in contesti estremamente differenziati! Forse anche in semplice ricerca di fede…

Una liturgia della Parola, infatti, non può risolversi in parole, per quanto belle: ma deve animare e accompagnare il cammino di una comunità credente verso la comunione e la missione. Se vogliamo un modello a cui ispirarsi, abbiamo l’apertura della prima lettera di Giovanni: “Quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia completa” (1Gv 1,3-4). Che è poi il frutto pasquale per eccellenza!

È con questo stesso spirito che vengono inviate queste “altre parole”. Ma forse non è bene che chi legge si senta solo destinatario di una comunicazione a senso unico, per cui non sarebbe male se ci fosse una condivisione più aperta, frutto e segno di una coscienza comunitaria sommersa, che non trova spazi di visibilità nelle strutture e nella prassi liturgica vigenti, ma che ha una sua ragion d’essere. Non abbiamo una nostra “messa in orario” come servizio pubblico accessibile, né ci ritroviamo insieme in fedeltà e in ossequio ad un precetto. La nostra può essere vissuta come una sorta di autoconvocazione interiore, di ascolto condiviso della Parola di Dio in diaspora, in attesa di possibili incontri di eucarestia “in presenza”, per celebrare in pienezza la nostra pasqua, nella consapevolezza che “ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (1Cor 1,26). È quanto si respira nelle nostre celebrazioni?

Ed è proprio qui che qualcosa di nuovo deve accadere, così come sappiamo che è proprio qui che emergono divisioni. Per quanto riguarda un cammino pasquale ed eucaristico della nostra chiesa, una cosa credo si possa dire: che troppe toppe nuove sono state cucite su un vestito rimasto vecchio, così come vino nuovo è stato via via  versato in contenitori liturgici datati, con le conseguenze in cui ci ritroviamo nel vivere e celebrare la fede, in un eterno conflitto di “messali” tra chi vuole salvare gli otri e chi ha a cuore il vino. Non c’è verso di ricreare un giusto equilibrio tra la fede di un “Popolo sacerdotale” e il “mistero della fede” in memoria del Signore? E non è questo il terreno in cui mettersi alla prova  per una comunicazione e trasmissione della fede?

Tutto questo per dirci qual è il contesto in cui celebrare la nostra pasqua, e quale atteggiamento pasquale deve rinascere in noi come habitus o “veste candida” da indossare per rivestirsi di Cristo (cfr. Rm 13,14). Per dirci quale possa e debba essere la nostra risposta, come Popolo di Dio, all’invito perentorio di Paolo ai Corinti: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi”.  Quando ci viene detto il motivo della operazione da compiere – “e infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” – bisognerebbe che la forza dirompente di questa affermazione si sprigionasse da tutta la chiesa e dalla nostra vita.

In effetti, pasqua non è un evento a sé da potersi considerare dal di fuori. È pasqua se e nella misurare in cui ci sentiamo e ci lasciamo coinvolgere in questa novità di vita col Risorto. Ed allora possiamo e dobbiamo dirci come si viene coinvolti nella fede: credere, in sostanza, è volersi e sentirsi risorti con Cristo a vita nuova. Eccoci allora a rivivere la drammatica e gioiosa esperienza pasquale dei discepoli, che sono all’origine della nostra fede. C’è Maria di Magdala che trova il sepolcro senza più la pietra. È solo un indizio che accresce ancora di più il dolore del distacco e manda a vuoto il desiderio di Maria e compagne di onorare con aromi quel corpo sepolto. L’amara costatazione è che avessero portato via il Signore senza sapere dove poterlo trovare. Non rimaneva che farlo presente agli altri che erano nello smarrimento e che si trovavano ormai davanti ad un vuoto totale, oltre a quello che si era creato nel loro animo.  Forse è proprio questa condizione di vuoto che bisogna sperimentare – quasi un mettere via il vecchio lievito – perché rinasca una speranza di vita nuova che sia tale. Ci sarà modo di riempire questo vuoto e questa assenza incolmabile? È il cammino della vita che ci porta a tanto e che richiede tanto! Ed è la sequela di Cristo che non ammette scorciatoie.

Anche davanti al sepolcro vuoto non c’è da arrendersi, ma andare di corsa a rendersi conto, per sapere come poter ritrovare il proprio Signore. Giovanni rimane interdetto nel vedere i teli posati là, in attesa dell’arrivo di Pietro per consultarsi e valutare insieme il tutto: confronto certamente non facile, come succederebbe ora se dovessimo pronunciarci seriamente sulla resurrezione di Cristo, senza darla troppo per scontata. I teli e il sudario messi tutti in ordine qualcosa in realtà dicevano, se non altro escludevano un trafugamento doloso: potevano far pensare ad un intervento previsto..

Sta di fatto che a quella vista e in quel momento a Giovanni si aprono gli occhi, e “vide e credette”. Non credette per aver visto, ma nel credere anche quegli indizi diventavano significativi e probanti per un risveglio di coscienza. Il salto di qualità avviene quando si rende conto che essi “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. Il vuoto si riempie di una nuova presenza del Signore, quella che scaturisce dalla coincidenza tra Scrittura e fede del cuore. Bisogna stare attenti a non presumere che questa presenza sia solo nella fede senza la Scrittura o solo nella Scrittura senza la fede! Mentre Pietro e Giovanni vivono il loro ritorno alla vita presso il sepolcro, qualcosa di simile avviene  nello stesso giorno per i due discepoli di Emmaus: i loro occhi erano impediti a tal punto che non riconoscevano chi li aveva affiancati, e che “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano” (Lc 24,27).

Non diversamente può essere per noi e per una chiesa che si forma venendo di continuo alla fede, e cioè “a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!”. Potremmo pensare che quanto Giovanni ha vissuto in quel nuovo giorno della Pasqua del Signore ce lo ha espresso nel passo citato della sua prima lettera, che diventa emblematico della vita stessa della chiesa nel mondo. Per quanto riguarda invece Pietro, sembra che abbia imparato la lezione e in quei giorni prende pubblicamente la parola per parlare di quel Gesù di Nazaret e rendere testimonianza di tutte le cose compiute da lui, che Dio ha risuscitato il terzo giorno, dopo che i Giudei lo uccisero appendendolo alla croce.

Quella di Pietro è la testimonianza di coloro che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la sua resurrezione – eucarestia perenne! – e che al tempo stesso ricevono il comando di testimoniare al popolo non solo quanto hanno condiviso con lui, ma quanto tutti i profeti e le Scritture hanno detto di lui: che “chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”. Forse dobbiamo comprendere meglio questa Scrittura, assumendo un atteggiamento pasquale di ricerca e di rinascita per un nuovo stile di vita cristiana. Non sarebbe già questo un vero e proprio Sinodo? (ABS)

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