Si può ancora pensare a Kant e al suo “Progetto di pace perpetua”?

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di Raffaella Gherardi* da “Mente Politica” – 13.04.2022

Kant Per la pace

Se non fosse che siamo nel bel mezzo del dramma della guerra di invasione scatenata da Putin in Ucraina, certe discussioni, ora diventate più che mai di moda sui mali e sulle colpe d’Occidente e che a volte sfociano in una cancel culture monodirezionale in relazione a queste ultime, potrebbero forse trasformarsi in utile esercizio di approfondimento teorico/politico. Se tale atmosfera si traduce invece in un’analisi colpevolizzante dei percorsi della modernità, dei suoi universalismi che in realtà avrebbero nascosto solo oppressione, e oggettivamente facendo di Putin il legittimo vendicatore di tradizionalismi “altri” rispetto all’oppressivo occidente e quindi di per se stessi “buoni”, allora il dibattito diventa molto meno divertente e comunque nei fatti per nulla neutrale.

Coloro che mettono in luce le colpe della modernità dovrebbero, perlomeno per par condicio, esaminare altrettanto bene quali elementi si celino anche in culture e tradizioni “altre” rispetto a quelle del moderno Occidente e se per caso siano poi così scevre da colpe dal voler indirizzare a loro volta a sé stesse e ai loro “valori” il resto del mondo e non certo, per usare un eufemismo, in una irenica prospettiva di neutrale pacificazione.

In ogni caso per tutti coloro che non sono affatto disposti a mettere al bando all’occorrenza lo stesso Kant in quanto reo di aver condiviso la nozione di “popolo” propria del suo tempo nel famigerato Occidente (e cioè che il popolo fosse allora concepito come l’insieme di cittadini maschi e proprietari) e che dei valori dell’Illuminismo si sentono tuttora fieri, se declinati alla luce delle odierne democrazie costituzionali (fatte di donne e di uomini di provenienze e appartenenze diverse e dai paritetici diritti), bene per tutti costoro può risultare utile ancora oggi confrontarsi da vicino con la grande eredità teorica di questo importante filosofo e pensatore politico, tante volte chiamato in causa proprio in relazione al tema della costruzione effettiva della pace. Non si tratta certo da parte mia, di voler in questa sede interrogare al presente l’intero complesso sistema teorico filosofico kantiano, quanto di suggerire un confronto assai limitato e per di più ristretto soltanto ad alcuni temi posti in uno dei suoi scritti universalmente più noti e ritenuti antesignani di ogni successivo progetto di istituzionalizzazione della pace a livello internazionale fino ai nostri giorni: il progetto “Per la pace perpetua” (1795). Soprattutto i tre articoli «definitivi per la pace perpetua fra gli Stati» saranno oggetto di larga riflessione fino al presente e in primo luogo la centrale affermazione secondo la quale «il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati» (secondo articolo), tesi che sembrerà antesignana di ogni tentativo di progettare e istituire la pace al di là della mera cornice degli Stati sovrani. Nemmeno intendo fermarmi sugli altri due articoli definitivi, (altrettanto importanti e saturi di discussioni infinite fino ai nostri giorni), dedicati alla necessità che gli Stati che andranno a costituire la federazione in oggetto siano Stati di diritto (articolo primo) e che si dia vita a un “diritto cosmopolitico” (articolo terzo). Ma era davvero agli occhi di Kant immediatamente perseguibile l’idea di una pace istituzionalizzata di questo tipo sul terreno di un’Europa allora dilaniata da guerre di potenza dalle più svariate ragioni, ivi comprese quelle dinastiche? Non è per caso marcata di utopismo e di assoluta mancanza di realismo l’idea kantiana della “pace perpetua” dai fondamenti appena evidenziati? La risposta da parte di chi abbia cura di leggere integralmente il progetto in questione è “no”, dato che Kant non si perde affatto nei lidi dell’ideale e prioritariamente egli elenca con precisione ben sei «articoli preliminari per la pace perpetua tra gli Stati». Sono articoli che, nel loro insieme, tracciano un percorso che, una volta compiuto, potrà condurre alla “pace perpetua” secondo i princìpi posti negli articoli definitivi di cui sopra. Si tratta di un lento itinerario di cui egli delinea sei diverse tappe a loro volta raggiungibili in tempi più o meno rapidi.

Mutatis mutandis, reinterpretando Kant alla luce del presente e secondo le indicazioni che egli riteneva assolutamente prioritarie e realistiche per qualsiasi processo di una pace che non significhi soltanto mera tregua fra guerre, non si può fare a meno di notare quanto ancora lontane esse appaiano e persino quelle che egli riteneva di più immediata applicabilità. Fra queste ultime vale la pena di indicare, fra gli articoli preliminari, il quinto e il sesto che suonano come segue:

«5. Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione e nel governo di un altro Stato.»

«6. Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi atti di ostilità, che renderebbero impossibile la reciproca fiducia nella pace futura…»

* Professoressa dell’Alma Mater – Università di Bologna

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