I civili come nemici

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di Fulvio Cammarano * – Mentepolitica 27.04.2022

Se qualcuno avesse chiesto negli anni ’80 o ’90 del secolo scorso, a un passante in una qualsiasi parte del mondo, le ragioni per cui l’umanità avrebbe potuto trovarsi sull’orlo di una guerra nucleare nel 2022, molto probabilmente si sarebbe sentito rispondere che una simile guerra avrebbe avuto inizio solo per questioni legate a grandi scenari strategici, come la lotta per la conquista dello spazio, o a gravi questioni ambientali, ad esempio una guerra per il controllo dell’acqua potabile, oppure a tentativi di imporre programmi cibernetici planetari. Sarebbe stata grande la sorpresa del passante interpellato se gli avessero svelato che, nel XXI secolo, la guerra potenzialmente devastante per l’umanità, era deflagrata per le stesse ragioni che erano state alla base dei conflitti già visti nel XIX e nel XX secolo, vale a dire l’invasione di un Paese confinante da parte di una potenza intenzionata a difendere il prestigio nazionale e il riconoscimento dello status di autorità imperiale. Anche per noi oggi è triste constatare che Putin ha avviato un drammatico conflitto solo per restituire alla Russia quella posizione che deteneva nella seconda metà del XX secolo. Un’impresa fuori tempo massimo, al di là dei risultati contingenti che potrà ottenere nell’immediato. Quel ruolo che ricopriva dopo la fine della Seconda guerra mondiale non potrà essere recuperato perché non si conquista con la forza, o quanto meno, non solo. Come è noto infatti è il frutto di un’egemonia politica e culturale fondata su un dominio economico e tecnologico che la Russia non possiede più da tempo e che gli Stati Uniti oggi non sono disposti a riconoscere. Non solo. Il progetto imperiale russo manca anche di una credibile visione escatologica in grado di alimentare tale pretesa. Spesso ce lo dimentichiamo, ma la Russia non è l’Urss, vale a dire non si propone come patria di strategie ideali alternative a quelle dei suoi rivali. Lo slavismo, se non addirittura il russismo, appare infatti nel confronto con l’internazionalismo comunista dell’Unione Sovietica (non importa quanto realmente praticato), un’ideologia autarchica, zarista, incapace di suscitare simpatie e adesioni nelle classi subalterne mondiali, un progetto radicato in un atavismo incapace di trasmettere senso nel mondo globalizzato. Quella in corso è, dunque, a tutti gli effetti, una guerra vecchia, già vissuta, a cominciare dagli aspetti militari. L’attacco portato da Mosca, ha dichiarato un alto ufficiale americano, veniva studiato dagli allievi dello stato maggiore della Nato negli anni ’80. Se però, dal punto di vista strettamente tecnologico, non mancano alcune novità, come ad esempio il massiccio utilizzo dei droni, nulla è invece mutato per l’aspetto più odioso della guerra, vale a dire il coinvolgimento di civili inermi. Un coinvolgimento, si badi bene, non casuale o indiretto, ma voluto. Oggi come ieri. Basterebbe ricordare che nel macabro bilancio della Seconda guerra mondiale, i civili morti, 43 milioni, la maggior parte trucidata consapevolmente, sono quasi il doppio dei soldati uccisi. Si è trattato di un apice che, per limitarsi anche solo alle vicende europee, il XX secolo aveva annunciato sin dal suo avvio: nel 1901 nei campi di concentramento costruiti dagli inglesi per piegare la resistenza dei boeri nel Transvaal morirono 28 mila civili, per lo più donne e bambini. Negli stessi mesi, durante l’occupazione europea della Cina, i boxers uccisero oltre 100 mila civili, mentre i soldati europei ne trucidarono 5 mila. Gli italiani furono durissimi con i civili, nelle colonie. Non fu meno brutale l’esercito tedesco nei confronti dei civili belgi nelle fasi iniziali della Prima guerra mondiale. Persino al suo tramonto il XX secolo ha confermato che le stragi di civili sono parte integrante della guerra, se è vero che nell’ex Jugoslavia, dei 140 mila morti in quella guerra, quasi la metà erano civili. Per quale ragione, dunque, si colpiscono senza esitazione civili disarmati? Tralasciando la questione dell’incremento del tasso di ferinità dei soldati causato dal quotidiano contatto con la morte e il pericolo e, dunque, la maggiore facilità ad uccidere ogni essere vivente in circolazione, come fecero cinquant’anni fa diversi reparti americani in Vietnam, bisogna partire dalla consapevolezza che la nascita e il consolidamento dell’identità nazionale nel XIX secolo ha dato vita al più potente ordigno ideologico oggi conosciuto, il nazionalismo, in grado di sbaragliare ogni altra prospettiva identitaria, a cominciare da quella religiosa e politica. Non è certo un caso che ancora oggi molti dei fedeli che accorrono in piazza San Pietro ad ascoltare la parola del Papa, massima autorità dell’universalismo cattolico, si presentino sventolando le proprie bandiere nazionali, così come non fu casuale che nel 1941 Stalin, il leader dell’internazionalismo comunista, si trovasse costretto a ricorrere al linguaggio del patriottismo per incitare i russi a difendere, non tanto il baluardo mondiale del socialismo, quanto la nazione aggredita. Lo Stato senza nazione – vale a dire senza un’adesione convinta dei cittadini alle ragioni identitarie costruite per reggere una comunità politica – appare, dal XIX secolo in avanti, una vuota scatola burocratico-amministrativa. La forza mitologica del principio nazionale è in continua crescita e non ha neppure risentito dei processi di globalizzazione dell’ultimo ventennio, con cui ha convissuto non venendone minimamente intaccata. Se quindi la nazione continua ad essere l’elemento propulsivo della macchina stato, allora è evidente che, nel momento in cui la guerra si manifesta in tutta la sua violenza, non si percepisca più alcuna distinzione tra strumento “tecnico” (le forze armate statali) e quello politico (la cittadinanza). Il nemico è uno ed indivisibile, insomma e si è fatto nazione che, dalla fine del XIX secolo, facciamo fatica a separare dall’idea di conflitto. Cento anni fa il nazionalista Enrico Corradini sosteneva che con la parola patria esprimiamo il “nostro amore per l’Italia; quando però vogliamo affermare la potenza diciamo ‘nazione’”. E di fronte all’estendersi del ruolo della nazione ci si sente giustificati a non cogliere più le differenze tra soldati e civili, tra armati e disarmati. Il cittadino, in quanto espressione della adesione alla nazione, viene considerato di per sé un partigiano e come tale trattato, in barba ad ogni convenzione internazionale. La cittadinanza (a partire dalle donne e dai bambini), per quanto inerme, è dunque ritenuta componente essenziale del nemico e lo stupro delle donne appare parte integrante di una precisa strategia che punta a minare la presunta purezza della nazione nemica. Il presidente ucraino Zelensky, d’altronde, lo ha confermato proprio in occasione del discorso al Parlamento italiano: “il nostro popolo è diventato l’esercito”. È un esito che Putin non aveva previsto, un moltiplicatore di resistenza all’aggressione, ma allo stesso tempo la conferma che anche questa guerra si svolge al di fuori dei criteri tradizionali, cercando di trasformare il nemico in nemico assoluto, vale a dire in un disvalore contro cui ogni mezzo diventa lecito. E’ stato il giurista tedesco Carl Schmitt, dopo la guerra, a ricordarci che dal fallimentare trattato di Versailles in poi si è imposta l’esigenza di creare la figura, moralmente riprovevole, del “nemico ingiusto”, da punire. Una deriva che da oltre un secolo spinge i contendenti ad esasperare il conflitto per giustificarlo, “bollando la parte avversa come criminale e disumana”, civili compresi.

* Ordinario di Storia Contemporanea – Università di Bologna

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