Dominio e sfruttamento: le logiche che cancellano il futuro

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Maria Bianco, 05/04/2022

La nuova edizione italiana del libro di Carolyn Merchant «La morte della natura» e il tema 2022 dell’UN Women ripropongono una convinzione di fondo dell’ecofemminismo: c’è uno stretto legame fra l’oppressione delle donne e lo sfruttamento della natura. Se vogliamo avere un domani è da questa connessione che bisogna ripartire, capovolgendone la direzione.

È in uscita per Editrice Bibliografica la nuova edizione italiana del testo di Carolyn Merchant La morte della natura. Un classico per la storia e le prassi ecofemministe. Un libro grazie al quale intere generazioni di donne e uomini hanno potuto riflettere sulle derive pericolose verso cui può condurre il legame tra scienza/tecnica e dominio sulla natura, laddove si consideri quest’ultima come una res attraverso cui esprimere la volontà di potenza umana. Un legame di oppressione operato dal soggetto unico, maschio e bianco, adulto e sano che, diventando paradigma della conoscenza del bene e del male, può non solo oggettivare la natura ma anche l’altra da sé, la donna, riducendola a corpo, materia, risorsa a disposizione per qualsiasi sfruttamento, proprio come la natura in-animata.

E il tema su cui invita a riflettere quest’anno UN Women, l’organo delle Nazioni Unite dedicato all’uguaglianza di genere e all’empowerment delle donne, è proprio “Gender equality today for a sustainable tomorrow”. La proposta è quella di lavorare parimenti sul superamento delle disuguaglianze di genere e per un mondo sostenibile. Sembra di potervi intercettare un altro passo avanti verso la piena consapevolezza del legame che intercorre tra oppressione nei confronti delle donne e violenza e sfruttamento della terra. Perché sembra? Perché tutto dipende da quale tipo di pre-giudizio si annidi dietro questo binomio e su quali radici vada a fondarsi questa relazione.

La prima che diede a «ecologia» un nuovo significato…

La connessione tra vissuto delle donne e ambiente naturale è al centro della riflessione e delle prassi delle donne da più di un secolo. La prima a usare il termine ecologia secondo l’idea che ne abbiamo oggi è stata Ellen Swallow-Richards (Dunstable, 1842 – Boston, 1911), ingegnera e studiosa di chimica industriale, prima donna ad essere ammessa al Massachusetts Istitute of Technology. Swallow-Richards introdusse in un primo momento il termine “oekologia” (nel 1892) ed in seguito formulò il concetto di “ecologia umana”, dando l’avvio ad una nuova scienza di carattere interdisciplinare in cui erano indissolubilmente legate educazione ambientale e educazione alimentare. Fu la prima ad utilizzare il concetto includendo come parte dell’ecosistema anche gli esseri umani: nel testo Sanitation in Daily Life (1907) questa disciplina fu infatti da lei definita come «lo studio dell’ambiente circostante degli esseri umani sugli effetti che producono sulla vita degli uomini». La studiosa stava ponendo le basi per un’idea molto cara alle ecofemministe, e cioè la presa di coscienza della reciprocità tra gli organismi e il loro ambiente, una interazione in cui gli esseri umani non sono intesi come superiori e dominatori, ma come parte integrante del sistema naturale.

… ma non fu ascoltata

Tra la riflessione di Swallow-Richards e la nascita del pensiero ecofemminista, tuttavia, c’è un intervallo molto lungo che vede l’affermazione di poteri forti e violenti, lo scoppio di due conflitti mondiali con l’impiego, nel secondo, del nucleare per scopi militari.

Il pensiero comune, dunque, non ha inteso fino a oggi l’ecologia nei termini sopra indicati, ma ha utilizzato esclusivamente la definizione che ne aveva dato nel 1866 Ernest Haeckel, secondo il quale l’ecologia era da considerarsi come lo studio scientifico di un mondo esterno agli esseri umani e da essi non influenzato. Per inciso, cercando la definizione di ecologia non si troverà facilmente il nome di Ellen Swallow-Richards.

L’oblio delle sue riflessioni e il trionfo del potere patriarcale hanno permesso, per tutto il XX secolo, l’affermarsi di una relazione tra esseri umani e natura nel senso di un’incurvatura sempre maggiore di dominio e sfruttamento. La stessa con cui si delinea, in molti casi, quella che intercorre tra uomini e donne. 

Cambiamo la storia dal basso, insieme

Nel 1975 la teologa Rosemary Ruether affermava:

«Le donne devono rendersi conto che per loro non ci può essere liberazione né ci può essere soluzione alla crisi ecologica all’interno di una società il cui modello fondamentale di relazioni è quello del dominio. Esse devono unire le rivendicazioni del movimento femminile con quelle del movimento ambientalista per proporre una radicale riorganizzazione delle relazioni socioeconomiche fondamentali e rivedere i valori della moderna società industriale».

È proprio in quegli anni che, infatti, che grazie ai movimenti femministi, pacifisti, antinucleari, animalisti e ambientalisti si affermò gradualmente la consapevolezza che l’oppressione in base alla razza, alla classe, al genere, alla sessualità, alla specie, trova piena giustificazione nella stessa ideologia che dispone il dominio sulla natura. I movimenti femminili che si svilupparono in tutto il mondo negli anni Settanta permisero il risveglio di una volontà da parte delle donne di avere voce nei processi decisionali e lo sviluppo di un modo di costituire leadership differenti. 

«La storia femminista nel senso più ampio – scrive Carolyn Merchant – richiede che noi guardiamo al processo storico con occhi egualitari, vedendolo ex novo dal punto di vista non solo delle donne ma anche dei gruppi sociali e razziali, e dell’ambiente naturale: le risorse, in precedenza non riconosciute, su cui sono stati costruiti la cultura occidentale e il suo progresso. Scrivere la storia da un punto di vista femminista vuol dire capovolgerla: ossia vedere la struttura sociale dal basso e proporre alternative ai valori prevalenti

Si può affermare quindi che solo una vera cultura ecologica ovvero «uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità» (Laudato si’, 111) potrà dare forma a una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico e potrà contribuire alla decostruzione della cultura patriarcale. 

Fino a quando l’uomo resterà convinto di possibilità prometeiche, spinto dal solo interesse egoico, scindendo il fare dal prevedere, non inclinandosi verso il sentire e l’immaginare, senza porsi il problema delle conseguenze e dei rischi inediti che riguardano l’umanità intera e il destino stesso del mondo? Come ha scritto Yuval Noah Harari, «Alla stregua di pompieri in un mondo senza incendi, il genere umano nel XXI secolo ha bisogno di porsi una domanda inaudita: che cosa vogliamo fare di noi stessi?».

Ancora una volta forse dalle donne può giungere un flebile impercettibile suggerimento:

«So di essere fatta di questa terra, come le mani di mia madre sono state fatte di questa terra, così come i suoi sogni venivano da questa terra… tutto quello che so mi parla attraverso questa terra» (Gusan Griffin, 1978). 

Foto: fridaysforfutureitalia.it dIL REGNO DELLE DONNE

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