Il passo diplomatico di papa Francesco sulla guerra in Ucraina

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di Daniele Menozzi*

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Papa Francesco

Nella mattinata del 25 febbraio le agenzie di stampa hanno reso noto che papa Francesco si è recato all’ambasciata della Federazione Russa presso la Santa Sede per esprimere personalmente all’ambasciatore Alexander Avdeev la sua preoccupazione per la guerra in Ucraina. Il passo non ha precedenti. Nella prassi diplomatica vaticana sono i rappresentanti degli Stati che chiedono un incontro, normalmente in segreteria di Stato, in casi di gravità eccezionale con il papa. Francesco ha rovesciato consolidate regole di comportamento.

Si tratta di uno stile ormai abituale nell’esercizio del suo ministero; ma il carattere straordinario del gesto risulta accentuato da una contemporanea comunicazione della sala stampa vaticana: il pontefice, causa l’acutizzarsi di un dolore al ginocchio, non potrà nei prossimi giorni rispettare gli impegni che prevedono deambulazioni. Salterà persino una cerimonia liturgica di rilievo com’è nel culto cattolico il rito del mercoledì delle ceneri. Appare dunque evidente che Bergoglio ha voluto compiere quell’atto inconsueto nonostante le prescrizioni mediche lo sconsigliassero.

Al di là dei cordialissimi rapporti personali con l’ambasciatore russo, ne è certo ragione la convinzione di Francesco che la sua voce al Cremlino può essere ascoltata. Nel settembre 2013 l’azione della Santa Sede ha infatti contribuito a impedire un intervento militare delle potenze occidentali in Siria contro il governo di Assad sostenuto da Mosca. Ha così assicurato il mantenimento delle posizioni russe nella regione. Il papa insomma non si presenta come un interlocutore avverso agli interessi che Putin vuole tutelare.

Nulla è trapelato sul contenuto del colloquio; ma se ne possono immaginare gli elementi di fondo alla luce del discorso tenuto dal pontefice in ordine alla guerra durante l’ormai quasi decennale governo della Chiesa universale. Si tratta di una linea diversa da quella dei predecessori. Dal Concilio Vaticano II in poi i pontefici hanno ribadito la dottrina della guerra giusta, sia pure con un progressivo restringimento delle condizioni che giustificano il ricorso all’uso delle armi.

Bergoglio ha invece sottolineato che il Vangelo impone di affrontare il male della guerra con il metodo della non violenza. Non si tratta di subire passivamente i conflitti, ma di operare attivamente con tutti gli strumenti disponibili per sostituire il dialogo allo scontro armato.

Questa posizione è stata espressa con forza all’inizio del pontificato, nel messaggio per la 50a Giornata della pace del 2017. È poi ritornata solo episodicamente nel discorso pubblico del papa. È infatti prevalsa – forse per manifestare l’ancoraggio alla tradizione davanti alle critiche degli oppositori – la ripresa della celebre definizione della guerra come “inutile strage” espressa nel 1917 da Benedetto XV.

Francesco l’ha però ribadita nuovamente la sera del 24 febbraio scorso in un dialogo tenuto via streaming con una sessantina di studenti universitari del Nord, del Centro e del Sud America. La data è ovviamente significativa: quella mattina le truppe russe iniziano l’invasione dell’Ucraina.

Nel corso del Novecento non si contano gli appelli alla pace della Santa Sede. Nell’agosto 1939 Pio XII proclama «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Paolo VI esclama all’Assemblea delle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965 «Mai più la guerra!». L’esclamazione viene ribadita da Giovanni Paolo II al momento della prima guerra del Golfo. Ma questi appelli, per quanto pressanti, sono pur sempre inseriti in un complessivo quadro teologico in cui la Chiesa presenta una qualche forma di legittimazione morale della violenza bellica.

Con Francesco le cose sono cambiate: la moralizzazione della guerra ha lasciato il posto alla raccomandazione del metodo della non violenza. Ovviamente Bergoglio non ha rinunciato alle esortazioni. Isabella Piro ha censito su L’osservatore romano del 25 febbraio tutte le occasioni in cui, dal 2014, quando si profilò la prima crisi tra Mosca e Kiev, ad oggi il papa ha sollecitato, anche in maniera accorata, le parti al negoziato.

Non sono né poche né irrilevanti. Ma non sta qui l’aspetto che permette di cogliere la novità del ruolo della Santa Sede nella crisi in atto.

Il papato intende oggi essere un concreto operatore di pace, mettendo in opera gli strumenti a sua disposizione per sollecitare l’apertura del dialogo. Ha così caricato di una particolare valenza simbolica un passo diplomatico: il rovesciamento delle regole, compiuto nonostante una prescrizione medica, evidenzia all’opinione pubblica l’urgenza con cui una delle massime autorità morali del pianeta – che per di più gode di una vasta simpatia popolare – chiede di far tacere le armi e di aprire una fase negoziale.

*professore emerito nella Scuola Normale Superiore, Pisa

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