x * @ ǝ. Il dilemma etico del non binarismo sessuale

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mMORALIA BLOG

Roberto Massaro, 04/05/2022

No! Non è un errore di battitura! I simboli contenuti nel titolo costituiscono alcuni degli stratagemmi utilizzati e promossi dalla comunità LGBTIA+ per superare, nel testo scritto, il presunto «sessismo» della lingua italiana

La questione semantica è solo una delle manifestazioni di un fenomeno molto ampio e complesso, che coinvolge tutte quelle persone che non riescono a incasellare la propria identità di genere nel binarismo maschio/femmina. Le persone non binarie (in inglese nonbinary o enby dall’abbreviazione «NB»), infatti, percepiscono il proprio genere sessuale in un modo che travalica la semplice identificazione come uomo o donna. Pertanto essi possono sentirsi appartenenti a entrambi i sessi (bigender), a nessun genere in particolare (agender o genderfree) o oscillanti tra l’uno e l’altro genere (genderfluid).

Trattandosi della percezione della propria identità di genere, ci troviamo in un campo che non coinvolge direttamente l’orientamento sessuale e che non si identifica totalmente con il transgenderismo. Nel mondo enby, infatti, anche quest’ultimo termine porterebbe ancora i segni di una rigida dicotomia che non sarebbe in grado di manifestare la complessità del non binarismo.

Una questione di linguaggio, e non solo…

Le questioni sollevate, come dicevamo all’inizio, coinvolgono il linguaggio non solo nella lingua italiana, ma anche in altre lingue. Pensiamo, a mo’ di esempio, a quella inglese – dove le persone enby preferiscono che ci si rivolga loro con l’utilizzo del pronome they/them –, o a quella francese – dove nel celebre dizionario Le Robert è stato introdotto l’uso del pronome neutro iel – e a tante altre lingue (arabo compreso!). A tal proposito ha fatto scalpore, il 12 aprile 2021, la decisione del comune di Castelfranco Emilia di utilizzare lo shwa sui propri canali social.

Non si tratta, però, solo di un problema grammaticale. Le persone nonbinary chiedono anche l’attuazione di politiche che consentano loro rispetto e integrazione: dall’attenzione al linguaggio nei luoghi di lavoro alla revisione dei moduli, dei certificati e dei documenti fino alle insegne per servizi igienici e spogliatoi. 

Come spesso accade quando si trattano argomenti così delicati, anche nell’ambito dell’etica teologica si sono levate voci di disapprovazione nei confronti di quelle che vengono ritenute strategie per demolire la ricchezza e la bellezza della dualità maschio/femmina tratteggiata nel progetto della creazione o, addirittura, capricci di persone che non hanno raggiunto una piena maturità umana.

Riteniamo, al contrario, che proprio la questione nonbinary sia rivelativa del modo in cui oggi viene vissuto il processo di acquisizione della propria identità sessuale. Già la psicanalisi, ben più di un secolo fa, ci aveva sollecitati a intendere la sessualità come dato e come compito; come insieme di caratteristiche inscritte nel maschile e nel femminile e come percorso irto di difficoltà per appropriarsi delle medesime caratteristiche. Pertanto ci sembra che l’azione ecclesiale possa cominciare, con pacatezza e gradualità, ad affrontare tali questioni iniziando dal percorrere due piccole strade.

Anzitutto, se, come lo stesso magistero afferma, «la persona umana, a giudizio degli scienziati del nostro tempo, è così profondamente influenzata dalla sessualità, che questa deve essere considerata come uno dei fattori che danno alla vita di ciascuno i tratti principali che la distinguono» (PH, n. 1), ogni questione che riguarda il processo di maturazione sessuale va trattata con estrema delicatezza, nel tentativo di comprendere le cause (qualora di cause si possa parlare!) che stanno portando a un cambiamento epocale nel vissuto sessuale degli uomini e delle donne del nostro tempo (soprattutto negli adolescenti).

Dall’altro lato riteniamo che anche la comunità cristiana sia chiamata ad adottare, con i propri mezzi, uno stile più inclusivo, evitando ogni tipo di banalizzazione (o ancor peggio di discriminazione) nei confronti di coloro che, nella loro vita, non rispecchiano, in pienezza quel modello di antropologia e di sessualità che la Tradizione ci ha trasmesso.

Sarebbe, piuttosto, auspicabile che le nostre parrocchie, a partire dai percorsi di catechesi dell’iniziazione cristiana o dai gruppi di ragazzi e adolescenti, sappiano diventare portatrici di una parola buona ed edificante sull’amore e sulla sessualità e siano in grado di sostenere i giovani, anche con l’aiuto di esperti, nel processo di acquisizione della propria identità sessuale.

Roberto Massaro è presbitero della diocesi di Conversano-Monopoli e docente di Teologia morale presso l’Istituto teologico Regina Apuliae della Facoltà teologica pugliese. Ha scritto, di recente, Si può vivere senza eros? La dimensione erotica dell’agire cristiano, Messaggero, Padova 2021.TagEticaSessualitàGender

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