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Poesia in tempo di guerra e di migrazione

  • di

di Mauro Pesce*
Poesia in tempo di guerra e di migrazione (febbraio-maggio 2022).
Queste composizioni sono un tentativo di scrivere poesie diverse per rispondere alla domanda: “Si
può continuare a pensare e scrivere come prima?”. Iniziano tutte con la lettera minuscola per un
bisogno di mostrare che sono in totale continuità con la situazione in cui si vive. Non hanno titolo,
perché se hanno un significato, può solo risultare dalla lettura e sarebbe presuntuoso che l’autore
l’indicasse lui. Molte, forse tutte, queste composizioni hanno ben poca ispirazione e questo fatto è
una testimonianza del fatto che la nostra partecipazione interiore alla situazione di guerra è in fondo
molto superficiale. Forse alla domanda iniziale si deve rispondere: “Si! In questa situazione di
guerra e di migrazione forzata, si continua a pensare e scrivere come prima”.
uomini denudati
avvolti ai pali della luce
picchiati sputati
e poi
gettati
nei portabagagli
a tormentarli
e
ucciderli
è importante sapere chi sia stato?
siamo stati noi, forse
potremmo essere stati


tutto si accumula, si aggiunge,
si distende
in praterie di fogli.
Tutto poi si sbriciola,
poco c’è di vero -però- e poco
anche di falso
in quello
che scrivono poeti,
filosofi
maîtreàpenser, teologi,
rivoluzionari.
Uno sull’altro i libri,
le pagine non lette,
le idee perdute,
le verità non dette
ingoiate, defecate
espulse
mentre continua il vacuo
correre
da un unto all’altro di questa città
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foschia senza mare
libri ammucchiati
alla destra del letto,
faldoni svuotati,
e fogli in attesa
di riempirne degli altri.
Salire in fretta le scale
per essere in tempo
a parlare,
andare per strade
consumate dai piedi
per muri e per spranghe
di questo aggregato di case


suona la campana
le ore del passato
il ritmo andato
della eterna campagna
dei poveri intanati dentro le città.
Martello nuovo oggi batte però
rapido
insistente
che penetra la mente,
sul bronzo batte la trasformazione
la forza e il grido
della rivoluzione.


senti la traccia
qui fra i muri?
è l’odore
dei fiori dell’estate
e qui si mischia all’odore di guerra
corpo pesante
che si disfa
e non sai
cosa potresti fare
in quest’ultima ora.
Frammenti,
segni cancellati
libri, tastiere
garze,
fogli, scritture.
Ricerchi tracce tra le righe
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lanciate forse da un lontano vuoto
palinsesti, parole
per caso pronunciate
cancellate, confuse
tracce di un corpo
che passa forse
tra i rami del sentiero.
Parlano in tanti insieme e tu
hai ricordato
soltanto quella cosa
detta da chi?
perché?
e poi l’hai scritta con le altre accanto
arrivate da chi?
venute qui per caso.
E tu raccogli pietre
gettate dalle onde,
hai fatto una collana
che mi porto addosso,
ogni pietra racconta silenziosa
la sua storia
sconosciuta
e mai saprò qual è.


che vedi Geremia? Dimmi che vedi?
vedo meduse bianche,
la lunga nebbia pallida nel buio.
“Scrivi”, Geremia, -mi diceche
ci sia
qualcuno che comprenda
quello che il buio imprime dentro gli occhi.
Erano i bimbi morti che divori
ogni sera nel piatto.
Ora, l’immenso mare nel silenzio
straripa e copre
tutta questa terra.


continuano a esistere le schiave
clandestine
obbligate
pagate da maschi sposati,
pagate da preti, monaci e imàm,
ayatollàh, american rabbàis,
camionisti e baristi,
professio-nisti
Continuano a esistere le schiave
perché continua
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il matrimonio-accompagnamento obbligo-consuetudinario
perché continua
il sacerdozio maschio,
la religio mìnchita
la cazzuta fede
che nella donna vede
vagina sacra
vagina porcuta
ammasso carnale tettaculo.
Continuano a esistere gli schiavi
perché
continua questo Stato
che agrari industriali

  • e caporali –
    non ergastola
    non decazzutizza
    non dislingua
    e dismanizza.

affittano
piccole schiave cinesi,
coreane thailandesi
ucraìne nigeriane, russe
albanesi.
Schiave
affittano, a ore
a italiani maschi
occhi di pene
mani di pene
per orgasmi di pene.


três plantas de hortênsias
frente no escadaria,
bisogno d’ombra dice
Isaura Gomez e sorride.
Tu compri un borsellino e cambi
i fiori gialli. Non parla l’ucraìno,
Natàlia la moldava,
un uomo vecchio, a trent’anni,
si è presa su al Tarvisio
troppo per lei,
poi uno di quaranta,
e ora “torno al Nord”
gira il suo corpo largo
e ride.
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quanto riso rimane nella pentola!
chissà come fanno i cinesi.
C’è chi mangia vermi vivi,
non so perché noi no.
Putin ai ragazzi russi dice
di uccidere ucraìni
e non so il perché.
L’africano
-che mi chiede ogni giornoin
Nigeria è nato,
io a Genova -invecee
non so perché
mandato a scuola.
La rom sta lì chiedendo e noi
invece no
questo lo so il perché.
Ma niente cambia.
Siamo i perdenti


noi non vogliamo
essere italiani
nati per caso ovunque
NOI
non vogliamo
essere europei
noi siamo zùlu, tartari
nèandèrthaliàni
inuit nilotici africani
noi sempre in amore
della fessura d’occhi
delle donne dell’asia,
del ventre dei maori,
noi
soltanto umani
noi
niente confini
noi che moriamo
bruciando
al vento e all’acqua
di grandi fiumi.


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perché dovremmo,
noi che stiamo al sole,
occuparci di guerra,
dei cingoli dei carri
che schiacciano umani sull’asfalto?
Sempre c’è sole – qui –
sempre c’è un bar
sempre un’amica per
dimenticare


non c’è acqua
né scuola
non c’è dottore
non c’è prete né imàm
non c’è latte né carne
le capre sono morte
e voi ci domandate perché
andiamo via?
Camminiamo diritti
sempre avanti
moriranno i bambini, ma che importa?
ne faranno degli altri
le nostre figlie e mogli
stuprate sulla strada.
E voi ci domandate perché
portate dei lattanti in mare?
Noi, siamo gli umani


dalla finestra entra
odore
della legna che brucia
mi ricoprisse ora
acqua di mare
acqua che annega
acqua che riempie
la tua gola di sale
nebbia
inumidisce l’asfalto
fuoco
esplodono le auto
una per una
in lampi
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risorgono le mura secolari
e i topi
e la peste
e gli stupri e il taglio
del pene dei maschi
e sangue sangue da un capo all’altro
Gerusalemme e Manhattan.
Meglio della bomba che ricopre
di lebbra.
Sentirete guerre e fracasso di guerre
e poi
per mille anni silenzio
sulla terra deserta
sul mare di sangue bollente.
E arriverà la madre vento
che distrugge
e afferra nei capelli
bambini e donne.
Un chicco darà chili
di farina accecante
un’oliva litri litri di olio,
barche ci saranno
immense
inaffondabili
e milioni verranno
a piedi nudi
e bianchi denti.
distrutta la terra vecchia
ecco, ne faranno una nuova
e nessuno finalmente saprà
quello che era stato prima.


che cosa hai in mente Geremia?
Ho in mente il mare
e una barca piena
che si spezza.
Beati, beati i morti in mare
beati quelli che fuggono inseguiti dagli idranti
beati gli emigranti
perché di essi sarà tutta la terra
Uru! Uru! Achìm!
Hava
Hava Naghila we nismeach

* docente di Storia del Cristianesimo nell’Università di Bologna, presidente del Centro Italiano di Studi superiori sulle religioni, direttore di “Annali di Storia dell’esegesi” 

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