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La fede armata

  • di
 dalla Rivista “Il Regno”



Gli interventi di papa Francesco sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina hanno riportato l’attenzione dell’opinione pubblica sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti della violenza – scrive Daniele Menozzi nel testo che apre la rubrica di recensioni librarie dell’ultimo numero della rivista –. Il dibattito che si è sviluppato all’interno e all’esterno del mondo cattolico si è concentrato sul tema della legittimazione morale di uno scontro bellico tra stati, collocando le posizioni del pontefice nel quadro del progressivo svuotamento della teologia della guerra giusta.   Ne è ovvia spiegazione la concreta fattispecie che la Santa Sede ha dovuto affrontare: l’invasione di un paese autonomo che ha reagito con le armi per difendere la propria indipendenza. Ma la questione della moralizzazione della violenza investe anche altri campi. Nel corso del tempo la Chiesa si è infatti trovata davanti a individui o gruppi non statuali che hanno fatto ricorso alle armi per ottenere un cambiamento politico o sociale. La conoscenza del percorso da essa compiuto sulla legittimazione della violenza agita a scopo politico costituisce un tassello di grande utilità per l’intelligenza complessiva degli odierni orientamenti ecclesiali sulla pace e sulla guerra.   A dipanare il nodo un significativo apporto viene da un denso volume da poco in libreria (La fede armata. Cattolici e violenza politica nel Novecento, Il Mulino, Bologna 2022, pp. 325). Lo ha pubblicato Lucia Ceci, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata, che ha dedicato studi importanti sia alla teologia della liberazione in America Latina sia al rapporto tra cattolicesimo e fascismo.   L’opera si concentra sulla Chiesa del XX secolo non solo per sfuggire alle atemporali teorizzazioni teologiche o sociologiche circa i nessi che strutturalmente vincolerebbero religione e violenza; ma anche perché, opportunamente, assume la cesura della Grande guerra come il momento in cui si è profilata, all’interno del mondo cristiano, una generalizzazione della sacralizzazione della violenza che ha inevitabilmente segnato tutto il decorso del Novecento. Basta pensare alle successive ricadute del richiamo alla crociata diffuso in entrambi gli schieramenti che allora si fronteggiarono.
La struttura del libro manifesta sia la cura per le puntuali determinazioni storiche – i nove capitoli scandiscono in ordine cronologico altrettanti case studies che vanno dalla rivoluzione irlandese del 1916 al terrorismo pro-life di ambienti cattolici nordamericani tra la fine dello scorso millennio e l’inizio del nuovo –; sia la volontà d’adeguarsi all’ottica planetaria con cui si muove l’istituzione ecclesiastica, esplorando accanto a situazioni europee (come la guerra civile spagnola, la rivolta ungherese del 1956, il terrorismo rosso in Italia), anche l’Africa (il genocidio del Ruanda), l’Asia (la rivoluzione del Rosario nella Filippine), l’America Latina (la rivolta dei cristeros in Messico).              
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