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E’ “vero amore”?

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“I giovani amanti”, recensione del film franco-belga

di Francesco Domenico Capizzi*

Sintesi

Forse al di là delle intenzioni del regista Carine Tardieu, la filigrana che impronta il filmLes jeunes amants”
è retta dal trinomio sentimento-malattia-irrazionalità.

Il sentimento più come fascino irradiato, esteriore ma trafittivo e pervasivo, che come amore consapevole e maturo.

Pierre (Melvil Poupaud), medico affermato, sul piano clinico e scientifico, nell’Ospedale di Lione, sposato felicemente con una collega bella e accattivante sotto ogni aspetto, padre di due splendidi figli, si imbatte in un’amica, Shana (Fanny Ardant), di una malata agonizzante e ne rimane colpito: la spiccata personalità incentrata e riassumibile nel suo aspetto regale ed armonioso espresso da un sorriso penetrante, un dardo all’istante scagliato dentro l’anima, al quale pare impossibile sottrarvisi.

Nessun discorso intimo fra i due, nessun dialogo, nessun confronto, come dopo 15 anni in Irlanda dove si reincontreranno casualmente.

Eppure l’attrazione di Pierre verso Shana appare totalizzante, nonostante la differenza di età sia quella di madre e figlio e nonostante il loro rapporto sentimentale rimanga superficiale, estraneo alle loro rispettive storie e visioni e prospettive di vita e alle conseguenze che, prevedibilmente, si abbatteranno sul loro futuro.

Tuttavia il rapporto epidermico-estetico-sentimentale prende piede, continua e si consolida a Parigi dove Shana risiede, raggiunta periodicamente da Pierre che continua ad esercitare la sua professione a Lione e a vivere in famiglia, fintantoché decide lealmente di rivelare tutto alla moglie, la quale, davanti ai figli, successivamente, si infurierà fino a percuoterlo.

La storia si complica quando Shana accusa i sintomi del morbo di Parkinson e allontana duramente e senza appello Pierre dalla sua dimora, data l’impossibilità di continuare la relazione per l’evolversi della malattia e contro ogni prospettiva ragionevole di vita insieme.

Pierre rischia di dovere rinunciare alla sua professione e si rifugia nella casa di un collega suo amico.

Arriva il colpo di scena: con un atto di amore generoso e gratuito, fino all’umiliazione, la moglie di Pierre si reca a Parigi nell’abitazione di Shana e, fra le lacrime, la supplica di accogliere Pierre, pena la sua distruzione professionale ed esistenziale.

I due amanti si reincontrano e, nonostante domini la consapevolezza del rapido declino fisico e la prospettiva ravvicinata della morte di Shana, decidono, rappacificati e sorridenti, di vivere insieme.

Commento

 – E’ “amore a prima vista”? Direi di sì, se l’amore consistesse soltanto in istintività e apparenza, direi di no se presuppone anche una ricercata comunione di intenti e affinità d’animo che mai emergono nel film.

La relazione amorosa appare più come “fascinazione e infatuazione a prima vista” da parte di Pierre e curiosità ed avventura in un’inedita ed ultima esperienza, se non altro per l’età e per la malattia ingravescente, da parte di Shana. Nella loro relazione non emergono reali punti di contatto, né condivisioni sul piano intellettuale né sugli aspetti sensoriali mai apparsi travolgenti. Appunto, fondante è il reciproco fascino emanato “a prima vista”, la fascinazione corroborata da speranze di felicità molto limitate nel tempo e nonostante la prevedibile e “irrazionale” implosione familiare imminente e definitiva.

L’elemento estetico-decorativo sembra prevalere su tutto, di facile e pressante consumo, anche sui drammi che inevitabilmente ne derivano.

– La “infatuazione a prescindere…” può assumere un significato estensivo? Sì: se trasposta nelle dinamiche sociali e socio-politiche rischia di produrre unioni, consensi e dialettiche idolatriche fragili e irrimediabilmente caduche, basate su semplici fugaci estetismi ed estemporanee fascinazioni svincolate dai sentimentidel “vero amore”, espresso nel film dalla moglie di Pierre, e dal senso di responsabilità individuale e il conseguimento del “bene comune” che sorreggono l’intera comunità.

  • già docente di Chirurgia generale nell’università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna
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