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“Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

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“Cecita’”, Romanzo di Josè Saramago, Feltrinelli 2013, Premio Nobel per la Letteratura

Recensione di Marina Cagossi°

Con i suoi romanzi Saramago utilizza frasi lunghe e una punteggiatura quasi anticonvenzionale,  narra eventi da prospettive insolite e controverse. Dietro ogni evento si cela quasi sempre il fattore umano.

In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.

“Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

Iniziando la lettura, il libro mi era apparso alquanto inquietante, poi invece mano a mano che divoravo le pagine mi rendevo conto che vi era un pochino la somiglianza con l’attuale situazione Covid .

E alla fine nessuno si salva da solo, ma necessariamente il tempo e la fortuna ci sanno supportare.

Credo che perdere la vista senza un vero motivo sia deleterio per la mente umana, ma è proprio in quel frangente che l’essere umano acutizza i suoi sensi e diventa arguto pur non sapendo di esserlo, dimostrazione che siamo capaci di andare avanti, sarà il nostro istinto di sopravvivenza che nonostante tutto non ci abbandona mai.

E poi il finale, apparentemente stucchevole e scontato, ci mette di fronte alla chiusura dell’ultima pagina con tono riflessivo perché spesso, soprattutto nella vita odierna e nella società in cui viviamo, vediamo solo ciò che ci fa comodo vedere, così come crediamo in ciò che ci fa apparentemente sentire al sicuro per andare avanti, respingendo nuovamente in qualche nostro cassetto mentale la verità che a noi stessi a volte abbiamo il coraggio di confidare.

Laddove non vogliamo vedere cambiamo canale, non rispondiamo ad un email, blocchiamo un contatto, mettiamo gli occhiali da le o semplicemente abbassiamo lo sguardo allorché ne incrociamo un altro, a noi familiare o meno, certi di fare la cosa giusta…

Laddove non vogliamo vedere ci poniamo sulla difensiva di una battaglia piccola o grande che prima o poi il tempo ci riporta a dover affrontare sperando sempre che sia tardi e si possa porre rimedio.

Laddove non vogliamo vedere dovremmo comunque farlo come quando affascinati da un tramonto o un paesaggio non stacchiamo gli occhi a meraviglia di un mondo che, ahimè, ci sta scivolando dalle mani, come un cieco quando a tentoni cerca di capire dove si trova.

Laddove non vogliamo vedere è giusto alzare il capo con gli occhi luminosi di vita e affrontiamo ciò che questa meravigliosa esistenza ci dona, perché una volta abbassate le palpebre e persa per sempre la Vita stessa  cala l’Oscuro…

*laureanda in scienze motorie, divoratrice di libri, lavora in ambito sportivo

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