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“Non è più questione di impegno politico e sociale, ma di vita spirituale”

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Come aveva intuito il cardinale Martini non è più questione di impegno politico e sociale, ma di vita spirituale». Parla il direttore del “Regno” alla vigilia del convegno promosso a Camaldoli

Dal 29 settembre al 2 ottobre si terrà il terzo appuntamento dei ‘Percorsi di cultura politica’ organizzato dalla rivista Il Regno assieme alla Comunità monastica di Camaldoli. Nell’era dei populismi, dei sovranismi e degli individualismi imperanti la politica sembra sempre meno un posto per cattolici. A loro con «libertà» e «responsabilità » è richiesto un lavoro di «rialfabetizzazione», sostiene Gianfranco Brunelli, direttore del Regno che giovedì, dopo il saluto del Priore generale dei Camaldolesi, Alessandro Barban, terrà la relazione introduttiva.

Una riflessione che si troverà a fare i conti con un esito elettorale molto atteso.

L’incontro era fissato da tem-po, prima che qualche soggetto politico, per mero interesse di bottega, affossasse il governo Draghi. Ma svolgerlo cinque giorni dopo questo voto che si annuncia ‘periodizzante’ (in grado cioè di segnare l’apertura di un nuovo periodo storico), ci offre l’opportunità di aggiungere al programma, dedicato al tema: ‘La coscienza e il potere’, una serata di valutazione del risultato elettorale, con Paolo Segatti e Arturo Parisi.

Che cosa significa affrontare in questo periodo storico il tema del rapporto tra coscienza e potere?

Significa analizzare che cosa sono oggi i risorgenti fenomeni dei nazionalismi e delle ideologie sovraniste, le molteplici forme di populismo (di destra e di sinistra): tutti fenomeni che richiedono alle democrazie uno sforzo di rialfabetizzazione. Il Novecento tragico non si è concluso, vista la terribile guerra di Putin contro l’Ucraina. Il cambiamento in cui siamo dentro ci ha portato a vivere un ‘presentismo’ che sembra non avere né il tempo necessario, né gli strumenti per sedimentare valori condivisi. E la perdita di ogni riferimento a un’etica sociale comune apre il tema della coscienza.

Questo voto a ridosso del 20 settembre, anniversario di Porta Pia, ripropone una nuova ‘questione cattolica’?

Dopo la forma politica che la Dc aveva impresso alla nostra democrazia anche le relazioni tra i cattolici e il Paese, tra la Chiesa e il Paese sono tornate a essere una questione generale. La trentennale transizione chiamata ‘Seconda Repubblica’ avrebbe potuto mantenere viva la partecipazione diretta e pubblicamente argomentata dei cattolici alla politica, ma si trattava di una presenza che poteva avvenire (come accadde nel passaggio elettorale del 1996 e, in forma minore perché politicamente più arretrata, nelle due elezioni successive), nella forma del bipolarismo. Il doppio fallimento dell’Ulivo e del berlusconismo hanno definitivamente cancellato quelle possibilità, assieme al bipolarismo. La legge elettorale di allora, il cosiddetto ‘Mattarellum’, aveva una sua coerenza sia nel maggioritario che nel proporzionale, spingeva alla rappresentanza e alla selezione positiva dei candidati, non consegnava il Parlamento in mano alle segreterie dei partiti come questa legge sciagurata. I cattolici, allora presenti metà nell’uno e metà nell’altro schieramento, avrebbero ancora potuto garantire una significativa rilevanza, del cattolicesimo nella politica italiana.

Invece, che cosa è accaduto?

Il mancato superamento del post-comunismo e del postfascismo, che ha contrassegnato il fallimento della transizione è ancora il nostro problema, come attestano queste elezioni. A questo si è aggiunto il ruolo della Chiesa italiana che non comprese la posta in gioco. Cosicché oggi ci troviamo di fronte a una nuova ‘questione cattolica’, la terza, dopo quella ottocentesca e quella novecentesca, che si pone oltre il cattolicesimo politico. È una questione culturale e religiosa, di confronto diretto dei cattolici nella società, assai meno politica. Il che non significa che non vi debba essere l’impegno politico dei cattolici. Ma il centro del discorso non è l’esito personale di tale impegno, bensì il suo fondamento, la sua motivazione.

De Rita sostiene che le ragioni della finanza, e delle armi hanno saputo riproporsi. Quelle dello ‘spirito’ no.

Perché sono più complesse di quelle dell’economia. Soprattutto meno remunerative. La Chiesa, come aveva biblicamente intuito il cardinal Martini, deve ripartire da Dio. Di per sé non basta neppure il modello caritativo, che pure rappresenta la grande risorsa linguistica che ha la Chiesa oggi. Quel modello è la porta di ingresso dell’umano, il luogo nel quale si manifesta il segno della grazia, ma esso necessita di una meditata consapevolezza spirituale. L’incontro con un fratello consiste nella gratuità, che attesta la gratuità di Dio. La consapevolezza del cristiano origina non solo la sua vicinanza all’altro, ma il senso di quella vicinanza. Fuori da questa consapevolezza, la carità ha un esito funzionale, finisce subalterna ai modelli societari volta a volta esistenti, assieme al deperimento dei soggetti che la praticano. L’altro aspetto necessario è quello di una ripresa dell’associazionismo. Sia quello sociale del no-profit, sia quello culturale, sia quello educativo. Bisogna reinvestire su quello. È il tempo dei laici, segnatamente delle donne.

Una Costituzione scritta in larga misura da grandi costituenti cattolici, che mette al centro la persona umana e i corpi intermedi, non è difesa abbastanza dagli stessi cattolici.

Ritornare oggi alla Costituzione significa riprendere la lezione dei padri fondatori. Riprendere, non significa ripetere la lezione. Significa assumerne lo stile e la capacità di sapere riformare quel che va riformato e rinnovato. La Costituzione, che rimane una carta sapiente nei suoi principi ispiratori, non va ‘ipostatizzata’. Vi sono parti che vanno modificate, soprattutto da lato del funzionamento dello Stato, perché la democrazia ha nuove esigenze.

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