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Antidoti al potere

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Legge e libertà

 2 Ottobre 2022 CamaldoliCoscienza e potereIntervistaPillolediCamaldoli

Da Camaldoli, Gabriella Zucchi e Daniela Sala, Il Regno

«I russi che scappano, le ragazze iraniane che si tagliano i capelli, Amira e Bosko, fidanzati uccisi mentre cercavano di scappare da Sarajevo assediata, suor Maria uccisa in un attentato in Mozambico, suor Leonella assassinata in Somalia, suor Luisa, ad Haiti: sono tutte immagini che hanno a che vedere con il potere». Alla V sessione dell’incontro che Il Regno ha organizzato a Camaldoli su «La coscienza e il potere», il giurista Luciano Eusebi tratta del tema «Legge e libertà. Atto morale e coscienza storica di fronte al potere».

Le immagini proposte in apertura mostrano che esistono sempre, come dice il Talmud, 36 giusti i quali, all’insaputa l’uno dell’altro, si fanno capro espiatorio all’incontrario, prendendo sulle proprie spalle il male per tenere viva una traccia di salvezza.

Gli antidoti al potere

Secondo Eusebi, potremmo esprimere la prima esigenza morale dinanzi al potere con una contraddizione in termini: nel far sì che il potere non sia tale, vale a dire che la facoltà delle istituzioni pubbliche di obbligare non costituisca mera espressione di potere.

L’antidoto al potere è stato individuato nella democrazia, un sistema la cui moralità sta nel responsabilizzare tutti, dal punto di vista teorico, rispetto alle scelte legislative. Eppure è un sistema che, in quanto tale, non assicura le leggi migliori. Le regole formali della democrazia possono non bastare a evitare ingiustizie sostanziali.

Ulteriore strumento per depotenziare il potere è creare ex ante, attraversole Carte costituzionali, un argine condiviso, dato per insuperabile, col quale si vorrebbe garantire il senso di una solidarietà, affinché il pluralismo delle società libere non si trasformi in competizione fra nemici.

Dalle regole formali della democrazia si passa, con le Costituzioni, a una sua visione sostanziale: non solo si possono esprimere liberamente le idee e si vota, ma ognuno conta, anche se non ha forza contrattuale, anche se non è parte di una maggioranza, anche se è debole; non si può decidere democraticamente qualsiasi cosa, fino a calpestare il debole o dichiarare una guerra.

Occorre tuttavia una scommessa sulla qualità del tessuto sociale: se la democrazia non garantisce scelte buone, ambisce a renderle, peraltro, probabili, o meno improbabili di quanto lo sarebbero nel quadro di sistemi fondati, a priori, sul potere di uno solo o di pochi. Facendo conto, però, sul fatto che tra i membri del consesso sociale prevalgano persone motivate al bene, disposte a non esasperare gli interessi particolari, oneste, pacifiche, rispettose delle opinioni altrui, desiderose di un’informazione obiettiva, e così via. Condizioni nient’affatto scontate, la cui tenuta, senza dubbio, è fragile.

L’elenco dei limiti che si frappongono al quadro ideale della democrazia può andare oltre. Ne sono esempi la difficoltà del cittadino – che coinvolge anche i suoi rappresentanti – di comprendere le dinamiche che reggono davvero i rapporti economici e le relazioni internazionali, così come l’immiserimento di un dibattito politico fondato sempre più sulla tattica, per fini elettorali, e sulla denigrazione sistematica tra le controparti.

Di fronte alle problematicità di una gestione partecipata e responsabile dei destini sociali si sente parlare di investiture dirette dei leader e dei loro governi, cui attribuire, poi, poteri svincolati da troppe discussioni, o di come élites professionali sarebbero in grado di interpretare l’interesse di tutti, senza le lungaggini delle procedure classiche di elaborazione delle norme, o anche di come la gestione contrattuale degli interessi, e su un altro piano la concertazione diretta tra le lobbies, meglio potrebbero rispondere ai bisogni di ciascuno, rispetto alla pretesa della legge di garantire i diritti sociali.

Sotto scacco è, soprattutto, il ruolo dei Parlamenti, vale a dire il ruolo della legislazione, almeno come la si è intesa nel post-illuminismo. L’alternativa è data dall’investitura di nuove oligarchie, chiamate a regolare i rapporti sociali: col rischio che il percorso di affrancamento tra norma e potere vada incontro a inattese regressioni.

La giustizia dell’incontro

Ma per recuperare moralità rispetto ai poteri occorre uno stacco culturale, che oggi si rende cruciale: si tratta di riformare il modo di concepire l’agire secondo giustizia.

Facilmente ciascuno di noi, pensando a un’immagine della giustizia utilizzerebbe la bilancia, ma si tratta di un’immagine terribile, di un modello moltiplicatore del male. La logica del corrispettivo non conosce limiti, segue la logica dell’estremo.

Qual è l’alternativa? È l’idea che, dinanzi al negativo, la giustizia è chiamata a ricostruire con l’opposto del negativo, deve opporre il bene. La progettazione deve essere secondo il bene di tutti, perfino di chi ha sbagliato, per rendere giusti i rapporti che non ci sono stati. Occorre avere il coraggio di una visione di quei fattori che nella storia possono contenere le derive del male.

Recuperare la persona non è un lusso, ma è fondamentale: ciò che le mafie temono non è la severa pena, corrispondente alla colpa, ma la persona che si è riscattata, che sul territorio mette in dubbio la potenza mafiosa.

Questa necessità di fondo di ripensare la giustizia consente l’incontro tra il filone biblico e la Costituzione. Per la Bibbia la giustizia divina è quella salvifica. Allo stesso modo, compito della Repubblica è «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3). È il messaggio biblico della salvezza.

Purtroppo l’idea del corrispettivo ha inquinato anche il fulcro della fede cristiana: la croce come corrispettivo è l’opposto del messaggio cristiano. È l’amore fino alla croce a essere salvifico.

Davvero l’amore è più grande della morte e questo riguarda anche la politica. Occorre riprendere l’idea di papa Francesco di una fratellanza universale.

La speranza è che emerga dalla coscienza dei popoli un appello ai loro governanti, a tutti i governanti, in cui si dica che non ci riconosciamo più nel fatto che il nostro bene sia ottenuto con logiche di contrapposizione e di predominio. Occorre un mutamento di cultura che nasca dal basso.

La catastrofe è possibile. Urge una coscienza che rivalorizzi la democrazia, che abbia coraggio nel dire che il potere non deve essere funzionale all’interesse, ma al bene comune.

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