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E’ la “trappola di Tucidide”?

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LE ELEZIONI E LE DINAMICHE POLITICHE OLTRE ISRAELE

da Il Mattino, Fabio Nicolucci

Israele è l’occidente dell’Occidente, e le elezioni politiche di martedì confermano questa analisi. Non solo infatti il risultato – la vittoria nella rappresentanza in Parlamento di un blocco di destra coeso malgrado le grandi  differenze, dove però  lo scettro del comando passa infine dai conservatori alla destra più estrema – ma anche cause ed effetti ci dicono che queste elezioni israeliane stanno dentro un quadro di dinamiche politiche che vanno oltre la stessa Israele.

Perché dunque, malgrado gli eccellenti risultati del governo di Lapid, non ultimo il recente storico accordo – ora in discussione di nuovo con la vittoria di Netanyahu – sui confini con il Libano per lo sfruttamento dei giacimenti di gas, la nuova Israele da esso capitanata non riesce a prevalere? Perché i ceti urbani innovatori, i laici e libertari di Tel Aviv, non riescono a collegarsi elettoralmente con la minoranza arabo-israeliana e lasciano il campo ad una destra etnica e razzista sempre più estrema, quasi isolazionista? Una destra che fa della Terra biblica un idolo cosi venerato da non solo negare l’esistenza degli altri popoli ma anche da mettere in pericolo e illudere il proprio che la ricetta sia una guerra eterna alla realtà complessa?

La risposta non è a Tel Aviv. O meglio, non solo. E’ anche a Roma, a Stoccolma, a Londra, a Bonn, a Varsavia. E soprattutto a Washington. Naturalmente la miscela tra elementi locali e contesto internazionale varia da paese a paese, però esistono comunque sottotraccia dinamiche anche generali. E dato che la lingua rappresenta da sempre la fisionomia del potere, come stiamo imparando anche nella nuova fase politica italiana, un indizio significativo su ciò che sta succedendo viene da un dizionario inglese, il Collins. Che ha definito “parola dell’anno” nel 2022 il termine “permacrisis”, cioè l’ossimoro “crisi permanente”, “ un prolungato periodo di instabilità e insicurezza, risultante in particolare da una serie di eventi catastrofici”.

La permacrisis, accentuata dall’impatto dei social sulla sfera pubblica, è un fenomeno globale. Ed è un prodotto della crisi degli imperi e dunque del sistema internazionale nella quale siamo immersi in questo nuovo secolo. Finita la Guerra Fredda con la sconfitta di un impero, quello sovietico, è stato tutto il sistema a doversi riaggiustare. Su quali equilibri? Lì è partita la negoziazione, prima politica negli anni novanta – di cui la guerra in Yugoslavia è stata la prima infezione e crisi . e poi direttamente con altri mezzi. Bellici. Gli imperi hanno così imboccato la via “neo-imperiale”: prima gli Usa, pressati dall’attacco dell’11 settembre, con l’intervento in Iraq nel 2003. Poi il 24 febbraio scorso è stata la volta di Putin. E perfino l’Impero cinese è tentato dallo stesso istinto, e lo si vede su Taiwan. Ed a perdere è sempre l’Europa, unica “potenza di pace”.

La crisi degli imperi ottocenteschi sfociò nella Prima Guerra mondiale. La seconda guerra mondiale nacque dalla prima, perché lasciò irrisolte questioni troppo grandi, potenziate dal turbo della crisi del 1929.Oggi si ripropone purtroppo lo stesso scenario di un dopoguerra “egoistico” – potremmo dire anche non visionario –  da parte dei vincitori del 1989 come nel 1918. A cui la crisi finanziaria del 2007-8 ha messo il turbo come quella del 1929.

 E la Terza guerra mondiale è già cominciata, come ha detto Papa Francesco. Per ora a frammenti. Ma i pezzi si stanno  saldando perché la guerra è conveniente, soprattutto per chi non sa o non vuole proporre un nuovo ordine. Indirettamente, a giovarsene – in occidente elettoralmente, in altri paesi in modo diverso – sono quelle forze di destra estrema che sono al contempo le uniche che rappresentano il mondo senza ipocrisia per quello che è, perché ne sono un prodotto, e che offrono una risposta tanto comprensibile e visibile nel brevissimo periodo quanto tragica nel medio-lungo .

Di fronte a questa permacrisis, infatti, in occidente vi sono due vie: quella più larga e facile è la discesa agli inferi di una guerra tra potenze che regoli i conti tra di loro e dentro di loro, dove prevarranno visioni interne militariste e di legge e ordine a senso unico, cioè regressive. Con un obiettivo principalmente antiredistributivo, non solo perché la guerra conviene a qualcuno ma anche perché l’emergenza bellica non lascia spazio al tema dei diritti, economici e non.  

Oppure vi è quella più stretta: la costruzione di un mondo multipolare sulla base dell’equilibrio di potenza. Per farlo però occorre lavorare da subito, con creatività, per una de-escalation, e non solo in Ucraina. Per poi affrontare, senza nessun illuminismo assoluto – dunque scegliendo tematiche non di nicchia – nuovi equilibri anche interni, in senso ovviamente redistributivo perché i soli ad assicurare una stabilità a più lungo termine. Questa è stata la forza della socialdemocrazia e del welfare state dopo la seconda guerra mondiale, entrata in crisi negli anni ’70 con la rivoluzione reaganiana.

La seconda via sarebbe in realtà l’unica vera uscita dalla crisi, perché l’unica capace di prefigurare anche un nuovo modello. Il problema storico è che in genere i popoli, come negli anni ’30, sono tentati prima dall’illusione della scorciatoia nazional-militarista, e solo dopo aver fatto macerie degli Stati che volevano in questo modo “potenziare”, arrivano ad accettare i compromessi insiti nella seconda via, cooperativa e progressiva, come unico vero “potenziamento” possibile degli Stati nell’epoca delle interdipendenze globali e regionali.  Sta finendo il tempo per evitare le estreme conseguenze della trappola di Tucidide che ha innescato l’aggressione di Putin all’Ucraina, e che a cascata sta innescando la corsa alla guerra e di conseguenza mette il vento in poppa all’unica ideologia che della guerra si nutre, e cioè il nazionalismo della destra estrema. Perché come nella guerra del Peloponneso di 2400 anni fa, a vincere nel breve periodo sarà Sparta, e la democrazia ateniese subirà una torsione oligarchica. Ma fu l’inizio della fine per tutta la Grecia, perché quel modello non è sostenibile nel medio lungo periodo. E dunque l’occidente, per evitare che i cinesi siano i novelli Tebani, deve inventarsi qualcosa di meglio della legge del taglione.

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