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Galileo processato

  • di

di Diego Vincenti, “Il Giorno”

Galileo di nuovo a processo

L’opera sul palco di Lugano con un occhio a presente e futuro

“Processo Galileo“ sarà al Lac di Lugano dal 7 al 9 novembre

Chissà come ne uscirà questa volta il povero Galileo. Di nuovo alla sbarra. Di nuovo simbolo del dialogo fra uomo e scienza, spiritualità e tecnologia. Materia complessa. Bellissima. Qui affrontata da ben due registi: Andrea De Rosa e Carmelo Rifici. Che hanno deciso di firmare insieme “Processo Galileo“, ambiziosa coproduzione fra LAC, TPE – Teatro Piemonte Europa ed Emilia Romagna Teatro ERT, dal 7 al 9 novembre sul palcoscenico di Lugano, per poi a gennaio trasferirsi al Piccolo. Sguardo plurale. Che si proietta anche sulla drammaturgia, visto che a lavorare sui materiali si sono messi due autori altrettanto differenti, Angela Dematté e Fabrizio Sinisi. Affiancati dal prezioso lavoro di dramaturg di Simona Gonella, che solo qualche mese fa era invece a Milano a dirigere un ottimo “Zio Vanja” per il Fontana. Insomma: squadra solida. Alle prese con un’indagine galileiana suddivisa in tre quadri e altrettanti frammenti temporali. Fra passato, presente e futuro. “L’origine di questo lavoro è singolare – spiegano Andrea De Rosa e Carmelo Rifici –: la forte esperienza vissuta a causa della pandemia, aveva spinto entrambi a lavorare sul nostro rapporto con la scienza. Quando scoprimmo il “curioso accidente”, abbiamo deciso di provare a lavorarci insieme, per mostrare, soprattutto a noi stessi, che due registi con stili ed estetiche diverse, potessero abdicare alla loro totale autonomia, per addentrarsi in un territorio nel quale l’attenzione per l’argomento fosse più forte delle istanze individuali. Entrambi avevamo poi il desiderio di ragionare sull’impatto che l’apparato tecnico-scientifico esercita sulle nostre vite. E volevamo farlo a partire da Galileo, dagli atti del suo processo, dalla sentenza della Santa Inquisizione e dall’abiura dello scienziato, per approfondire i rapporti che legano la scienza alla società e al potere”.

Tre storie dunque. Affidate in scena a Luca Lazzareschi e Milvia Marigliano, insieme a Catherine Bertoni de Laet, Giovanni Drago, Roberta Ricciardi e Isacco Venturini. Nella prima si torna indietro al 1633. In un tribunale che ricorda da vicino uno spazio della mente. Per confrontarsi con i documenti, il linguaggio, le tensioni di un momento fondamentale per la scienza moderna. Tempo di un sospiro ed ecco che siamo al presente. A ragionare sulla pervasiva presenza dell’apparato scientifico nel mondo occidentale. Attraverso gli occhi di una giovane donna, di uno studente, di una contadina. Nel finale ci si apre invece al futuro. Si sgretola ogni realismo. E la riflessione diviene una sorta di invettiva a un’idea di progresso sempre più legata alla potenza dei dispositivi tecnologici.

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