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Alla ricerca del Natale perduto: è il rischio che corriamo

  • di
Bernardino Luini: Madonna con il Bambino addormentato e tre angeli (1532)
Parigi, Museo del Louvre

di Alberto Bruno Simoni*

Alla ricerca del Natale perduto: è il rischio che corriamo, come a voler ridare sapore al sale che lo ha perduto, pensando a forme variamente vissute nel tempo e non più significative, sia dal punto di vista di tradizione religiosa che anche in senso culturale, umanitario e sociologico. Al di là di ogni retorica, dove nascerebbe il Messia oggi? Ci preoccupiamo di ritrovare quei significati che nel tempo abbiamo dato noi a questo evento singolare, integrandolo nei nostri costumi, sia pure consapevoli che essi sono ormai astrazioni senza più soggetti viventi, interpreti convinti e credibili. Anche in ambito ecclesiale la nascita di Betlemme non è poi quell’annuncio dirimente che divide i secoli! Diciamo che qui c’è lo specchio dello stato di cose per quanto riguarda la fede cristiana nel mondo. Sembra che a questa fede si voglia assicurare una sopravvivenza attraverso qualche sua variazione storica più che ridare fiato al tema di fondo, che sarebbe poi semplice predicazione di un evento tanto atteso quanto inedito.

Se proprio vogliamo affidarci alle tante analogie relative al Natale, e cioè alle interpretazioni del Verbo fatto carne, è bene sapere che analogia vera e propria c’è quando tra due ordini di realtà qualcosa risulta uguale all’altro solo sotto qualche aspetto,  ma la loro differenza rimane sostanziale. Ben vengano quindi tutte le varianti e risonanze umane di questo mistero, ma ciò non deve appiattirlo fino a nasconderci la sua assoluta  differenza, che si coglie solo nella fede. Per questo non avrebbe senso voler ridare al Natale significati convenzionali e usurati, ma ci sarebbe solo da liberare la potenza vitale di una fede spoglia, se davvero  crediamo che  il Verbo di Dio è colui che si spoglia di se stesso per dare vita ad una nuova creazione e ad un uomo nuovo! Un cambiamento d’epoca perennemente in atto tra le diverse scene del mondo.

È qualcosa che è maturato lentamente nel cuore e nella coscienza dell’umanità tutta e che vorrebbe essere lievito nuovo per una rigenerazione totale. Il profeta Isaia ci riporta al momento del ritorno del popolo da Babilonia a Gerusalemme come se fosse il ritorno del Signore in Sion e un nuovo inizio del suo regno. Ma in questo suo “vangelo” ci fa prevedere che “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”, mentre la nostra gioia e la nostra esultanza per la buona notizia della nascita di un Salvatore sono per lo più un riflesso condizionato o un sentimento indotto.

Il prologo del vangelo di Giovanni ci inviterebbe ad oltrepassare tutte le stratificazioni del Natale e ad entrare nel vivo del mistero della “incarnazione”: il fatto è che noi siamo bravi ad organizzare centri di meditazione e corsi di contemplazione per spiritualisti di professione, ma poi lasciamo cadere come non recepibile la dimensione contemplativa insita nella celebrazione di questo mistero fuori portata, favorendo cristiani entusiasti ma rinunciatari. Viene da dire questo perché, con tutta probabilità, la lettura del prologo sarà sorvolata nella sua visione profonda e riportata ai discorsi esortativi ed optativi di un Natale emotivo ed utopistico. Non sarebbe necessario e urgente mettere a fuoco sentimenti, parole, immagini, gesti, segni, riti, tradizioni, alla luce di quanto in realtà viene annunciato a Maria, a Giuseppe, ai pastori, a tutti gli uomini amati da Dio: pace in terra e gloria nei cieli? E questo perché “oggi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,11).

L’evangelista Giovanni è colui che ci presenta in profondità una visione unitaria del Salvatore nella sua opera nel mondo, quando dice di aver visto “la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”. E da questa manifestazione di gloria non dovremmo distaccarci mai, e renderci conto di cosa effettivamente viene a noi di grazia e di verità. Rimanendo su un piano di verificabilità, c’è la testimonianza di Giovanni il Battista che ci certifica su chi era prima di lui, mentre Giovanni l’evangelista ci rende consapevoli della nuova situazione in cui umanamente veniamo a trovarci, quella di ricevere dalla sua pienezza di vita grazia su grazia. E questo perché egli è il figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, per cui ci parla del Padre e ce lo fa conoscere, un magistero che non ammette supplenze.

A partire da quanto questa narrazione ci ha fatto conoscere, siamo spinti ad entrare anche noi nel seno del Padre e a renderci conto che questo Gesù Cristo è il Verbo che era in principio presso Dio e che è Dio. Quando parliamo del primato della Parola di Dio, è a questa realtà che bisogna ricondurci, neutralizzando qualunque altro “verbo” voglia porsi a principio della nostra esistenza personale e storica, compresi noi stessi, perché “senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. Non solo, ma in lui era la pienezza della vita, e la sua vita è la luce degli uomini, se questa luce che si irradia sul mondo da lui viene accolta come in casa propria, sia pure tra le tenebre, per far risplendere anche noi della  gloria dei figli di Dio. E questo perché il Verbo di Dio si esprime e si comunica nella “carne”, “divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo” (Fil 2, 7-8).

Potremmo chiederci quanto questa ricchezza di luce e di vita, di grazia e di verità generi e qualifichi la nostra esistenza cristiana, e se per caso non meritiamo il rimprovero di Geremia 2,13: “Il mio popolo infatti ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente d’acqua viva, e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l’acqua”. Come test di qualità e di realismo della nostra spiritualità di credenti abbiamo il passo della lettera agli Ebrei, che sembra parafrasare il prologo giovanneo: nella linea profetica, Dio “in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo”.

Siamo poco portati a pensare che “egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”: qualcosa che rimane sullo sfondo della nostra visione cristiana, senza diventare un orizzonte di realtà e di vita, per cui siamo portatori di una fede ridotta a parvenze  o a primi piani di altro genere. Basterebbe memorizzare e ripensare che egli “tutto sostiene con la sua parola potente”, e farne il motivo portante della nostra esistenza di credenti: la nostra fede in realtà può vantare tante opere buone, ma manca di una verità viva, che dovrebbe trasformarci dentro! Dovrebbero diventare orientative parole come queste: “Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. Sarebbe un Natale di grazia e di adorazione in spirito, così come lo auguro a voi tutti!

  • op, responsabile della Rivista “Koinonia”
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