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“GIUSTIZIA E PACE SI BACERANNO”

  • di


                                       Lettera alla città

                       «GIUSTIZIA E PACE SI BACERANNO»
                              Armi che distruggono e armi che edificano

 di + Erio CastellucciArcivescovo-Abate di Modena-Nonantola
Modena, 31 gennaio 2023

«C’era una volta un vagone ferroviario» … sembra l’inizio di
una moderna favola, una delle storie fantastiche a lieto fine che
affascinano i bimbi. Purtroppo non è una favola e non è neppure
a lieto fine. L’armistizio che segnava ufficialmente la conclusione
della Prima guerra mondiale fu firmato l’11 novembre 1918
all’interno del vagone 2419D, posizionato nella radura di
Compiègne, una cittadina a circa 80 km a Nord di Parigi. La
Francia, tra le nazioni vincitrici di quel conflitto mondiale che
aveva registrato più di 16 milioni di morti tra militari e civili e un
numero ancora maggiore di feriti, inflisse all’Impero tedesco e ai
suoi alleati, che avevano perso la guerra, una resa umiliante,
sancita poi dal trattato di Versailles, siglato nel maggio 1919. Alla
Germania, ritenuta principale responsabile del disastroso
conflitto, furono addossati tutti i danni materiali della guerra: i
suoi territori vennero ridotti al minimo e il suo esercito
fortemente limitato; i vincitori pretendevano un risarcimento
esageratamente esoso, pur sapendo che difficilmente sarebbe
stato pagato.
Dal vagone di Compiègne uscì la pace, ma i tedeschi non ne
uscirono rappacificati: ne furono anzi frustrati e si sentirono
troppo ingiustamente puniti. Tanto che negli anni successivi,
complice un’inflazione incontrollata con sacche di povertà e di
fame mai provate dal popolo, crebbe in Germania il risentimento
e l’odio verso i paesi che avevano vinto la guerra. Hitler se ne
fece portatore: e se nel gennaio 1933 fu nominato Cancelliere del
Reich, a seguito delle elezioni democratiche stravinte dal suo

partito poche settimane prima, fu anche a motivo del riscatto
nazionale da lui promesso nel suo delirante Mein Kampf (1925),
nel quale programmava una vera e propria vendetta nei
confronti di tutti coloro che, a suo giudizio, erano nemici del
popolo tedesco, formato dalla razza superiore degli «ariani».
Quando Hitler, all’inizio della Seconda guerra mondiale,
invase la Francia, nel maggio del 1940, conquistando Parigi
poche settimane dopo e ottenendo subito la resa del governo
francese, impose la firma dell’armistizio nella stessa carrozza
2419 D, e nello stesso punto, la radura di Compiègne, nel quale
ventidue anni prima si era consumata l’umiliazione dei tedeschi.
L’ignaro vagone, nel frattempo, era stato sistemato in un museo,
costruito appositamente, ad un centinaio di metri dal luogo della
firma; Hitler pretese che venisse portato fuori – il che comportò
l’abbattimento di un grande muro – e collocato esattamente sullo
stesso punto: così il 22 giugno 1940, dopo ore di estenuanti
trattative, la Germania restituì alla Francia l’umiliazione
ricevuta; ma questa volta, a differenza della precedente, il tutto
avvenne sotto le telecamere e le macchine fotografiche, con
decine di reporter e con la registrazione segreta di tutti i colloqui.
La vendetta doveva essere impressionante, e lo fu.
Si racconta – e qui il tono ritorna ad essere quello della favola,
perché mancano fonti sicure – che quella carrozza sia stata
portata in Germania e sia stata distrutta dagli stessi tedeschi nel
marzo del 1945, quando ormai gli eserciti alleati stavano per
entrare a Berlino e decretare la fine del terzo Reich; forse i nazisti
temevano una nuova rivalsa: magari i vincitori avrebbero
nuovamente riesumato quel povero vagone per farne ancora il
teatro di chissà quali umiliazioni…
                                          * * *
Da quando ho scoperto la storia di questa carrozza ferroviaria,
tutte le volte che incrocio nella preghiera il versetto del Salmo
85,11 – «giustizia e pace si baceranno» – non posso fare a meno di

ricordarmela. Pace e giustizia sono gemelle, come cercherò di
dire in questa Lettera alla città, offrendo solo alcuni spunti. Una
giustizia senza pace è impossibile, perché il conflitto crea sempre
violenza, iniquità, sopraffazione; una pace senza giustizia è
degradante e umiliante, perché impone un ordine che produce
risentimento, desiderio di riscatto e di vendetta. Papa Benedetto
XV, che era intervenuto con una lettera ai capi dei popoli
coinvolti nella Prima guerra mondiale definendola «inutile
strage» (1° agosto 1917), e creando con ciò irritazione nei molti
convinti belligeranti, poco tempo dopo la firma dell’armistizio di
Compiègne scrisse: «se sono stati firmati alcuni patti di pace,
restano tuttavia i germi di antiche inimicizie; e voi ben
comprendete come nessuna pace possa consolidarsi, come
nessuna convenzione possa valere (…) se contemporaneamente
non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione
fondata sulla vicendevole carità (…). L’umanità andrebbe
incontro ai più gravi disastri, se, pur concordata la pace,
continuassero tra i popoli latenti ostilità ed avversioni» (Enc.
Pacem, Dei munus pulcherrimum, 23 maggio 1920). Purtroppo le
sue parole furono profetiche. Nessuna pace si può costruire su
parole e gesti di vendetta; la pace si può costruire solo su parole
e gesti di giustizia, che rinunciano all’umiliazione
dell’avversario. Una pace costruita sulla vendetta non fa altro che
spargere quei semi di odio e risentimento che prepara la
rivincita, in una catena di sopraffazioni che non finisce più.
                                         * * *
Il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina da parte
della Federazione russa, resterà nella memoria come una delle
date più tragiche della storia contemporanea. Quando scoppiò
quest’ultima insensata guerra, ormai quasi un anno fa, non tutti
sapevano che di conflitti nel mondo se ne stavano consumando
molti altri: una decina particolarmente devastanti (in Etiopia,
Yemen, Sael, Nigeria, Afghanistan, Libano, Sudan, Haiti,
Colombia, Myanmar) e molte altre guerre locali, come i conflitti

tra gruppi contrapposti o i conflitti civili. Chi conta tutti i focolai
di guerra nel mondo, arriva addirittura al numero di 170. Per
questo, da tempo, papa Francesco parla della «terza guerra
mondiale a pezzi»: molti di questi conflitti sono dimenticati,
perché non toccano direttamente gli interessi dell’Occidente e
quindi non coinvolgono le grandi potenze.
Lo stesso mercato delle armi alimenta le guerre, in una sorta
di tragico circolo vizioso: più si combatte, più si producono e
commerciano armi, più si vendono e più si favoriscono i conflitti.
Nel 2021 le spese per gli armamenti sono state il 2,2% delle spese
mondiali, per oltre duemila miliardi di dollari: una parte di
queste risorse, se tutti gli Stati si accordassero per ridurre gli
armamenti – e dunque la possibilità di difendersi fosse
comunque assicurata – si potrebbero destinare agli investimenti
per il lavoro, le cure mediche, la lotta alla fame, lo sviluppo.
Sarebbe sufficiente il 10% delle spese impiegate negli armamenti
per affrontare efficacemente il problema della fame nel mondo,
che attanaglia ancora più di 820 milioni di persone. Le guerre poi,
oltre al carico immediato di devastazione e di morte, aumentano
le ingiustizie, l’inquinamento, le migrazioni forzate, il
terrorismo, l’insicurezza, le malattie, il divario tra ricchi e poveri.
L’intreccio fra guerre e ingiustizie portava un quarto di secolo fa
papa Giovanni Paolo II a scrivere, purtroppo ancora una volta
profeticamente: «quando si offende la giustizia, si mette a
repentaglio anche la pace (…). Siamo alle soglie di una nuova era,
che porta con sé grandi speranze ed inquietanti interrogativi.
Quali saranno le conseguenze dei cambiamenti in atto? Potranno
tutti trarre vantaggio da un mercato globale? Avranno
finalmente tutti la possibilità di godere della pace? Le relazioni
tra gli Stati saranno più eque, oppure le competizioni
economiche e le rivalità tra popoli e nazioni condurranno
l’umanità verso una situazione di instabilità ancora maggiore?»
(Messaggio per la XXXI Giornata Mondiale della pace, 1 gennaio
1998).

                                             * * *
Lo scoppio della guerra in Ucraina è stato un pugno nello
stomaco che ha risvegliato sentimenti intensi e profondi, come la
rabbia, l’incredulità, la paura e l’angoscia, l’impotenza e il
desiderio di riscatto; ma ha mosso pure gesti di solidarietà,
accoglienza e condivisione, anche nella nostra città di Modena e
nelle comunità civili ed ecclesiali presenti nel territorio
diocesano. Papa Francesco è intervenuto ormai decine di volte,
con toni sempre incisivi e accorati, avanzando anche proposte di
trattativa, restando però finora inascoltato. Da qualcuno la sua
posizione è ritenuta troppo diplomatica, quasi equidistante tra le
due parti in guerra; in realtà ha chiaramente condannato
l’invasione da parte della Federazione russa e ha preso le
distanze dalla legittimazione teologica che ne ha purtroppo
fornito il patriarca ortodosso Kirill. Chi vorrebbe dal Papa prese
di posizione ancora più nette contro lo Stato russo, dimentica che
il Papa vede la realtà non attraverso gli occhi dei capi di Stato e
dei loro governanti, ma attraverso gli occhi delle vittime,
soprattutto dei bambini e delle persone fragili, ma anche di quei
giovani militari che da entrambe le parti in guerra vengono
immolati alla causa, gettando nel dolore da una parte e dall’altra
centinaia di migliaia di famiglie. Chi decide la guerra, oggi,
solitamente se ne sta al sicuro nel proprio studio o nel proprio
bunker, mentre chi la combatte – da qualsiasi parte si collochi –
ne è normalmente vittima. Non è questo il tentativo di dare torto
a tutti, perché resta fermo che esiste un invasore violento e un
popolo che ha subìto l’invasione; è solo il tentativo di ricordare
come la guerra abbruttisca e danneggi tutti coloro che la
combattono sul campo, i quali finiscono per diventare tutti
vittime.
                                          * * *
Certamente, dunque, in questa guerra c’è uno Stato invasore e
c’è uno Stato indipendente invaso: non possiamo metterli sullo
stesso piano; e nemmeno possiamo accettare la menzogna

linguistica della «operazione militare speciale», imposta dai
responsabili della Federazione russa per attenuarne l’impatto e
giustificarne le modalità. La manipolazione del linguaggio è
sempre il primo segnale di un’ingiustizia in atto: basterebbe solo
questo per capire a chi assegnare il maggior torto. Vengono alla
mente altre drammatiche manipolazioni, ideate da dittatori del
XX secolo. Per rimanere in casa nostra, basta menzionare la
falsificazione del linguaggio operata da Mussolini, nell’intento di
imitare il suo omologo tedesco, quando nel 1938 promulgò le
cosiddette «leggi razziali», seguite da norme e circolari zeppe di
termini il cui significato è stravolto: dove ad esempio la parola
«discriminati» non connotava quegli ebrei che vennero esclusi
dalla scuola, dall’università, dal lavoro e da molti ruoli pubblici,
bensì al contrario quelli che risultavano immuni dalle leggi
razziali, a motivo dei loro meriti eccezionali verso la nazione: in
modo che molti ebrei, per tutelarsi, cercavano di ottenere la
qualifica di «discriminato»… oltre al danno, la beffa. Nelle
medesime leggi fasciste, per fare un altro esempio, la cosiddetta
«bonifica libraria» indicava la normativa che vietava la
pubblicazione, e ordinava l’eliminazione, delle opere di ebrei
«non gradite in Italia»: una pesante censura, dunque, che colpì
gli autori e gli editori e di conseguenza i potenziali lettori. Donne
e uomini di grande levatura, individuati come ebrei, si videro
vietata la diffusione delle loro opere e l’eliminazione dal
commercio, nel caso fossero già state pubblicate; di nuovo la
beffa: questa assurda legislazione, presentata come «bonifica»,
non doveva richiamare l’inquisizione o i roghi dei libri, ma
doveva piuttosto fare pensare al risanamento dei territori
paludosi… La manipolazione delle parole è un’ingiustizia che
prelude ad ogni altra ingiustizia, è una dichiarazione di guerra
che rappresenta l’avvisaglia di un imminente conflitto armato.
                                          * * *
Il pericolo di stravolgere il linguaggio, facendo violenza alle
parole e costringendole a significare il contrario di ciò che

vorrebbero dire, è tutt’altro che superato. La guardia non va mai
abbassata, anzi va alzata: oggi i social permettono di divulgare
tutto e il contrario di tutto, dando voce all’arroganza e alla
violenza verbale, alle minacce e alle fake news infondate e
infamanti, senza la reale possibilità di smentire e ricostruire la
verità: sia nei macrosistemi internazionali come nei microsistemi
locali. E purtroppo la guerra – anche la guerra delle parole –
continua ad attrarre di più rispetto alla pace. Miliardi e miliardi
di parole, rimbalzate sui giornali e sui siti, travestite da slogans e
luoghi comuni devastanti. Se «le parole sono pietre», come ha
scritto Carlo Levi, la bocca (o la tastiera) rischia di diventare una
catapulta. Le pietre infatti possono servire per edificare o per
lapidare. Oggi spesso volano nell’aria parole che rischiano di
uccidere: sono le «parole ostili» che fanno di ogni erba un fascio,
mirando a suscitare la rabbia repressa, ad ossigenare le paure
ataviche, ad ingigantire i pericoli e ad identificare «l’altro» con il
nemico. Quando non ci sono argomenti con cui portare avanti le
proprie idee, le parole escono come urla: sfogarsi contro
qualcuno, in fondo, fa sentire migliori. All’inizio di ogni conflitto
c’è sempre una guerra di parole.
                                            * * *
Lo stesso termine «pace» è vulnerabile e ambiguo, se non
viene immerso da capo a piedi nella giustizia. Ricordava il
Concilio Vaticano II che «la pace non è la semplice assenza della
guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio
delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica
dominazione, ma viene con tutta esattezza definita “opera della
giustizia”: cf. Isaia 32,17» (Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n.
78). E continuava provocatoriamente: «Se non verranno in futuro
conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, rinunciando
ad ogni odio e inimicizia, l’umanità che, pur avendo compiuto
mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già in grave
pericolo, sarà forse condotta funestamente a quell’ora, in cui non
potrà sperimentare altra pace che la pace terribile della morte»

(n. 82). Una pace che non nasce da un ordine giusto, una pace
imposta, non è una vera pace. Papa Giovanni XXIII, nella sua
grande Enciclica Pacem in terris di cui quest’anno ricorre il 60°
anniversario, ricordava che la pace è «fondata nella verità,
nell’amore, nella giustizia e nella libertà» (11 aprile 1963).
Credo sia questo il motivo per cui Gesù, che di pace se ne
intendeva e soprattutto la viveva – San Paolo scrive che è lui «la
nostra pace» (Efesini 2,14) – distingue tra vera e falsa pace. Chi
legge velocemente i Vangeli, ha l’impressione che il Signore ad
un certo punto si contraddica. Da una parte proclama la pace, fin
dall’inizio della sua predicazione: “beati gli operatori di pace”
(Matteo 5,9). E dopo la sua risurrezione i discepoli si sentono dire
più volte: «pace a voi!» (Giovanni 20,19.21.26). Del resto pochi
giorni prima, in occasione del suo arresto, aveva rifiutato la
violenza sotto ogni sua forma, anche quando un gesto di
legittima difesa l’avrebbe forse sottratto ai soldati venuti per
prelevarlo, come dimostra il comando che dà al bellicoso Pietro:
«rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono
mano alla spada, periranno di spada» (Matteo 26,52). Fin qui tutto
bene: Gesù è per la pace. Eppure ad un certo punto dice il
contrario: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla
terra; non sono venuto a mettere pace, ma spada» (Matteo 10,34).
Insomma, è venuto a portare la pace oppure a sguainare la
spada? Lui stesso scioglie la contraddizione, quando dice ai
discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il
mondo, io la do a voi» (Giovanni 14,27). C’è una pace che Gesù
non è venuto a portare e che, sebbene mascherata da pace, in
realtà si chiama «indifferenza». Diversi sono gli esempi già nel
Vangelo: dal ricco che vuole essere «lasciato in pace»: dal
sacerdote e levita che vedono l’uomo bastonato dai briganti e
tirano dritto per la loro strada (cf. Luca 10,25-37), al ricco sfondato
che banchetta lautamente rifiutando qualsiasi aiuto al povero
Lazzaro, desideroso di sfamarsi con le briciole che cadono dalla
sua tavola (cf. Luca 16,19-31), fino a Ponzio Pilato che, per non

rischiare il posto di governatore ed essere lasciato «in pace» dai
capi del popolo, si lava le mani sulla sorte di un uomo
ingiustamente condannato (cf. Matteo 27,24). Questa è la pace che
Gesù non ha portato sulla terra, è quella falsa pace che lui ha
sempre combattuto: l’indifferenza, l’atteggiamento di chi vuole
essere lasciato «in pace» e guarda solo ai propri interessi. Come
la falsa pace dell’oppressione è imposta dai dittatori ai popoli,
così la falsa pace dell’indifferenza è imposta dall’egoismo ai
cuori.
La pace che Gesù invece è venuto a portare è una spada, che
recide dalla nostra coscienza la tentazione di girare lo sguardo
da un’altra parte, di far finta di niente davanti alle ingiustizie, di
restare comodamente al calduccio nel nostro nido, accada quel
che accada. La pace vera si conquista a prezzo di una lotta contro
l’egoismo in se stessi e l’ingiustizia nel mondo. Se una
beatitudine, la sesta, loda gli operatori di pace, ben due, la terza
e la settima, parlano della giustizia: «beati quelli che hanno fame
e sete della giustizia, perché saranno saziati; beati i perseguitati
per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli»
(Matteo 5,6.10). Un solo combattimento dunque è lecito, anzi
doveroso: la guerra contro l’egoismo personale e collettivo, la
lotta cioè contro l’ingiustizia. In questo senso San Paolo,
riconvertendo le armi dell’epoca in strumenti di pace, scrive: «La
nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne,
ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo
mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle
regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate
resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver
superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con
la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come
calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace.
Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete
spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche

l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di
Dio» (Efesini 6,12-17).
Uno degli episodi più noti della vita di San Geminiano,
scolpito nel Duomo di Modena in una delle sei scene
dell’architrave della Porta dei Principi o del Battesimo, raffigura
il santo vescovo in viaggio verso Costantinopoli, chiamato
dall’imperatore ad esorcizzare la figlia posseduta dal demonio.
Durante la navigazione, Geminiano è insidiato dal diavolo, il cui
volto orribile compare all’estrema destra del bassorilievo, tra i
flutti del mare e la prua della barca. Chi combatte contro il male,
sa di averlo come compagno di viaggio e per questo deve stare
sempre in guardia, vigilando per l’intero arco della vita.
                                            * * *
Un senso di sconforto, tuttavia, può prendere noi, cittadini e
cristiani comuni, che non abbiamo accesso alle stanze dei bottoni:
come possiamo essere operatori di pace e di giustizia insieme?
Che peso può avere il nostro comportamento negli equilibri del
mondo? Conosciamo la risposta, sia come cittadini sia come
cristiani; ed è quella che Madre Teresa di Calcutta ribadì in
diverse occasioni: «ciò che faccio è solo una goccia nell’oceano,
ma se non lo facessi l’oceano avrebbe una goccia in meno». E
siccome l’oceano è un ammasso di gocce, più persone operano la
pace vera, fondata sulla giustizia, più l’oceano si risana. La sfida
è prima di tutto educativa, a partire dai bambini, i quali non sono
solo destinatari di insegnamenti sulla pace e la giustizia, ma ne
sono maestri. Nei bimbi c’è infatti un senso innato di giustizia e
un desiderio spontaneo di pace; una delle prime frasi compiute
che imparano a pronunciare, a volte con disappunto, è: «non è
giusto!»; e un’altra è: «facciamo la pace?». Negli ultimi giorni
dello scorso febbraio, scoppiata la guerra, sono stati loro a
lanciare i messaggi più veri. Niccolò, al secondo anno delle
elementari, scrive ai suoi coetanei ucraini: «Noi non vogliamo la
guerra. Noi vogliamo la pace. La guerra non si fa. La guerra è
brutta. Se avete paura della guerra non vi preoccupate, venite da

me, ci divertiremo un mondo!». Per questo Gesù ci chiede
insistentemente di diventare come bambini (cf. Matteo 18,1-
5.10.12-14).
La passione per la pace e la giustizia non legittimano la
violenza di chi aggredisce. Tramontata la nozione di «guerra
giusta», con la quale si sono – appunto – giustificati tanti conflitti
politici e religiosi, si deve ammettere invece che la legittima
difesa personale e la «responsabilità di proteggere», declinati sia
in senso personale che collettivo, restano capisaldi del diritto e
dell’etica. Una persona può autotutelarsi da un attacco ingiusto,
reagendo secondo il principio della proporzionalità: ossia
cercando di fermare l’aggressore e metterlo in condizioni di non
nuocere, senza che la reazione diventi smisurata rispetto
all’azione. Una persona può rinunciare per se stessa a questo
diritto, ma non può rinunciare per un’altra persona che necessiti
di protezione. Un genitore ad esempio ha il diritto e il dovere di
difendere un figlio aggredito; analogamente uno Stato, pur
dovendo valutare caso per caso quando risulti più efficace la
difesa armata o la risposta non-violenta, ha il diritto e il dovere
di difendere i propri cittadini aggrediti.
Disse papa Benedetto XVI nel suo Discorso all’Assemblea delle
Nazioni Unite: «Ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la
propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti
umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie,
provocate sia dalla natura che dall’uomo. Se gli Stati non sono in
grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale
deve intervenire con i mezzi giuridici previsti dalla Carta delle
Nazioni Unite e da altri strumenti internazionali. L’azione della
comunità internazionale e delle sue istituzioni, supposto il
rispetto dei principi che sono alla base dell’ordine
internazionale, non deve mai essere interpretata come
un’imposizione indesiderata e una limitazione di sovranità. Al
contrario, è l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano
danno reale» (18 aprile 2008). Papa Benedetto ha così portato

l’attenzione su un punto dolente dell’intera questione delle
guerre nel mondo: la «comunità internazionale», che purtroppo
continua – nel suo organismo più qualificato e rappresentativo,
l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) – a dimostrarsi
incapace di decidere e intervenire efficacemente. Sono tanti i
freni che rendono inefficace la macchina delle Nazioni Unite, tra
i quali l’istituto del «veto» dentro il Consiglio di Sicurezza e,
ancor più radicalmente, la prevalenza di interessi nazionali sul
diritto internazionale, o addirittura le pressioni di alcuni gruppi
di potere economico e politico.
                                             * * *
“Giustizia e pace si baceranno”, come dice il Salmo, ma solo
nel mondo futuro. Le spade diventeranno aratri e le lance falci,
scrive il profeta Isaia (2,4), ma solo alla fine dei giorni. Sembra
che la pace e la giustizia tardino ad incontrarsi, almeno su questa
terra e dentro a questa storia. Ciascuno di noi, però, può dare il
proprio contributo lottando contro l’ingiustizia, a partire dai
propri ambienti di vita, evitando di alimentare le catene dell’odio
e del risentimento – ricordiamoci il vagone ferroviario di
Compiègne – e favorendo così la vera pace. Mai chiudere gli
occhi, mai passare accanto alle sopraffazioni, mai cadere
nell’indifferenza per essere «lasciati in pace». Costa parecchio,
ma è l’unica via per una pace autentica e duratura, a cui tutti gli
esseri umani devono dare il loro contributo e che i credenti,
inoltre, devono invocare come dono dall’alto.

                                                       

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