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MINORE ETA’, MAGGIORE ANSIA

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MINORE ETA’, MAGGIORE ANSIA

Ansia da prestazione, crisi di identità e psicosi.

DI Elena Mieli*

Un malessere degli adulti adesso ha contagiato i giovani, e anche se coinvolge la “”generazione Covid”” ha radici più lontane della pandemia. Come districarsi tra cause e rimedi.

La difficoltà a gestire le relazioni, il ritiro sociale e l’isolamento sono sempre più comuni fra i giovanissimi e possono essere il sintomo di un disagio più importante.

C’è chi pian piano ha iniziato ad isolarsi dagli amici perché non si sente a suo agio in mezzo agli altri,

chi non tollera più l’idea di essere interrogato o non riesce a presentarsi a scuola quando c’è il compito in classe. C’è chi fatica ad uscire all’aperto, tanto da non essere più uscito dalla cameretta, dopo le restrizioni imposte dalla pandemia e la scuola a distanza.

L’ansia, oggi, è una compagna costante della vita di tanti adolescenti, uno dei tratti più diffusi di quella che “”gli esperti”” hanno ribattezzato la “”generazione Covid.””

–  Il peso delle aspettative

Eppure tutto era già iniziato prima dell’arrivo del virus che ha cambiato il mondo.

Secondo un rapporto dei Centers for Disease Control statunitensi, già nel 2019 il 14% dei ragazzini dai 12 ai 17 anni soffriva o aveva sofferto di un disturbo di ansia; dati confermati anche da stime europee, secondo cui da almeno un decennio la salute mentale dei giovanissimi si stava lentamente deteriorando. I motivi del malessere erano già tanti anche prima del virus: secondo un documento dell’American Academy of Pediatrics, nell’ultimo decennio vari fattori hanno contribuito all’aumento dell’ansia, fra cui le alte aspettative, e la pressione per avere successo, assai maggiori rispetto al passato. Una indagine condotta ogni anno su un campione di matricole di college dall’Higher Education Research Institute dell’Università di Los Angeles, per esempio, ha rivelato che nel 2016 il 41% dei diciottenni ha ammesso di sentirsi sopraffatto dalle aspettative e dalla quantità di impegni, mentre nel 1985 accadeva solo al 18%.

A questo si aggiungono, secondo gli esperti statunitensi, la sensazione sempre più diffusa che il mondo sia un posto insicuro e minaccioso, ma soprattutto l’uso dei “”social””. I teenagers sono esposti quotidianamente a smartphone e computer per una media di otto ore e mezzo, parecchie delle quali passate a sbirciare post e video di coetanei che ostentano vite sfavillanti, che li fanno sentire inadeguati e sbagliati. Così alle soglie del 2020, i ragazzi con l’ansia da prestazione, con l’ansia da paura del mondo o quella di esporsi agli altri, erano tantissimi. (nota 1).

–  Effetto pandemia          

Il Covid, poi, è stato un enorme detonatore di disagio: Nicole Racine, psicologa dell’Università di Calgary in Canada, ha analizzato i dati di oltre 80.000 adolescenti durante la pandemia e ha osservato che oggi il 20% ha sintomi d’ansia, contro una percentuale che negli anni precedenti era in media di circa il 10%. Una recente indagine di Laboratorio Adolescenza, su un campione di oltre 5.000 adolescenti italiani, conferma il quadro poco confortante.

Il 40% degli Italiani adolescenti dice di sentirsi spesso ansioso. Le ragazze sono più numerose. Stando ai risultati, la maggior parte dei ragazzi e ragazze si sente spesso triste senza ragione, soffre di sbalzi di umore. Le ragazze, poi, dove i disagi psicologici di quel 40% sfiorano l’80%, ammettono di sentirsi frequentemente ansiose od impaurite, al punto di avere la sensazione di non riuscire a respirare. Una vera e propria angoscia, insomma, ben diversa dall’ansia buona e fisiologica, quella che prende prima di un compito o una interrogazione e agita, ma non impedisce di uscire di casa e misurarsi col mondo.

“L’ansia diventa un disturbo quando non consente di vivere normalmente, compromettendo le giornate” spiega Stefano Vicari, responsabile della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “L’ansia esiste in tante forme, ma tutte hanno un impatto negativo sulla qualità della vita. C’è chi ha una fobia specifica e quindi, per esempio, non riesce a guidare o a stare negli spazi aperti o affollati. C’è l’ansia di separazione di chi, specialmente i più piccoli, non vuole lasciare la famiglia. C’è la fobia sociale dei ragazzi che non escono più di casa ed evitano tutti i contatti col mondo. In effetti dopo il lockdown in molti hanno avuto difficoltà a lasciare la propria casa, se non addirittura la propria stanza. L’aiuto di uno psicologo è essenziale quando l’ansia compromette le normali attività.

La pandemia poi ha aggiunto la paura di ammalarsi o far ammalare i familiari e tolto mezzi di difesa come il rapporto con gli amici. Gli adolescenti che hanno superato meglio i vari lockdown, senza sviluppare particolari disturbi di ansia sono quelli che hanno potuto avere una frequenza scolastica regolare e mantenere in qualche forma i rapporti con i coetanei. Anche avere fratelli o sorelle è risultato protettivo, così come vivere in una casa con spazi esterni e in una famiglia in cui si è privilegiata la lettura e il dialogo rispetto all’uso di strumenti elettronici.” 

–  L’importanza delle relazioni vere.   

Questo anche perché i telefonini e social non aiutano, anzi! Come sottolinea Giuseppe Ducci della Società Italiana di Psichiatria: “L’iperconnessione digitale porta ad una disconnessione delle emozioni: interagire con gli altri senza vederli e ascoltarli in presenza, mettendo solo like, non aiuta i processi di costruzione della personalità necessari in adolescenza, che invece richiedono un confronto diretto con i coetanei. Questo, associato alla mancanza della scuola – che è il contesto principale in cui gli adolescenti imparano ad autoregolare le proprie emozioni – ha provocato una impennata di disagio, di cui l’ansia è solo il fenomeno più appariscente e, spesso, un sintomo sentinella che nasconde altri problemi. (nota 2) (nota 3)

La scuola a distanza poi ha innescato l’abitudine di vedersi sugli schermi, ma questa modalità non aiuta la maturazione.

Sono insomma le relazioni con gli amici e con i familiari che salvano i ragazzi dall’ansia, ma occorre coltivarle fin dall’infanzia perché possono davvero prevenire il disagio. “La funzione dei genitori è fondamentale”, Precisa Vicari. “adolescenti non ansiosi si costruiscono fin da piccoli, per esempio non essere troppo invadenti nell’assistere i figli, educandoli ed incoraggiandoli all’autonomia, non acconsentendo a qualsiasi richiesta perché imparino a gestire la frustrazione, aiutandoli a regolare le emozioni positive e negative per non farsene sopraffare, imparando ad ascoltarli e rispettarli, ma senza voler essere loro amici: proprio durante l’adolescenza dovranno differenziarsi dai genitori per trovare se stessi e avere accanto mamme e papà che si comportano da ragazzini non aiuta a trovare la propria strada e può far emergere un disagio emotivo ed affettivo.”

–  Campanelli d’allarme.

Quali sono i segnali da non sottovalutare, per capire se l’ansia sta superando i livelli di guardia? Le alterazioni del sonno e dell’alimentazione: se i ragazzi dormono poco, troppo, oppure senza orari, se mangiano male o quando capita e allora è bene drizzare le antenne. Anche la stanchezza o, al contrario, l’irrequietezza possono essere segni a cui fare attenzione, così come la mancanza di concentrazione o esprimere troppo spesso preoccupazioni eccessive.

Che fare però se un adolescente sembra precipitare nel gorgo dell’ansia? Sicuramente, mantenere la calma: uno studio del Centre for Adolescent Health (Centro per la Salute degli Adolescenti) del Murdoch Children’s Research Institute di Parckville in Australia, condotto su quasi duemila ragazzi, ha dimostrato che in metà dei casi i disturbi d’ansia non si ripresenteranno più dopo i 20 anni, soprattutto se i disagi sono durati meno di sei mesi. “Spesso basta essere vigili, parlare con i figli, ascoltarli e osservarli, senza preoccuparsi di dare subito una risposta terapeutica. Occorre tener presente, per esempio, che esistono temperamenti ansiosi, ovvero persone che per costituzione hanno una risposta d’ansia maggiore in situazioni che non impensieriscono altri”, osserva Ducci. “Si può aspettare, quindi, ma, ovviamente se l’ansia compromette la vita quotidiana, occorre chiedere una valutazione ad uno psicologo, uno psichiatra o ad un neuropsichiatra: un passaggio necessario perché bisogna capire se l’ansia sia la punta di un iceberg il sintomo di qualcosa d’altro. In questi casi dare gli ansiolitici per limitarla sarebbe un grosso errore, perciò serve il parere di un esperto. “(nota 2 e nota 3)   

–  Solo cure adatte a loro

Aggiunge Vicari: “Il primo consiglio è non vergognarsi di chiedere aiuto. Un genitore non proverebbe imbarazzo ad avere un figlio con il diabete, né penserebbe di averne colpa. Nel caso del disagio mentale troppo spesso vince la paura di esporsi. Inoltre i genitori tendono a ritenersi responsabili di quanto accade ai figli con un disturbo di ansia. Invece non è così, e per di più negli adolescenti la probabilità di guarire è alta, se si interviene nel modo e al momento giusti.”

Si tratta quasi sempre di terapie cognitivo-comportamentali sull’adolescente, che aiutino a riconoscere e a disinnescare i pensieri e le situazioni ansiogene, associate ad un supporto ai genitori, perché sappiano come comportarsi con i figli per aiutarli a stare meglio. Non è il caso di pensare subito alle pillole insomma, tutt’altro: nel nostro Paese non c’è ancora la consuetudine di prescrivere con facilità psicofarmaci ai giovanissimi. Questo invece accade negli Stati Uniti, dove dal 2006 al 2015 le prescrizioni di questi medicinali sono cresciute dal 26 al 41%, in bambini e ragazzi, esponendoli a vari effetti collaterali (anche perché moltissimi medicinali non sono neppure approvati per l’uso negli under 18). Dagli stati uniti importiamo spesso tendenze e comportamenti, c’è da sperare che non accada anche con l’ansiolitico facile agli adolescenti.

NOTA 1, mia personale – L’ansia da prestazione e la crisi di identità.

di Paolo Ferraresi, Bologna

Vi sono tre aspetti peculiari di emozioni autocoscienti che caratterizzano lo sviluppo umano: il senso di colpa, la crisi di identità e la vergogna. Il senso di colpa è sempre stato storicamente usato come strumento di regolazione dei rapporti sociali. Genitori e insegnanti hanno spesso usato questo strumento come metodo educativo e di formazione del super ego. In primo luogo il senso di colpa è tipico di un determinato contesto culturale e storico. È stato ed in una certa misura tipico (e per tanti aspetti lo è ancora) delle società occidentali e individualiste, definite per questo le “società del senso di colpa”, mentre è meno evidente nelle società con maggiore impronta collettivistica (cinese, ma soprattutto giapponese) che organizzano la coesione e il regolamento sociale intorno alla vergogna.

Ma intorno alla metà degli anni sessanta del 1900 iniziarono a circolare anche in Europa le idee pedagogiche USA (portate avanti anche dal noto pediatra Benjamin Spock) che propugnavano la necessità di essere più tolleranti e permissivi da parte di genitori e insegnanti nei confronti dei bambini. Queste tesi tendevano, sopra ad ogni altro aspetto, a gratificare il bambino e quindi a rafforzarne l’ego e a fare diminuire la tirannia del super ego, prodotto da un senso di colpa eccessivo. Il senso di colpa eccessivo produce sofferenza e mette in atto spesso comportamenti riparatori per il suo superamento. Un ego troppo rafforzato con educazione troppo permissiva invece porta alle crisi di identità se quella personalità non si afferma o tarda ad affermarsi nel contesto sociale, oltre a possibili narcisismi vari ed egolatrie. La crisi di identità è più tipico della società attuale e forse un po’ maggioritaria, come manifestazione, rispetto al complesso di colpa. In un passato, neanche troppo lontano, i più si rassegnavano fin da subito a vivere nella propria classe o segmento sociale. Oggi la nostra società, fortemente competitiva ma fintamente egualitaria, fa sperare e apparire possibili salti sociali ed economici a tanti, ma in realtà le difficoltà e le durezze intrinseche nella competizione rendono minime e solo per pochi queste possibilità. Ansie della tarda adolescenza e giovanili e crisi di identità successive prodotte da un ego forte e poco elastico, nascono per la percezione delle troppe difficoltà da affrontare e dalla frustrazione per le proprie mancate realizzazioni. Ma mentre il “vecchio” senso di colpa spesso lo si riesce a gestire, con le crisi di identità è più difficile trovare comportamenti riparatori.

NOTA 2 – Se l’ansia dipende da altro

E se quel disagio fosse la punta di un iceberg? L’ansia può essere il sintomo di un malessere mentale di natura diversa. Per questo è un bene tenere gli occhi aperti e chiedere l’aiuto di un medico, se compromette la vita quotidiana o se ci sono elementi che fanno sospettare altro. “L’ansia, per esempio, c’è spesso nei ragazzi che fanno abuso di sostanze”, chiarisce Giuseppe Ducci della Società Italiana di Psichiatria. “L’uso assiduo di cannabis da adolescenti, ormai molto frequente, nel 40% dei giovani produce disturbi mentali, tra cui la sindrome amotivazionale, che può essere confusa con la fobia sociale, perché il ragazzo lascia lo sport, va male a scuola, perde interesse per tutte le attività. Ma l’ansia può essere anche espressione di disturbi del neurosviluppo: i giovani con sindrome di Asperger un disturbo dello spettro autistico) manifestano ansia perché sono continuamente esposti a stimoli che non sanno gestire. Anche l’agitazione di chi ha un deficit di attenzione e iperattività (ADHD) può essere confusa con l’ansia.” (Sono 1,5 milioni gli italiani che soffrono della sindrome di Asperger e dell’Adhd, ma sono solo 300mila quelli che vengono diagnosticati e curati: uno ogni cinque. Gli altri spesso sfuggono all’attenzione, soprattutto l’ADHD femminile N.D.R.)

NOTA 3 – nota mia personale – L’uso di cannabis da parte degli adolescenti favorisce lo sviluppo di disturbi mentali e psicosi

Esiste un mainstream sempre più forte che tende ad attribuire alla cannabis proprietà terapeutiche notevoli e comunque una sostanziale innocuità d’uso. Forse ad una certa età, negli anziani con demenze, sembra che la marijuana abbia qualche effetto calmante. Ma il vero problema sono gli adolescenti, che iniziano a farne uso fino dai 14 anni. E non è mai uno spinello saltuario, ma col passare del tempo il consumo della sostanza si fa sempre più abituale. La pericolosità del fumare cannabis sta nel fatto che i danni cerebrali non si notano subito. Ci si è resi conto, ormai con sicurezza, che saltano fuori dopo anni, quando gli abituali consumatori diventano adulti.

La cannabis altera il normale sviluppo della corteccia prefrontale, che raggiunge la sua maturità intorno ai 24-25 anni. I neuroni specializzati ad elaborare il piacere sono localizzati in due sedi anatomiche distinte: nel nucleo accumbens situato nella parte profonda del cervello e nella corteccia prefrontale, in cui ha sede la capacità critica. Ed è proprio l’alterazione profonda dell’area del piacere che provocherà, più avanti, psicosi nei maschi e depressioni forti nelle femmine.

Ovviamente si tratta di realizzare se è la cannabis che procura direttamente il massacro cerebrale oppure se porta alla luce già tendenze psicotiche che in quell’individuo, in condizioni di tranquillità sociale o familiare non avrebbe mai manifestato, o manifestato con semplici disturbi più controllati.

Sta di fatto che il rapporto diretto tra psicosi, depressioni e cannabis esiste e va denunciato, alla faccia di certi movimenti politici che non si capisce per quali motivi tendano a sminuirne la portata.

*psicoterapeuta

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