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SOTTO I BOMBARDAMENTI

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SOTTO I BOMBARDAMENTI

di Beppe Manni, Gazzetta di Modena 1 III 23

Un anno fa il 24 febbraio, la Russia aggrediva l’Ucraina. Case bombardate, donne e bambini sepolti sotto le macerie. Sfollati.

Nella bottega di falegname, mio padre aveva attaccato alla parete una scheggia di 50 cm di ferro con la scritta “Scheggia della bomba che nella notte 17-18 aprile ha distrutto la mia casa”. Oggi è conservata nel castello di Formigine. Non abbiamo quasi più testimoni di quegli ultimi mesi del 45, quando Modena e i paesi vicini furono bersagliati con bombe degli aerei inglesi.

Le sirene non suonavano: pochi e malsicuri i rifugi. Al terrore iniziale era subentrata una cupa disperazione, un’accettazione di un destino ineluttabile. Mia madre ci faceva pregare così “Fa che il babbo non vada in guerra e che ritorni presto la pace”. Le donne, le sole rimaste nelle case, che gli uomini erano nei campi di concentramento o in montagna, come chiocce spaventate raggruppavano i bambini e fuggivano in campagna di giorno. Di notte stavano nelle case. 77 anni fa proprio nella notte del 24 febbraio, ebbi il primo impatto con la tragedia della guerra. Avevo 5 anni. Io e mio fratello dormivamo insieme, quando sentimmo un rumore sordo che fece tremare la nostra casa. Saltammo giù dal letto. Uscimmo nel cortile: la casa vicina a 20 metri dalla nostra era stata centrata da una bomba. Mio padre scavava tra le macerie e tirava fuori i feriti che chiedevano aiuto e i morti: morì anche una famiglia intera i genitori di 41 e 37 anni e i tre figli Domenico, Enzo, Emilio di 14, 12 e 11 anni, compagni di cortile.

Mio padre il 20 aprile ci mandò da mio nonno in campagna e ogni mattina con un carretto tornava al paese per recuperare qualche attrezzo e stoviglie. Quella mattina del 18 aprile, trovò solo un cumulo di macerie. Seduto disperato sul cumulo di pietre, singhiozzava.

Pochi giorni dopo arrivarono le camionette dei liberatori. Le donne accolsero festanti quegli stessi giovinotti che una settimana prima avevano distrutto la nostra casa e ammazzato i miei amici. Il primo maggio, noi bambini buttammo nel focolare un oggetto misterioso: era un detonatore di mina tedesco, in sette finimmo all’ospedale. Nel paese altri bambini rimasero gravemente mutilati e due morirono.

E i nostri politici seduti nei salotti mandano armi e già pensano ai guadagni della ricostruzione. Anziché commuoversi sulle lapidi dei morti e tornare a casa in un treno sicuro, vorrei che rimanessero a Kiev con i figli, sotto i bombardamenti. Forse cambierebbero strategia.

In questi giorni finalmente è cominciata una grande mobilitazione per la pace con marce e fiaccolate. Ciò che non riescono o non vogliono fare i politici speriamo lo ottengano le volontà popolari.

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