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Fecondazione eterologa e maternità surrogata

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Università di Cambridge, Sanità

Fecondazione eterologa e maternità surrogata, studio conferma che i bambini nati “godono di pieno benessere psicologico, soprattutto se gli si rivelano le proprie origini”

Dall’università di Cambridge il primo lavoro scientifico che esamina gli effetti a lungo termine di diversi tipi di procreazione assistita sulla genitorialità e l’adattamento dei figli, nonché a indagare in modo prospettico l’effetto psicologico dell’età in cui ai bambini è stato raccontato che erano stati concepiti mediante donazione di ovuli, donazione di sperma o gravidanza per altri.

Un importante e solido studio scientifico non rileva alcuna differenza fra il benessere psicologico o la qualità delle relazioni familiari tra i bambini nati da riproduzione assistita con donazione di ovociti o spermatozoi o maternità surrogata, e quelli nati per le vie naturali, una volta giunti all’età di 20 anni. L’importante ricerca, condotta dall’Università di Cambridge, suggerisce allo stesso tempo che raccontare ai bambini le loro origini biologiche in anticipo, prima che inizino la scuola, può essere vantaggioso per le relazioni familiari e una sana accettazione di sé. Si tratta del primo lavoro che esamina gli effetti a lungo termine di diversi tipi di procreazione assistita sulla genitorialità e l’adattamento dei figli, nonché a indagare in modo prospettico l’effetto psicologico dell’età in cui ai bambini è stato raccontato che erano stati concepiti mediante donazione di ovuli, donazione di sperma o gravidanza per altri.

Lo studio su Developmental Psychology

I risultati, pubblicati sulla rivista ‘Developmental Psychology’, suggeriscono che l’assenza di una relazione biologica tra figli e genitori non interferisce con lo sviluppo di connessioni positive tra di loro o con l’adattamento psicologico in età adulta. Risultati che sono coerenti con le precedenti valutazioni effettuate all’età di uno, due, tre, sette, dieci e 14 anni. «Nonostante le preoccupazioni di molte persone, le famiglie con bambini nati attraverso queste tecniche stanno crescendo bene», ha affermato Susan Golombok, professoressa emerita ed ex direttrice del Center for Family Research dell’ateneo inglese, che ha condotto lo studio, finanziato da un Wellcome Trust Collaborative Award.

Il ruolo delle madri

Il lavoro ha messo in luce un elemento importante: le madri che hanno iniziato a raccontare ai propri figli le loro origini biologiche negli anni della scuola materna avevano relazioni più positive con loro, come valutato dalle interviste effettuate poi all’età di 20 anni, e mostravano livelli più bassi di ansia e depressione. La maggior parte dei genitori che avevano rivelato il ricorso alla scienza per concepire il loro bambino, lo ha fatto attorno all’età di 4 anni e ha riportato che il piccolo ha preso bene la notizia. Ciò suggerisce che essere aperti con i bambini sulle loro origini, soprattutto quando sono piccoli, è vantaggioso.

La comunicazione familiare

Inoltre, nella fase finale di questo studio ventennale, le madri che avevano rivelato le origini del loro bambino anche all’età di 7 anni hanno ottenuto punteggi positivi nel questionario relativo alla qualità delle relazioni familiari, all’accettazione dei genitori e alla comunicazione familiare. Ad esempio, solo il 7% delle madri che hanno rivelato le origini al bambino entro i 7 anni ha riportato problemi nelle relazioni familiari, rispetto al 22% di quelle che lo hanno fatto dopo i 7 anni. Viceversa, i giovani adulti a cui erano state raccontate le proprie origini prima dei 7 anni hanno ottenuto punteggi leggermente più positivi nel questionario di accettazione dei genitori (la percezione da parte del giovane adulto dei sentimenti della madre nei loro confronti), comunicazione (la misura in cui si sentono ascoltati, sanno cosa sta succedendo nella loro famiglia e ricevono risposte oneste alle domande) e benessere psicologico. Erano anche meno propensi a segnalare problemi nel questionario sui rapporti familiari; mentre il 50% dei giovani adulti informati dopo i 7 anni ha riportato tali problemi, questo era vero solo per il 12,5% di quelli informati prima dei 7 anni. «Sembra esserci un effetto positivo nell’essere aperti con i bambini quando sono piccoli – prima che vadano a scuola – riguardo al loro concepimento. È qualcosa che è stato dimostrato anche dagli studi sulle famiglie adottive», ha detto Golmobok.

Il disegno dello studio

Per rilevare tutto questo, i ricercatori dell’Università di Cambridge hanno seguito 65 famiglie britanniche con bambini nati da riproduzione assistita – 22 da maternità surrogata, 17 da donazione di ovuli e 26 da donazione di sperma – dall’infanzia fino alla prima età adulta. Hanno confrontato queste famiglie con 52 famiglie formate con concepimento non assistito del Regno Unito nello stesso periodo. «Le famiglie che sono ricorse alla procreazione assistita funzionano bene. Se abbiamo notato qualche differenza positiva, è nel gruppo delle famiglie che avevano rivelato subito come i bimbi sono venuti al mondo. Riflettendo sui propri sentimenti riguardo alle loro origini biologiche, i giovani adulti sono risultati piuttosto indifferenti. Come ha affermato un ragazzo nato attraverso la maternità surrogata: «Non mi turba davvero, le persone nascono in modi tutti diversi e se sono nato così, va bene, lo capisco». Un altro giovane adulto nato attraverso la donazione di sperma ha detto: «Mio padre è mio padre, mia madre è mia madre, non ho mai veramente pensato che possa esserci qualcosa di diverso, quindi non mi interessa davvero». Alcuni giovani hanno affermato che il modo in cui sono stati concepiti li ha fatti sentire speciali: «Penso che sia stato fantastico, penso che l’intera cosa sia assolutamente incredibile. Non ho niente di negativo da dire al riguardo», ha affermato un ragazzo.

Reazioni e sentimenti

I ricercatori hanno raccontato che le madri che sono ricorse alla donazione di ovociti riportavano relazioni familiari meno positive rispetto alle madri che hanno utilizzato sperma donato, suggerendo che ciò potrebbe essere dovuto alle insicurezze di alcune donne sull’assenza di una connessione genetica con il loro bambino. Questo però non corrispondeva ad alcun sentimento negativo da parte del figlio o della figlia. Il team ha anche scoperto anche che i giovani adulti concepiti con donazione di spermatozoi riportavano una comunicazione familiare più scarsa rispetto a quelli concepiti con donazione di ovuli. Ciò potrebbe essere spiegato dalla maggiore segretezza che aleggia più spesso sulla donazione di sperma rispetto alla donazione di ovuli, a volte guidata da una maggiore riluttanza dei padri rispetto alle madri a rivelare al proprio figlio che non sono il genitore genetico, e una maggiore resistenza a parlarne una volta che lo hanno rivelato. In effetti, i ricercatori hanno scoperto che solo il 42% dei genitori da donazione di sperma ha parlato di questo con il proprio figlio entro i 20 anni, rispetto all’88% dei genitori da donazione di ovuli e al 100% dei genitori da maternità surrogata. «Oggi ci sono così tante famiglie create grazie alla fecondazione assistita che sembra abbastanza normale. Ma vent’anni fa, quando abbiamo iniziato questo studio, gli atteggiamenti erano molto diversi. Si pensava che avere un legame genetico fosse molto importante e che senza di esso le relazioni non avrebbero funzionato bene. Ciò che questa ricerca vuole dimostrare con i dati scientifici è che avere figli in modi diversi o nuovi non interferisce con il funzionamento delle famiglie. Volere davvero dei figli sembra avere la meglio su tutto: questo è ciò che conta davvero».

Il commento della psicologa

«Apprezziamo l’uscita di un altro studio che rinforza l’importanza di narrare le loro origini ai figli nati da PMA e da fecondazione assistita con donazione di gameti. Il lavoro non fa che confermare quello che dicono le ricerche da anni. Narrare le origini ai bambini nati da PMA, aiuta questi figli a costruire la propria identità. Una identità che esiste e si fonda su un evento doloroso, quello della diagnosi di infertilità, ma che racconta un viaggio di resilienza che dovrebbe rendere genitori e figli fieri di quella diversità che portano con loro. Ovviamente esiste un ‘ma’. Per narrare in maniera adeguata la storia delle proprie origini è importante che i genitori abbiano fatto un percorso di elaborazione di quello che viene chiamato il ‘lutto per l’infertilità’ e il ‘lutto biologico’ in chi esegue una tecnica che richiede l’entrata di un donatore e/o di una donatrice nel proprio percorso. Se infatti il lutto biologico, ossia il dolore per non avere un legame biologico con il bimbo, non si riesce ad elaborare, ciò potrebbe porre le basi di una genitorialità fragile. Al contrario, se riesco a comprendere che la genitorialità si basa principalmente sull’intenzione di prendersi cura e di stare in relazione con un altro essere umano, quel legame biologico perde di significato e il legame si basa per la storia di narrazione che lo compone. Purtroppo in Italia sono ancora troppe le famiglie che hanno il timore di dire ai propri figli che sono nati con queste tecniche. Specialmente i genitori da donazione di gameti hanno paura del giudizio e di come i figli potrebbero essere visti o accolti all’esterno. La narrazione, al contrario, serve per rafforzare l’essenza e le origini dei propri figli. Serve alla costruzione della propria identità. Molti, però, hanno il timore delle reazioni che quella diversità potrebbe portare, senza pensare che non c’è nulla di male ad essere diversi. I figli nati da PMA sono nati in maniera diversa, ma diverso non significa inferiore, significa semplicemente diverso. Se il genitore non è in grado di accogliere quella diversità è fondamentale fermarsi perché sentiranno una sorta di rifiuto, che si manifesterà anche nel caso in cui omettessero ai figli il modo in cui sono nati. La narrazione è fondamentale perché, come dicono i figli da donazione, non dovrebbero diventare il contenitore dei segreti dei propri genitori»

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