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Ironia, nell’arte

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Ironia, nell’arte

di Manfredi Lanza*

L’ironia ha una sua parte congrua in arte: nelle arti visive, in musica, nonché in poesia.

Talvolta si tratta di aperta ironia, sbattuta in faccia allo pseudo «amatore d’arte» borghese. Ben si immagina quanto Magritte si sia divertito a dipingere la sua grossa fotografia di pipa, intitolandola: «ceci n’est pas une pipe»[1]. Ha goduto dello sconcerto che la rappresentazione realistica di un oggetto tanto banale e a loro familiare, abbinata a quel titolo a sorpresa, avrebbe scatenato negli habitués di vernissages.

Spesso, l’ironia praticata in arte è più sottile. Ricordo bene quando da giovanissimo scorsi da lontano, in una sala della Tate Gallery londinese, dopo un paio di salette con vivaci quadretti impressionistici francesi, una grande tela tutta sfumature di grigi, che giudicai sulle prime opera probabile di un informale. Avvicinandomi verificai che era di un pittore inglese a me allora praticamente ignoto, tale Turner, vissuto tra ultimo quarto del Settecento e prima metà dell’Ottocento. Mi lasciò addirittura basito il cartello sottostante, con la dicitura: «Pioggia, vapore e velocità». Pioggia, vapore e velocità sono realtà pressoché incorporee ed evanescenti, che sconfinano nell’astrazione. Quanto alla pioggia, non ha forma ed è alimentata, sì, da nuvolaglie grigie nel cielo. Il vapore, anch’esso privo di contorni, è biancastro, cioè grigio chiaro, e si distingue dalla pioggia semmai per un suo tendenziale ascendere in volute, nembi e veli. Ma che dire della velocità? Dov’era mai ravvisabile in quel dipinto la futuristica velocità, che pur sembrerebbe dover implicare necessariamente corpi che sfreccino?

Il mio sguardo era stato superficiale. Insistendo, finii col distinguere un labilissimo accenno ad una minuscola locomotiva a vapore che procedeva su di un lungo ponte, al di sopra di un’indefinita distesa di acque.

Sorpresa per certi versi simile, nonostante la grande diversità di stili del dipingere, mi riservava, a Bruxelles, un quadretto di Bruegel il Vecchio, intitolato: «Il volo di Icaro». Questa volta le immagini erano nitidissime. Senonché la scena presentava più che altro un contadino che arava un campo. Sullo sfondo, in alto: boschi cupi di verde. A destra c’era una porzione di mare, in ribasso rispetto alla campagna perché si capiva che da quella parte lo zoccolo della terraferma si interrompeva bruscamente e c’era un improvviso strapiombo a mare. Questo triangolo blu aveva tutte le apparenze di un ingrediente paesaggistico d’accompagno. Ma, soprattutto, dov’era Icaro?

Lo si cercava invano nel cielo, di un perfetto, monotono azzurro. Tornando ad esplorare il dipinto, si finiva con lo scorgere nell’angolo in basso due mezze ipotetiche gambette che emergevano dai flutti e qualche schizzo d’acqua.

In musica è stato di una provocante ironia Erik Satie, come si può peraltro riscontrare dagli stessi titoli di molti suoi componimenti per pianoforte: i Trois morceaux en forme de poire, le Gymnopédies, le Pièces froides – trois danses de travers, il Prélude en tapisserie, i Préludes flasques pour un chien, la Sonatine bureaucratique[2].

Nell’ambito della poesia, subito mi vengono in mente l’ironia sottile che pervade il poco conosciuto e lodato Bestiario di Apollinaire:

« Avec ses quatre dromadaires / Don Pedro d’Alfaroubeira / courut le

monde et l’admira. / Il fit ce que je voudrais faire / si j’avais quatre

dromadaires »[3],

nonché il, diciamo, distico di Elliot:

« In the room the women come and go / Talking about Michelangelo »[4],

in cui la nota di ironica satira sociale è rafforzata dall’implicita, ridicola, pronuncia all’inglese del nome del grande artista fiorentino, posto in evidenza pesante ad occupare oltre la metà terminale del secondo verso, e dalla buffa rima tronca in un «ó» allungato, tendente a «óuu».

C’è da dire che forse una delle caratteristiche distintive dell’arte italiana rispetto alle europee è proprio la latitanza, in essa, dell’ingrediente propriamente ironico. Non vi manca l’allegria (Rossini), né la comicità bonaria o greve (latinorum di Teofilo Folengo, sonetti romaneschi di G.G. Belli, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana del Gadda, per non parlare della ricca filmografia del Novecento). Ma, sostanzialmente, i connazionali sono educati ad una concezione seriosa dell’arte e retorica della poesia. C’è da scommettere che le mie due succinte citazioni sopra riportate deluderanno il connazionale «preparato», se distrattamente le leggerà. Non sarà in grado di ravvisarvi alcunché di spiritoso, men che mai di poetico.

*Già Funzionario del Parlamento europeo


[1] Quanto qui si vede non è una pipa.

[2] Tre pezzi a forma di pera, Gimnopedie, Brani freddi – tre danze a sghembo, Preludio da tappezzeria, Preludi flaccidi per un cane, Sonatina burocratica.

[3] Con i suoi quattro dromedari, don Pedro d’Alfarubeira girò il mondo e l’ammirò. Fece quanto mi piacerebbe fare se avessi quattro dromedari.

[4] Nella sala le donne vanno vengono, discorrendo di Michelangelo.

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