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“La follia di usare il Pnrr per portarci al disastro”

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La follia di usare il Pnrr per portarci al disastro

di Domenico Gallo, già magistrato e senatore

ASAP è una sigla che nel linguaggio delle semplificazioni riassume l’aforisma “As soon as possible”, che indica la necessità di fare qualcosa il più presto possibile. Una somma urgenza è l’imperativo che ha dettato la proposta di un atto legislativo formulata dalla Commissione al Parlamento europeo, indicata con il medesimo acronimo di ASAP (Act to Support Ammunition Production). Secondo il commissario europeo Thierry Breton, si tratta di un piano “mirato a sostenere direttamente, con i fondi Ue, lo sviluppo dell’industria della difesa, per l’Ucraina e per la nostra sicurezza”. Una produzione di straordinaria necessità e urgenza, che deve essere velocizzata al punto da consentire deroghe alla legislazione ordinaria perché le fabbriche di armi e munizioni possano funzionare giorno e notte, sette giorni su sette, entrando in “modalità economia di guerra”.

In pratica, per sostenere le imprese della difesa nella produzione di munizioni e missili destinati all’Ucraina, il provvedimento in questione preveda la possibilità di disapplicare le norme in materia ambientale, di tutela della salute umana e della sicurezza sul luogo di lavoro. Per il finanziamento di questa missione bellica, l’ASAP permette agli Stati membri di utilizzare il Fondo di coesione, il Fondo sociale europeo e il Pnrr. In verità il Trattato sull’Unione europea esclude che in materia di politica estera e di sicurezza comune si possano adottare atti legislativi, ed esclude la competenza della Corte di Giustizia dell’Unione, trattandosi di un settore di collaborazione intergovernativa, in cui le eventuali decisioni possono essere adottate solo dal Consiglio europeo e dal Consiglio, che deliberano all’unanimità (art. 21 Tue).

Il Fondo europeo di coesione, il Fondo sociale europeo e i fondi stanziati per il Pnrr sono destinati a finalità sociali per incrementare il benessere dei popoli europei, non possono essere distratti per la guerra o, nella migliore delle ipotesi, per incrementare i profitti dell’industria bellica. Senonché, come dicono i francesi: À la guerre comme à la guerre! Quando siamo coinvolti in una guerra, non si può andare troppo per il sottile, bisogna stringersi a Corte. Le regole del diritto sono le prime a essere calpestate, i diritti sociali possono, anzi debbono essere sacrificati alle esigenze della produzione bellica, non ci si può preoccupare di tutelare l’ambiente o la salute dei lavoratori: più cannoni e meno diritti. E non si può neanche protestare senza il rischio di essere linciati come antinazionali. Il Parlamento europeo ha condiviso l’esigenza di fare presto (As soon as possible) e ha votato il 9 maggio per adottare, con procedure d’urgenza l’atto legislativo (inammissibile secondo il Tue), con 518 voti a favore, 59 contrari e 31 astenuti. Secondo le cronache, fra gli italiani hanno votato contro solo i deputati del Movimento 5 Stelle e l’on. Massimiliano Smeriglio del Partito Democratico, in dissenso dal suo Gruppo. Per effetto della procedura d’urgenza, il Parlamento europeo voterà sul disegno di legge durante la prossima sessione, che si terrà dal 31 maggio al 1° giugno a Bruxelles.

Questo voto del Parlamento europeo sarà la ulteriore certificazione che l’Unione europea e tutti i suoi Paesi membri sono coinvolti a pieno titolo nella guerra e sono pienamente impegnati ad alimentarla e a proseguirla, fino alla vittoria finale, come pretende Zelensky.

In un documento pubblicato dal New York Times del 16 maggio, firmato da 15 esperti – analisti, docenti, ex diplomatici, ex consiglieri per la sicurezza nazionale e soprattutto ex militari di grado elevato – viene rivolto un pressante appello al presidente degli Stati Uniti e al Congresso perché si ponga fine al più presto alla guerra con la diplomazia. I firmatari denunciano “il disastro assoluto della guerra russo-ucraina”, con “centinaia di migliaia di persone uccise o ferite, milioni di sfollati, incalcolabili distruzioni dell’ambiente e dell’economia” e il rischio di “devastazioni esponenzialmente più grandi dal momento che le potenze si avvicinano a una guerra aperta”.

Ricordano l’osservazione di John F. Kennedy, 60 anni fa: “Le potenze nucleari devono evitare un confronto che dia all’avversario la scelta fra ritirarsi umiliato o usare le armi nucleari. Sarebbe il fallimento della nostra politica e la morte collettiva”.

Della saggezza di Kennedy non è trapelato nulla nella zucca dei leader politici europei. Per costoro la guerra non è un disastro assoluto, che bisogna fermare al più presto. La pretesa di realizzare la pace attraverso la vittoria punta proprio a quello che Kennedy voleva evitare, cioè mettere l’avversario dinanzi alla scelta di ritirarsi umiliato o di usare le armi nucleari.

Di cos’altro abbiamo bisogno per renderci conto che stiamo correndo verso la catastrofe?

Domenico Gallo

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