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Natalità: ancora una questione “da donne”

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Natalità: ancora una questione “da donne”

Anna Carfora, 18/05/2023, Il Regno

Si parla tanto del sostegno da dare alle donne perché siano libere di diventare madri senza che questo penalizzi la loro vita professionale. Giusto. Ma perché non si parla dei padri?   

L’allarme natalità non è un’invenzione delle destre. Il trend in negativo delle nascite è un fatto, in Italia. Non voglio riflettere qui – non perché  non ci sia da farlo, anzi – sul peso e sul valore che alla nascita degli italiani, non a quella dei bambini (non è proprio la stessa cosa, in effetti) dà il governo italiano. Voglio piuttosto fare qualche considerazione su dove si ritiene stare il problema. Ne sono state dette tante e su molte non vale la pena di soffermarsi perché non meritano; su altre, invece, andrebbero fatte riflessioni apposite.

Ma su un aspetto di fondo qualcosa lo si deve dire: bisogna constatare che nella mentalità comune e che questo governo cavalca, sostiene e contribuisce a infondere nella società (in perfetta coerenza con l’adagio «Io sono Giorgia, sono una Donna, sono una Madre, sono una Cristiana»), la natalità è una questione strettamente correlata alle donne.

Si sta facendo un gran parlare dell’incoraggiamento alle italiane a procreare, del sostegno alle nascite che le politiche familiari dovrebbero dare, si ribadisce, alle donne. Certo, bisogna tutelare i diritti delle donne sul lavoro, creare le condizioni perché non siano costrette a scegliere tra uno, più figli o nessuno e il lavoro e la realizzazione professionale. È dolorosamente vero che siamo in un Paese dove troppe volte alle donne tocca il licenziamento se aspettano un figlio, ed è sacrosanto che questa e altre vergogne discriminatorie debbano finire. Ma, chiediamoci: generare figli riguarda solo le donne? 

Sono solo loro che li mettono al mondo e poi si devono preoccupare di accudirli, e non uso questo termine desueto a caso? Siamo sempre alle drammatiche solite. Possibile che la paternità si debba ancora tenere fuori? Che le politiche familiari debbano riguardare le donne? Che nelle famiglie eterosessuali – che non sono e  non possono pretendere di essere la sola forma di famiglia possibile – la responsabilità della cura non ricada allo stesso modo sulle donne come sugli uomini? Mi pare che, eccezion fatta per la gestazione, il parto e l’allattamento al seno, che non sono possibili per un corpo maschile, tutto il resto riguardi chi mette esseri umani al mondo, femmina o maschio che sia.

Ho sperimentato su di me tutti i benefici effetti di un accudimento paterno e materno fino dai primi mesi di vita. Ho avuto un padre che non solo mi ha cambiato i pannolini ma mi aiutata a crescere come mia mia madre, né più né meno. Possibile che oggi, a sessantaquattro anni, io debba ancora ascoltare quello che i media hanno raccontato degli Stati Generali: aiutare la donna e non la coppia?

Agli Stati Generali della natalità è andato anche papa Francesco. Prontamente immortalato vicino alla Meloni. A testimoniare una contiguità e un’intesa che non esistono e di cui certo ci sarà chi se ne farà un vanto, ma qui si aprono altre questioni che esulano dall’oggetto di questo post.

Il mondo cattolico, la pastorale cattolica battono e ribattono sulla famiglia formata da un uomo e una donna, che procreano e hanno la responsabilità della prole. Questa visione della famiglia, riduttiva e non particolarmente rispettosa della pluralità di famiglie che esistono,  troppo spesso è presentata in funzione difensiva e oppositiva. Contrapposta alle “nuove famiglie”: quelle arcobaleno, quelle allargate e così via. Chissà perché ci si dimentica la tanto ribadita responsabilità genitoriale quando si tratta di riconoscere che i figli non sono soltanto un problema delle madri, cioè delle donne.

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