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Non abbiamo imparato nulla

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Non abbiamo imparato nulla

di Vincenzo Balzani, docente emerito di Chimica, Università di Bologna

L’Emilia Romagna è solo l’ultimo, piccolo pezzo di mondo sconvolto dal cambiamento climatico, come nei mesi scorsi è accaduto in Madagascar, Sud Sudan, Bangladesh e altre regioni.  Il cambiamento climatico ha gravi conseguenze ambientali, sociali, economiche e politiche. Purtroppo, a subirne le maggiori conseguenze sono sempre i poveri, così che aumentano le disuguaglianze, sia fra le nazioni, che all’interno di ciascuna nazione.

Da più di 20 anni gli scienziati affermano che il cambiamento climatico si può fermare abbandonando l’uso dei combustibili fossili e sviluppando le energie rinnovabili del Sole, del vento e dell’acqua. Il 20 marzo scorso, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha lanciato un drammatico appello “agire subito, o sarà troppo tardi”, purtroppo inascoltato dai politici, presi da problemi che loro stessi hanno creato.

Infuria la guerra in Ucraina, causata dall’invasione russa: militari e civili uccisi, infrastrutture ed edifici distrutti, utilizzo di armi sempre più potenti, precise e costose, popolazione terrorizzata e sofferente. Le conseguenze della guerra si sono estese creando crisi alimentari ed economiche in altre regioni. C’è stato il coinvolgimento di alcuni paesi nella fornitura di armi all’Ucraina e un aumento nella produzione e commercio di armi nel mondo. E’ andata distrutta una grande diga e sono avvenuti combattimenti persino nelle vicinanze di una centrale nucleare, trascurando gli ammonimenti degli esperti. La Russia ha addirittura minacciato di ricorrere all’uso di ordigni nucleari. I moniti del papa, del segretario dell’Onu e di molti scienziati non sono ascoltati. Continua ad accadere quello che, più di cento anni fa, ha descritto Tolstoj nell’incipit del suo romanzo Resurrezione.

“Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d’erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fiumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole.

Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare sé stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro.”  

Quando capiremo che ogni guerra è una sconfitta per l’umanità intera?

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