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Fermare la guerra: le ragioni di chi lavora per la salute

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Fermare la guerra: le ragioni di chi lavora per la salute

Stopping the war: the reasons of health professionals

Associazione italiana di epidemiologia1, Epidemiololgia & Prevenzione

La guerra difensiva 

Dal 1945, con l’approvazione della Carta delle Nazioni Unite, la comunità internazionale condanna come non etiche le guerre di aggressione. La Carta non ha rinnovato la dottrina della guerra giusta e ha di fatto abolito il diritto degli stati di dichiarare guerra, ammettendo come unica eccezione la guerra difensiva. Da intendere, tuttavia, come reazione temporanea di contenimento dell’aggressione (Capitolo VII, Art. 51), fino al momento dell’adozione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di misure volte a interrompere ogni attività bellica, presupposto necessario alla costruzione di soluzioni condivise e durature in grado di ripristinare la pace e la sicurezza internazionale. Queste le norme create alla fine del secondo conflitto mondiale con l’intento di evitare nuove guerre devastanti e nuovi massacri.

Da allora, gli interessi della geopolitica e le pulsioni alla supremazia, facendo leva sulla debolezza strutturale degli organismi internazionali, sono andati progressivamente nella direzione di comprimerne l’efficacia. Oggi lo stallo conseguente all’esercizio del diritto di veto di potenze mondiali contrapposte ha reso di fatto vana in troppe occasioni l’azione del Consiglio di Sicurezza compromettendo anche i limiti posti dalla Carta al concetto di guerra difensiva.

Ecco quindi che, in assenza di interventi tempestivi capaci di interrompere sul nascere la contrapposizione armata, anche la guerra difensiva, pur legittima, finisce per travalicare i limiti della temporaneità, aumentando di intensità e comportando costi sempre più alti di vite umane e di danni alla salute delle popolazioni coinvolte. 

È così che la guerra difensiva degli ucraini contro l’aggressore russo si muta in una guerra di logoramento che secondo gli esperti militari potrebbe durare ancora a lungo. Il tutto in uno scenario in cui non si ha notizia di iniziative concrete della comunità internazionale per il cessate il fuoco e il ristabilimento della pace, e in cui, al contrario, si assiste a un crescente supporto internazionale e all’ampliarsi dei modi del conflitto. Un conflitto che oggi, come era facile attendersi, presenta tutte le caratteristiche dei moderni conflitti armati: mancanza di limiti spaziali, temporali e giuridici; commistione di obiettivi militari e civili; violazione delle leggi umanitarie internazionali; danni ambientali che produrranno effetti a lungo termine e, addirittura, possibile evoluzione in guerra atomica.1,2

Davanti a questo quadro, in cui sono chiaramente distinguibili un aggredito e un aggressore, dove gli organismi internazionali non sono in grado di agire, e dove si assiste alla determinazione bellicista delle forze politiche nazionali e internazionali, si rimane sconcertati. Molti sono scossi da dilemmi e attraversati da perplessità. Da parte nostra riteniamo che riflettere sul ruolo che la comunità degli epidemiologi può e deve svolgere di fronte a una catastrofe sanitaria e ambientale evitabile, come quella a cui stiamo assistendo, è più che mai necessario.

Un percorso intrapreso da tempo

E&P e l’Associazione italiana di epidemiologia sono da sempre sensibili al tema della prevenzione della guerra e della promozione della pace. Dal 2004 al 2010 è stato attivo un gruppo di lavoro specifico su questi temi che ha prodotto materiale informativo utile alla comprensione delle conseguenze sanitarie (e non solo) dei conflitti armati. Nella primavera dello scorso anno, in una lettera aperta rivolta al Governo italiano, l’AIE ha richiesto che il nostro Paese aderisse alla prima Riunione degli Stati Parti del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW).3 Inoltre, la rivista ha ospitato in più occasioni articoli ed editoriali su questi temi4,5 (in uno dei quali già si concludeva, tra l’altro, che i danni inflitti dagli eserciti sono tali per cui nessun fine umanitario può giustificare il ricorso alla guerra).6 Dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina l’AIE ha reso nota la propria posizione in una lettera inviata a The Lancet,7 e quando il tabù dell’uso di armi nucleari è saltato, AIE ed E&P hanno organizzato un webinar8 sulle conseguenze sanitarie di un possibile utilizzo delle armi atomiche mettendo le proprie conoscenze specifiche al servizio della società. E la rivista non ha esitato ad aderire alle iniziative di Europe for Peace per la richiesta di un immediato cessate il fuoco.9

Noi non siamo interessati a parlare di geopolitica, di strategie militari o di politiche economiche e di dominio, non abbiamo competenza in questi settori; abbiamo invece competenza in sanità pubblica e in epidemiologia ed è da operatori e studiosi di queste discipline che vogliamo guardare al fenomeno guerra, come guardiamo alle più letali emergenze sanitarie. A noi spetta di contribuire: 

  • alla descrizione quantitativa degli effetti diretti e indiretti della guerra sulla salute umana nel breve, medio e lungo periodo;
  • allo studio delle relazioni complesse che legano la guerra ad altri eventi, a loro volta fattori di rischio per la salute umana: migrazioni, carestie, alterazioni degli ecosistemi eccetera;
  • all’elaborazione di strategie di prevenzione e di mitigazione dei danni alla salute prodotti dal mix di fattori che precedono e seguono la guerra;
  • all’informazione e la responsabilizzazione della popolazione sulle strategie di contrasto più efficaci.

Oggi vorremmo riuscire a trasformare questi impegni in posizioni esplicite e in proposte e azioni concrete.

Qui proviamo a offrire al dibattito pubblico un approfondimento sull’impegno a promuovere la pace che a nostro parere trova fondamento nell’etica professionale di chi ha il compito di tutelare la salute delle persone e delle comunità.

Promuovere la pace, un dovere professionale della sanità pubblica

La carta di Ottawa,10 a cui la comunità di sanità pubblica si ispira, pone la pace come il primo dei prerequisiti fondamentali per la salute. Seguono l’abitazione, l’istruzione, il cibo, un reddito, un ecosistema stabile, le risorse sostenibili, la giustizia sociale e l’equità. Tutti fattori egualmente danneggiati o distrutti dalla guerra, con effetti che solitamente perdurano per decenni anche dopo la cessazione delle ostilità.

Impegnarsi a favore della salute globale significa, quindi, impegnarsi anche per la pace, promuoverne le infrastrutture, ricercare le modalità più efficaci di risoluzione nonviolenta dei conflitti e contrastare il militarismo.

Le finalità umanitarie e di difesa della salute definiscono il perimetro etico del nostro agire sul piano professionale; le guerre e il sostegno ad esse tramite il commercio e l’invio di armi sono in aperta contraddizione con queste finalità. Si collocano quindi al di fuori di questo perimetro e vanno di conseguenza prevenuti e contrastati nell’ambito delle attività di promozione della salute.

L’impegno per la prevenzione primaria che vale per le emergenze sanitarie deve valere anche per le guerre. 

Non è accettabile da chi ha a cuore la sanità pubblica che l’impegno economico dei Paesi sia così macroscopicamente sbilanciato a favore delle spese militari rispetto alla costruzione di soluzioni pacifiche dei conflitti. A livello mondiale la spesa militare complessiva nel 2021 ha sfondato il tetto dei 2.000 miliardi di dollari;11 per contro, nell’anno fiscale da luglio 2021 a giugno 2022, il budget delle Nazioni Unite per il peacekeeping è stato complessivamente di 6,38 miliardi di dollari,12 vale a dire lo 0,3% delle spese militari globali. Gli operatori della sanità devono richiedere che questo rapporto venga riequilibrato perché non si possa dire in futuro che non c’è alternativa al sostegno in armi.

Un invito alle società scientifiche 

Siamo convinti che l’impegno delle persone attive nelle professioni sanitarie, così come il loro percorso di studi, debba svilupparsi lungo due traiettorie strettamente intrecciate tra loro: l’opposizione alle guerre in atto e la realizzazione di un lavoro più ampio di promozione della pace e di prevenzione di conflitti futuri. Per questo l’Associazione Italiana di Epidemiologia e la rivista Epidemiologia&Prevenzione, partendo dalle considerazioni di ordine professionale per la difesa della salute globale, vogliono coinvolgere le altre società scientifiche di area biomedica in iniziative di incontro per condividere un percorso comune con l’obiettivo di:

  • assumere un impegno deciso, esplicito e circostanziato contro il ricorso alle armi; 
  • stilare un documento che rappresenti in maniera unitaria le ragioni della pace di chi lavora per la salute;
  • creare un gruppo di lavoro inter-associativo con la partecipazione di tutte le altre discipline e forze nella società che possano condividere le finalità qui espresse, che provveda alla sorveglianza e alla documentazione degli effetti sanitari della guerra per fornire un flusso continuo di informazioni scientifiche e sanitarie ai decisori e all’opinione pubblica.
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