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Il vino è cancerogeno? Cosa dice la ricerca scientifica

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Il vino è cancerogeno? Cosa dice la ricerca scientifica

“L’alcol. Una semplice molecola. Facile da ottenere da quasi qualsiasi carboidrato. Facile da consumare. Immagazzinabile. Dosabile in modo preciso”. E prodotto e utilizzato da sempre in gran parte del mondo, da quando abbiamo notizia di qualsiasi civiltà umana, nonostante sia evidente che il suo utilizzo non comporta alcun vantaggio evolutivo, nel senso biologico del termine, a differenza di altre sostanze alteranti, come la caffeina ad esempio, che quanto meno aiutano a sentirsi più attivi. Nel suo libro Drunk – How we sipped, danced and stunned our way to civilization, Edward Slingerland, filosofo e psicologo alla British Columbia, parte proprio da qui. Qual è la ragione per cui, nonostante gli effetti evidentemente nocivi dell’uso di alcol sul nostro cervello, sul nostro corpo, sui comportamenti e sulla nostra salute, noi umani da sempre facciamo in modo di produrne e consumarne regolarmente una certa quantità?

Lasciando Slingerland al suo appassionante e irriverente viaggio tra le varie teorie e spiegazioni, tra biologia e cultura, che nel corso degli ultimi decenni si accavallano per provare a spiegare il perché di questa passione umana per l’alcol al di là delle conseguenze, possiamo dire con assoluta tranquillità che tutte le evidenze scientifiche, mediche, biologiche, organiche, fisiologiche, cognitive e via dicendo vanno in una sola direzione. L’unica quantità sicura di alcol da assumere è quella non assunta. Il rischio zero si ha solo non bevendo affatto.

Se nelle nostre società, che sul vino ha costruito molta della sua narrazione oltre che una fetta importante di economia, questa pare essere una affermazione inaccettabile, forse vale la pena ricordare che nella nostra vita di rischi zero ce ne sono davvero pochi. Vivere in città, spesso con una bassa qualità dell’aria, mangiare cibo processato o eccessivi quantitativi di carne, andare in macchina al lavoro, passare ore in ambienti poco arieggiati senza fare movimento… la gran parte della nostra vita è un continuo trade off tra le scelte che facciamo, le pratiche che siamo fortemente indotti ad adottare, per lavorare, per combinare le nostre esigenze con le difficoltà finanziarie, per condividere tempo e attività con altre persone, e il tipo di rischi che accettiamo di correre. Il punto chiave, come sempre, è avere consapevolezza e, quando è possibile, scegliere in modo sensato. 

E dunque, se ci tuffiamo nelle evidenze scientifiche disponibili, negli studi pubblicati in questi anni, nei report e nelle osservazioni epidemiologiche delle principali istituzioni sanitarie, insomma se ci riferiamo a quello che le conoscenze messe insieme tra chi fa ricerca e chi fa clinica dicono, non si scappa. L’alcol fa male, anche in quantità minime. E solo assumendone dosi molto, ma molto moderate, si possono contenere, pur non annullandoli, i rischi per la salute. 

Nella sua pagina dedicata al tema alcol, il sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha perfino una guida per i giornalisti, pubblicata ad aprile di quest’anno. Nei diversi documenti della sezione si trovano moltissimi dati e definizioni chiare e inequivocabili. L’alcol è una sostanza psicoattiva che agisce nel nostro cervello a livello della corteccia prefrontale, sede del nostro sviluppo cognitivo, della nostra capacità di articolare ed esprimere ragionamenti e pensieri, strategie e presa di decisioni, concentrazione e controllo. Ci sono solide evidenze raccolte negli ultimi decenni, sottolinea l’OMS, del fatto che il consumo di alcol costituisca oggi una vera e propria epidemia con conseguenze sulla salute globale. È uno dei fattori di rischio principali di tutta una serie di malattie non trasmissibili, come la cirrosi epatica, diversi tipi di cancro e di malattie cardiovascolari, ed è considerato la causa del 7% delle malattie totali negli uomini e poco più del 2% di quelle delle donne. È associato con lo sviluppo della tubercolosi, dell’HIV, e altre patologie. Contribuisce a uccidere circa 3 milioni di persone ogni anno, in tutto il pianeta e per molti altri milioni di individui è causa di disabilità permanente e di problemi cronici. È direttamente associato allo sviluppo di oltre 740mila nuovi casi di tumore ogni anno. Sei volte i morti per malaria, per intenderci. O cinque volte il numero di morti per AIDS. Insomma, l’alcol è uno dei fattori di rischio principali per il rischio di mortalità precoce, per le persone tra i 15 e i 49 anni di età (è la causa di circa una morte su dieci in questa fascia di età). 

Nessuno studio scientifico recente ha potuto dimostrare l’innocuità dell’assunzione di alcol, e in larga parte la nozione che un po’ di vino fa bene è aneddotica o basata su ricerche che, anche a insaputa di molti medici che magari danno questa indicazione ‘di buon senso’, non sono sufficientemente rigorose o solide. Le più recenti revisioni e meta-analisi degli studi che proponevano l’idea dell’effetto protettivo, contro le malattie cardiache, di un bicchiere di vino rosso, dice l’OMS, mostrano tutti i loro limiti riviste alla luce delle attuali metodologie statistiche, epidemiologiche, mediche. Insomma, in altre parole, quello del beneficio associato al bicchiere di vino rosso è un mito, non un fatto. E anche l’idea che l’alcol sia un antidepressivo è falsa. Al contrario, anche a bassi quantitativi, il consumo di alcol aumenta il rischio di problemi mentali, di mancanza di concentrazione, di sviluppo di forme di demenza e di dipendenza. Causa ansia e insonnia, e spesso peggiora i sintomi della depressione invece che alleviarli. 

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