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La transizione energetica è un campo di battaglia

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Anche se in tanti non le vedono ancora arrivare, le rinnovabili hanno vinto. Certo, siamo distanti dall’obiettivo al 2030 e l’aggravarsi della crisi climatica richiede una forte accelerazione nella transizione, ma la traiettoria del cambiamento si è ormai strutturata e la maturazione tecnologica delle rinnovabili fa sì che il mercato – in primis fondi di investimento e imprese – si stia orientando sulle nuove fonti. Proprio per questo stiamo vivendo una fase complicata: la transizione energetica è un campo di battaglia dove il vecchio che muore si organizza per resistere e il nuovo che nasce rischia di non produrre le discontinuità necessarie per inverare una transizione giusta nei suoi effetti sociali e territoriali. Stiamo assistendo a una vera e propria lotta per l’egemonia, dove si scontrano interessi diversi e idee alternative di futuro. Non è tanto più sulla fattibilità della sostituzione delle fonti fossili, ma sulle modalità e la gradualità della diffusione delle rinnovabili che si gioca un pezzo della partita. C’è ancora un campo di conservazione forte e influente che vuole preservare il sistema tecno-istituzionale che sfrutta le fonti fossili, ma le strategie per non perdere l’egemonia sul sistema energetico stanno cambiando: dalla strenua opposizione al cambiamento, al tentativo di governare e condizionare le politiche di incentivazione e regolazione della transizione, per garantire il perdurare di un modello energetico sostanzialmente accentrato in pochi grandi playerche contempli la complementarietà tra fossili e rinnovabili. Gli investimenti nelle rinnovabili hanno provocato una destabilizzazione del sistema elettrico nazionale, con importanti problemi di gestione della rete. I grandi gruppi hanno investito in produzione di energia, senza intervenire sullo stoccaggio e l’ammodernamento delle reti. L’assenza di politiche pubbliche di governo dei cambiamenti e per l’adattamento del sistema alle nuove fonti, ha contribuito a diffondere una immagine falsata sulle rinnovabili e creato un clima di delegittimazione. L’immagine che si è diffusa è di inaffidabilità e incapacità di garantire la sicurezza e la continuità nella fornitura di energia. In questo racconto, le fossili sarebbero ancora importanti proprio per la loro (presunta) capacità di stabilizzare la rete.

Sul fronte del cambiamento, invece, ci sono le imprese che stanno dismettendo le fossili, nella convinzione che la transizione energetica rappresenti l’occasione per aprire un nuovo ciclo di accumulazione basato sul capitalismo verde. Queste imprese non sono mosse dall’idea di transizione come vettore di cambiamento sociale: si stanno orientando per inserire le rinnovabili in un modello energetico decentralizzato, ma allo stesso tempo controllato da pochi grandi player, i soli capaci di concentrare capitale e capacità di innovazione per accelerare la transizione. Tuttavia, è su queste gambe che sta correndo oggi la transizione ed è questo insieme di attori che sta aprendo importanti spazi di legittimazione tecnica ed economica delle rinnovabili.

Nello scontro tra questi interessi organizzati, sta prendendo forma una transizione che corre forti rischi di produrre lacerazioni sociali e territoriali. Da una parte il bagno di sangue evocato, auspicato e cercato dai conservatori, al fine di creare consenso attorno alle proprie strategie; dall’altra, la cecità degli innovatori rispetto alla possibilità che una transizione non accompagnata possa portare a disuguaglianze sociali e territoriali, che non sono soltanto ingiuste in sé, ma che possono alimentare il clima di ostilità al cambiamento e perciò rallentare la transizione.

È qui che devono intervenire le politiche pubbliche, alleandosi con gli innovatori per costruire politiche energetiche e industriali che accelerino la transizione, e allo stesso tempo affrontino i problemi luogo per luogo, costruendo meccanismi di inclusione e sfruttando i potenziali di cambiamento sociale che le rinnovabili possono dispiegare.

Le tecnologie che utilizzano le fonti rinnovabili sono infatti scalari e appropriabili da tutti, ma perché questo accada c’è bisogno di attori pubblici e privati che agiscano nella transizione con intenzionalità strategica. Su questo esiste già un fronte del cambiamento dal basso, fatto di tante esperienze eterogenee (comunità energetiche, piccole utilities, enti locali, cittadini), che in diversi modi stanno realizzando la transizione luogo per luogo. Se nei fatti essi rappresentano un nuovo modello di società e di sviluppo, non sono però accomunati da una strategia politica che li connetta per utilizzare consapevolmente la leva della transizione al fine di democratizzare e uguagliare la società.

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