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Autonomia differenziata: chi i soldi li ha, li avrà; chi non li ha, avrà meno

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Autonomia differenziata: chi i soldi li ha, li avrà; chi non li ha, avrà meno

da Il fatto quotidiano

Lunga vita alle Regioni, specie quando servono a coprire le scelte rovinose del governo centrale. Nelle segrete stanze in cui la politica si trasforma in farsa, deve essere stato questo il pensiero di Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio che ha fatto della centralità dello Stato il perno della propria carriera, salvo benedirne lo sgretolamento definitivo.

Il cavallo di Troia si chiama autonomia differenziata: un’annunciata storia di drammi e di spoliazioni ai danni della popolazione, leghistissima nelle intenzioni, melonianissima nelle coperture e negli effetti. La chiamano riforma perché così usa ormai per dire devastazione: d’altronde, quando il motto della premier neo-thatcheriana è “preferisco tagliare la spesa pubblica che aumentare le tasse” si capisce che quel taglio su qualcuno dovrà essere scaricato. Ecco a che serve il darwinismo regionale promosso a obiettivo di governo: chi i soldi già li ha, li avrà; chi non li ha oggi ne avrà ancor meno domani. E mentre l’unità nazionale viene smantellata, mentre l’universalismo di servizi e prestazioni che fu cuore nobile e pulsante della Repubblica diventa utopia, con le Regioni “povere” non più in grado di fornire carissime e indispensabili cure contro il cancro, Tac di prevenzione, posti letto in ospedale, è già pronto lo scaricabarile: non è dello Stato o del governo la responsabilità, bensì di chi non si sa amministrare.È questa la vera natura dell’autonomia differenziata: un orizzonte concreto e vicinissimo. Il provvedimento va in aula la settimana prossima, il resto è una corsa contro il tempo. Prima, cioè, che si dispieghino in pieno gli effetti nefasti della scelta del governo di non aumentare la spesa sanitaria, inchiodata – nonostante l’inflazione – al 6,2% del Prodotto interno lordo, pochissimo rispetto al 9% indicato come la base da cui partire per dare davvero un senso ai Livelli essenziali di prestazione, i cosiddetti Lep. Nel mondo dei tecnicismi che aiutano a confondere le acque si tratta del parametro con cui, in un prossimo futuro in cui ogni Regione fa per sé e la Costituzione va a farsi benedire, alla popolazione dovrebbero essere garantiti servizi e cure: sotto una certa soglia non si scende. Già oggi molte e molti riderebbero: ditelo voi a chi vive in certe località, del Sud ma non solo, che gode degli stessi trattamenti di chi sta in zone ricche, beneficiarie di investimenti e di attenzioni politiche. Figuriamoci allora quando l’autonomia sarà legge, e ogni Regione dovrà arrangiarsi con le risorse che ha: “Volano per la responsabilizzazione del Mezzogiorno”, ha detto non a caso Giorgia Meloni della riforma, e guardando oltre al paternalismo già si vede dove andrà a parare il tutto. D’altronde, quattro dei membri della commissione guidata dal sempiterno Sabino Cassese per la definizione dei Lep hanno dato le dimissioni mesi fa spiegando che “restano irrisolti alcuni problemi di fondo”, mentre lo stesso Cassese menzionava en passant che “L’ultimo miglio dipende da un’amministrazione che funzioni bene e purtroppo i divari di capacità amministrativa in Italia ci sono e non li possiamo risolvere con la definizione dei Lep”. Traduzione: altro che chiacchiere su cure e scuole per tutti, lasciamo fare alle Regioni e poi si vedrà.

Si vedrà, sì, ma non chi sa governare: si vedrà invece il diritto alla Salute eroso, e con esso tutti quelli che la Costituzione aveva reso il motore della vita civile della Repubblica. Giorgia Meloni, la donna che è diventata presidente parlando di nazione, del ruolo dello Stato e dei più deboli, lo sa ma finge di non sapere. L’autonomia fornirà capri espiatori à gogo per questo strazio, e lei continuerà a fischiettare tra propaganda e vittimismo, sulla pelle della gente. Persino di chi l’ha votata.

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