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“La centralità dei poveri ha tanto accompagnato il cammino di Giovanni Nicolini”

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Omelia del card. Matteo Zuppi, Bologna 6.3.2024

Le letture che ascoltiamo oggi sono prese dal calendario che, seguendo la Piccola Regola di don Giuseppe Dossetti, ha illuminato quotidianamente i passi della preghiera e del cammino di don Giovanni, dei fratelli e delle sorelle delle Piccole Famiglie della Visitazione, «una famiglia allargata che non ha confini». Desidero salutare tutte le famiglie che lo hanno accompagnato con affetto filiale e fraterno, insieme alla sua famiglia di origine, così partecipe e coinvolta. Ci stringiamo con affetto ai loro responsabili, don Francesco – al quale va un ringraziamento nostro e certamente di don Giovanni per la protezione tenerissima e la cura competente con cui lo ha accompagnato in questi mesi – Elisabetta, sorella maggiore del ramo femminile e presidente dell’associazione. Con loro, oltre alle Piccole Famiglie dell’Annunziata, pregano secondo il calendario tanti altri fratelli e sorelle, e mi piace ricordarli tutti anche per indicarli come luoghi importanti per tutta la Chiesa, santuari della Parola di Dio: la Famiglia dell’Assunta di Montetauro, la Piccola Fraternità di Nazareth presso la Chiesa dell’Annunziata, la Comunità dei Figli di Maria di Nazareth a Gaiana, la Piccola Famiglia della Risurrezione di Marango e la Piccola Famiglia delle Resurrezione di Valleripa.
La lettura continuata della Parola di Dio è il segreto della loro vita. Diceva don Giuseppe Dossetti: «La Parola di Dio è unica, in ogni versetto, quindi possiamo e dobbiamo leggerla tutta per avere una conoscenza globale della storia della salvezza e per capire ogni singola riga attraverso questa conoscenza globale». Don Giovanni, accompagnato fino alla fine dalla preghiera e dalla lettura della Parola – direi notte e giorno – si è nutrito, lui, di questo pane che gli ha conquistato il cuore e che con tanta sapienza umana e spirituale offriva a chiunque. Lo faceva sempre in modo personale, senza supponenza, tanto che ogni incontro, anche il più ordinario, acquisiva un valore particolare, un significato nel senso stretto del termine, un tratto personale, diretto, del quale credo che qui, oggi, in tanti ringraziamo per qualche parola che ha toccato il cuore, per un sorriso, per un consiglio, per un po’ di luce e conforto. Giovanni era grande nello spiegare le Scritture e le faceva calare nella vita, regalava un Vangelo vivo, esigente e umanissimo, tanto che tutti si sentivano descritti, illuminati, perdonati, amati del Signore del Vangelo spiegato da lui. E una Parola vissuta e annunziata così diventa quasi naturalmente comunione tra chi ascolta e condivisione con tutti, particolarmente con i poveri. Le famiglie di Sammartini, della Dozza, di Mapanda, di tanti luoghi, iniziano così. Tutti si sentivano a casa con lui, accolti e attesi e molti sono stati attirati da lui proprio per questo spiegare le Scritture e per la relazione che aveva con chi ascoltava e con i poveri. Negli ultimi faticosi tempi, in cui tutto era sfuocato e non aveva la forza per tante
altre cose, era sempre attaccato alla Bibbia con tutte le poche energie rimaste, unitamente all’affetto incondizionato per Massimo che ha sempre indicato come esempio della mitezza divina di Gesù. Il suo impegno evangelico richiedeva, come abbiamo ascoltato, giustizia, che vuol dire cambiare le cause, coinvolgendo tutti nell’intelligenza e nella passione per la persona, quella che deve animare la politica intesa nel senso più nobile e alto. Era quella che aveva imparato dal papà e dai suoi tanti amici, che vedeva trasfusa nei principi fondamentali della nostra Carta costituzionale che, diceva, «non citano esplicitamente Dio ma esprimono chiaramente la concezione cristiana della storia». Fino alla fine non ha smesso di ricordarci lo scandalo della povertà, di farlo sempre con tanta cultura e conoscenza ma anche con la commozione personale, perché non riusciva a non piangere davanti a situazioni di povertà. Così ci aiutava a piangere, vincendo tiepidezza, scontatezza e indifferenza.
Il profeta Ezechiele parla delle sofferenze dei più deboli. Queste non sono casuali, come spesso si crede o si vuole fare credere rifugiandosi in un’assoluzione generale che giustifica sempre l’io per non interrogarsi sulle responsabilità e sulle colpe. Le sofferenze dei piccoli non sono casuali ma frutto di chi ha «urtato con il fianco e con le spalle e cozzato con le corna contro le più deboli fino a cacciarle e disperderle». La volontà di Dio è stare dalla parte dei piccoli, salvare le pecore e per questi promette: «Susciterò per loro un pastore che le pascerà», qualcuno che «le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore», perché vi sia «un’alleanza di pace”. Don Giovanni è la storia di un ricco che lascia senza amarezze il suo destino già segnato, peraltro nobile e pieno di stimoli, conquistato dall’amore di e per questo pastore che si è impadronito del suo cuore. Ha visto il volto di Gesù. La sua famiglia, che prese con sé una bimba piccola orfana della Borghesiana, adottata dal papà che la presentava come «la bambina figlia del suo figlio prete», non gli bastava. Il mondo di Mantova, pur così intelligente per cultura e per spiritualità che lo accompagnerà sempre, si unisce ad una piena radicalità del Vangelo per il quale lasciare tutto ed essere veramente ricco di tutto. Si ritrova a Roma e non va a vivere chiuso in uno dei tanti collegi del centro storico, ma nell’estrema periferia della capitale, alla Borghesiana, in una delle realtà più vivaci nella Chiesa inquieta di Roma che si coinvolgeva, come del resto Giovanni, in quella stagione di Pentecoste che è stato il Concilio Vaticano II, del quale Giovanni è stato testimone diretto, raccogliendo la testimonianza di tanti che lo hanno preparato e vissuto. Non si è mai spento in lui l’entusiasmo del Concilio. Non si è chiuso in comodi laboratorio per tiepide e cerebrali discussioni che parlano dell’amore ma non lo vivono, ma lo ha portato nella vita con i suoi imprevisti ma anche con i suoi legami
concreti, veri, umani, come è la vita vera. E Gesù è nella vita vera, nella profondità della storia e delle persone. Era un altro regalo del Concilio: la comunità, che con la Parola di Dio, la centralità dei poveri, ha tanto accompagnato il suo cammino.
Ha amato il pastore che guarda la folla con compassione, quella che fa vedere la stanchezza e la sofferenza fisica e spirituale, nascosta nelle pieghe dell’anima, tanto da non rendere padroni di sé, o evidente nella fragilità del corpo. E si è messo ad aiutarlo e a chiedere a tanti di farlo perché la Chiesa sia davvero di tutti, perché è particolarmente dei poveri. Non erano per lui una categoria ma le persone che fisicamente accoglieva in casa, in una condivisione di vita profonda, direi quasi una contaminazione di identità, perché, diceva: «Loro, i nostri amici, il Vangelo ce l’hanno dentro, nella loro vita». Sono stati i poveri della Dozza o quelli del S. Orsola, spogliati dalla malattia per i quali invocava la cura e la centralità della persona. «Smettiamola di parlare di sani! Qui è evidente l’immagine della famiglia di Dio come una famiglia di ammalati. Forse qui si può ricominciare a capire che tutti abbiamo bisogno di perdono e di salvezza. Qui si vede bene che nessuno da solo può cavarsela. Ognuno ha bisogno, in termini assolutamente concreti, che qualcuno gli lavi i piedi. E c’è sempre qualcuno che aspetta che qualcuno gli lavi i piedi della sua tristezza o della sua paura. Anche solo con un sorriso». Ecco la passione di Giovanni, il suo amore radicale e tenerissimo, personale e comunitario, spirituale e storico, obbediente e libero, ministeriale e laicale, ecclesiale e laico, ecclesiale e civile. In realtà queste che potrebbero apparire opposizioni, sono complementari e hanno necessità vitale l’una dell’altra. Qualche sofferenza, procurata per la malcelata incomprensione di alcuni non innamorati per cui il suo amore appariva eccessivo, non ha intaccato in don Giovanni il desiderio di vivere il Vangelo alla lettera, intransigente e sensibilissimo allo stesso tempo, nella storia e nella profondità dello Spirito, per cercare nella vita la luce dell’eterno e per fare conoscere Gesù, in tanti modi, sempre con una relazione personale e senza imposizioni.
Oggi sentiamo facilmente per Giovanni le parole che Paolo rivolge a Timoteo: ha vissuto l’invito a tendere alla giustizia, senza compromessi e per tutti, anche nel rispetto dei valori della nostra Costituzione che «non citano esplicitamente Dio, ma esprimono chiaramente la concezione cristiana della storia». Ha teso alla pietà, che non è mai un sentimento compiaciuto e quindi sterile, ma si traduce in prassi. Alla fede, cioè all’abbandono pieno a Dio e alla sua volontà, radicale non perché ha le risposte per tutto ma perché ha trovato la risposta che motiva tutto. Alla carità, che supera tutti i limiti e le misure, perché è questa a durare per sempre, perché solo l’amore resta e
resterà per sempre. Alla pazienza, che non è rassegnazione ma visione lunga, amore più forte delle delusioni e delle miserie, speranza con cui sapeva riaccendere nei cuori spenti dalla sofferenza il senso della rinascita e della luce che passa attraverso le ferite. Alla mitezza, da vero uomo di pace qual era, che non perde tempo a litigare, ma che con il sorriso e la gentilezza sconfigge la forza del male con la forza del cuore. Giovanni ha combattuto la buona battaglia della fede, fino alla fine, pregando e trasmettendo fede nell’incertezza della vita. Ha viaggiato nel mondo, cercandolo e amandolo senza barriere, perché il mondo ci è lontano non perché è «contro-Dio», ma perché è «senza-Dio». E quindi bisogna far conoscere Gesù, luce di cui il mondo ha bisogno e che non cerca perché si è rassegnato al suo crepuscolo grigio. Noi lo ringraziamo perché la sua professione di fede l’ha fatta con noi come testimoni. E oggi noi dobbiamo comunicarlo con più consapevolezza e responsabilità a tanti che lo cercano.
Quando l’ho incontrato l’ultima volta mi ha colpito – come sempre del resto in tutti i nostri incontri – per l’affetto e la gratitudine che mi riservava. Ero un po’ un figlio che lui sentiva come padre, come sempre con tutti i vescovi con i quali ha servito la Chiesa e il mondo.
Lo ringrazio a nome della Chiesa e di tutta la città degli uomini. «Il cristiano non muore ma dona la vita e quando la morte arriva non trova nulla da portarsi via perché la vita è già stata consegnata a Gesù e afferrata da lui che ci porta con sé nel suo giardino, in paradiso». Canta il Salmo 147,2-4: «Il Signore ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi d’Israele; risana i cuori affranti e fascia le loro ferite. Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome».
Oggi, insieme ai tanti fratelli e sorelle che hanno camminato con lui e che lo accolgono in cielo, c’è una stella in più che ci aiuta a orientarci e ci riflette la luce eterna di Dio, quella che non finisce, dono della luce che è venuta nel mondo per generarci come figli. Sempre. Con passione e gioia. Grazie don Giovanni. E questa volta sono io e siamo noi a chiederti di benedirci.

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