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Recovery College: la psiche condiziona il soma, la dimensione sociale alla base di tantissime malattie psichiche

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di Paolo Ferraresi, presidente dei Comitati consultivi misti della AUSL di Bologna

Oggi parliamo di Recovery College. La mia presunzione, concedetemela, è di uscire da questa assemblea con un concetto finalmente chiaro su di esso, sulle sue potenzialità e suoi limiti, qualora eventualmente ci fossero.

Quando ci siamo trovati a discuterlo nell’assemblea del CCMSSA, qualche tempo fa, ne uscimmo senza aver capito molto, lo confesso. Vi dico subito che affermatasi da prima a Nottingham in Inghilterra negli anni ’90, la pratica del “”Recovery College”” si è poi allargata in Europa. In Italia è stata applicata in Piemonte dapprima, ma si sta poi diffondendo, a Rovereto, a Brescia, e a Bologna.

Possiamo affermare che potrebbe essere un affiancamento del C.S.M., pur restando una struttura parallela, perché ha aspetti come la socializzazione come cura. Apparentemente potrebbe sembrare un passo indietro temporale nella storia della psichiatria, perché sembrerebbe rifarsi agli insegnamenti di Basaglia e in parte alla fase storica nella quale il concetto di sovra organico era preponderante su quello di organico, la psiche condizionava fortemente il soma, la dimensione sociale sotto accusa per tantissime malattie psichiche.

Poi se ascoltate e leggete attentamente vi accorgerete che il Recovery College non rappresenta affatto un passo indietro ma è “”qualche cosa che va ben oltre””. Cercherò di spiegarmi meglio, sperando di non dire castronerie.

La Legge Basaglia non è mai stato applicato fin in fondo non solo perché non è mai stata finanziata seriamente, ma anche perché negli anni 70 furono introdotti gli psicofarmaci. Molte malattie psichiatriche iniziarono ad essere curate con essi che agli inizi sembravano funzionare benissimo. Ed in effetti funzionarono benissimo finché non ci si accorse intorno agli anni 90 che gli psicofarmaci presentavano rischi molto seri per la salute fisica dell’individuo. Ci si rese conto pian piano che occorreva tentare di cambiare profondamente metodo in psichiatria. Lo psicofarmaco oltre ai rischi seri che presenta se somministrato a lungo, in realtà cura soltanto i sintomi, ma la “”malattia, il disagio mentale, la sofferenza psichica rimangono come problema di fondo e non scompaiono se non vengono affrontati in altro modo. Si iniziò a capire che il paziente psichiatrico doveva essere coinvolto a tutto tondo, globalmente, se lo si voleva veramente portare ad un recupero, e se non proprio ad una guarigione almeno ad una accettazione cosciente e tollerante del proprio sé stesso. Nacque  il Recovery College : Esso è appunto un luogo di formazione, e di studio uno spazio di condivisione delle criticità ed insieme un metodo di recupero e di guarigione, con una presa di coscienza di se stessi collettiva ..
Una scuola nella quale chi vi accede diventa uno : “studente del proprio benessere”

Si trattano i temi relativi alla salute mentale e alla sofferenza psichica.
Chiunque può iscriversi gratuitamente: chi vive su di sé il disturbo mentale, chi sta accanto alla persona sofferente e se ne prende cura, chi se ne occupa sul piano professionale, chi nutre interesse nell’approfondire queste tematiche. La particolarità del Recovery College sta nel suo “corpo docenti”. Questo è infatti composto sia dagli esperti tecnici del settore che da coloro che hanno vissuto e vivono in prima persona la sofferenza e il disagio psichico: gli utenti e i famigliari.

L’incontro tra queste due realtà, tra gli “esperti per professione” (gli operatori) e gli “esperti per esperienza” (utenti e familiari), permette di approfondirei temi proposti così da fornire una visione più ampia e libera da pregiudizi. Ma attenzione: quando ho affermato che l’utente psichiatrico doveva essere coinvolto a tutto tondo affermavo anche qualche cosa di più complesso:

(1) la prospettiva del recovery, cioè del recupero dalla grave patologia mentale è stato sostenuto dalla nascita delle associazioni di utenti e di familiari attive nella società civile, nella comunità scientifica e nella rappresentanza politica e sociale. 

 (2) Nacque tentando l’implementazione di nuove pratiche di partecipazione sociale ed inclusione lavorativa (cooperazione sociale, sostegno individualizzato all’impiego, micro credito gruppale e comunitario)

(3) Cercando lo sviluppo di una metodologia d’intervento fondata sui gruppi comunitari (psicoanalisi multifamiliare, auto-mutuo-aiuto, psicoterapia di gruppo e di comunità nelle sue varie forme.

(4); la diffusione di dispositivi di sostegno all’abitare basati su principi comunitari (gruppi appartamento, alloggi sostenuti, co-housing, interventi domiciliari nelle loro varie forme

(5) il sostegno di progetti di ricerca user-led, cioè guidati dall’utente, capaci di valorizzare l’esperienza soggettiva, i vissuti emotivi e la valutazione qualitativa delle pratiche di cura da parte degli utenti.

Cioè si capi allora e lo si capirebbe ancora oggi, che il recupero passa anche attraverso una presa in carico sociale dell’individuo fragile, dargli sicurezza non solo individuale, ma anche all’interno del proprio mondo, delle proprie relazioni gruppali, ed anche con una dimensione occupazionale ed abitativa.  

Ma tutto ciò lo spiegherà certamente molto meglio il Dr. Lucchi.

Quando penso al Recovery College mi sembra come di entrare in una stazioncina di un paese di campagna. Spesso sono carine da vedersi ed hanno qualche binario che si sperde lontano guardando l’orizzonte.

(1) Il primo binario ci porta a chiederci: ma il recovery college può essere proprio per tutti o vi sono delle limitazioni dovute alla tipologia dell’utente, alla sua malattia, alla sua cultura personale. Quando dare gli psicofarmaci e/o quando può essere applicato, in alternativa o contemporaneamente ad essi? In qualunque momento della sua vita o vi sono delle limitazioni temporali ben precise, non solo per il decorso delle malattie ma anche per aspetti anagrafici?  

(2) Un secondo binario che proviene dal passato e ci porta ad oggi e poi lontano nel futuro pone il problema della storicità del Recovey.

Esso implica uno spostamento del focus dal modello di una malattia da curare attraverso i sintomi a quello di una vita da vivere. Ciò rappresenta una vera e propria rivoluzione sia sul piano dell’organizzazione dei Servizi, che su quello sociale, culturale, e politico. E tramite tale rivoluzione le persone con disturbi mentali rivendicheranno sempre più il proprio diritto a una piena cittadinanza, malgrado l’eventuale persistere della patologia. Ma ciò implicherebbe anche il miglioramento della salute mentale di una intera comunità sociale, che indicherebbe più precisamente un generale livello di benessere relazionale e di sviluppo culturale, ed attiene ai sentimenti di coesione, di appartenenza e di libertà dei suoi membri che la compongono, con un forte sostegno allo sviluppo dell’identità personale e al superamento delle crisi esistenziali evolutive di ciascuno di essi.

Il Recovery è’ nato nei paesi anglosassoni, in un mondo diverso dal nostro e negli anni novanta quando il “”thatcherismo”” era ormai passato. Si è poi diffuso in Italia quando vi erano mezzi finanziari maggiori e maggiori speranze per il futuro.

Perché non si parla mai di riallocazione delle risorse e di creazione effettiva di opportunità? Il tema della povertà è in secondo piano, o del tutto trascurato oggi nella Recovery?

In un mondo non egualitario, spostarsi verso un sé individuale e riflessivo non può che amplificare il dolore dei gruppi marginali. Così, nel discorso sulla recovery, l’identità di coloro che “guariscono” non è supportata dallo status dato dalla piena cittadinanza, dato che al modello oggi mancano gli elementi relativi alle risorse, ai diritti e al riconoscimento, che sono essenziali alla piena cittadinanza.

–  In buona sostanza verrebbe da chiedersi: la recovery è ancora un paradigma radicale?

La guarigione dalle malattie mentali gravi, intesa come combinazione di buoni esiti clinici e di funzionamento, riguarda ancora una minoranza di persone. Ancora gli studi si concentrano sugli esiti clinici e non su quegli aspetti cruciali di indipendenza, significatività delle attività e delle relazioni personali, autosufficienza economica. Benché le persone con disturbi mentali gravi abbiano molte più possibilità di un tempo di vivere come gli altri e in mezzo agli altri, soffrono di grandi disparità, che toccano proprio quegli aspetti cruciali. Vi sono pochi servizi che si dedicano sistematicamente a superare questi ostacoli, e il supporto tra pari, tanto apprezzato, rimane molto raro…

–   Infatti l’evidenza suggerisce che molte di queste iniquità sono vissute proprio nel dominio di funzione della vita, autodefinito come recupero essenziale. Ad esempio, le persone con malattie mentali sperimentano un aumento massiccio dei livelli di senzatetto e la mancanza di accesso ad alloggi sicuri a prezzi accessibili. Hanno tassi di vittimizzazione estremamente elevati e lo stigma rimane a livelli elevati, anche nei paesi occidentali. Questi sono ostacoli formidabili al processo di ripresa, in particolare.

(3) E poi infine vi è il terzo binario, che è un binario di sosta e riguarda la nostra AUSL ed il nostro DSM   

Oggi mancano medici, infermieri e professionisti sanitari in ogni dove. Le Regioni ormai la definiscono un’emergenza nazionale. E dobbiamo aggiungervi assolutamente anche le problematiche della salute mentale. Mentre i disturbi psicologici e le malattie psichiatriche sono in notevole aumento, mancano almeno diecimila professionisti nel settore e le poche risorse destinate ai D.S.M. sono un altro grande tema da affrontare. E tutto ciò, ripeto ancora, riguarda anche la nostra Città Metropolitana e la nostra Regione.

Premesso che personalmente credo nel Recovery, e nei suoi aspetti alternativi, mi viene però spontaneo chiedermi, con le considerazioni di cui sopra, come intenda muoversi la nostra AUSL, ovviamente facendo il possibile nel mondo d’oggi fatto di tanta penuria per molti e di crisi dei finanziamenti pubblici. Gli ultimi rimarranno gli ultimi o vi è forse ancora qualche possibilità di recupero nelle pieghe del nostro sistema sociale e sanitario cittadino e metropolitano?

La Salute Mentale è il perno della vita di un Paese: pesa moltissimo sulla costruzione del futuro della popolazione e la psichiatria, in particolare, è la disciplina da anni più esposta a tagli di risorse, soprattutto umane (le più importanti in questo ambito) ed a ridimensionamento delle strutture necessarie per dare una risposta attiva.
E quindi come potranno le giovani generazioni del confinamento covid cercare di essere aiutate in tanti loro aspetti critici abulici o depressivi, mentre stanno avendo aumento in rapida diffusione comportamenti devianti come le anoressie e le bulimie, disturbi da alimentazione incontrollata, la drunkoressia e le bombe alcoliche del sabato sera che massacrano i neuroni dei nostri ragazzi?

E l’uso di cannabis a 13 anni che da occasionale diventa spessissimo continuativo e che produce nel tempo danni gravissimi per l’alterazione del normale sviluppo dell’area del piacere nella corteccia prefrontale, corteccia che raggiunge la sua maturità intorno ai 24-25 anni?

I dati della letteratura mostrano come il 10% dei consumatori abituali di cannabis sviluppino poi col tempo una psicosi reale nei maschi e forte depressione nelle femmine e il 30% sviluppi una sindrome de motivazionale, cioè abulia, perdita degli interessi scolastici, amicali, affettivi, sportivi, irritabilità e violenza.””

Basterà lo psicologo di comunità di recente introduzione a venite in aiuto a queste giovani generazioni? Come potrà svolgere la propria funzione e come si rapporterà con le strutture del DSM-DP e i servizi come il Recovery College?

Quale è in merito l’esperienza del DSM nei Distretti Sanitari e nel Comitato Utenti, con le famiglie ed i giovani di questi ultimi anni, specialmente del post Covid?

–   E poi un’ultima domanda, che oggi potrà sembrare un po’ peregrina, ma che in futuro non lo sarà più tanto.  

Come ci si regolerà con il problema sempre più critico dell’immigrazione? In Inghilterra, paese di più vecchia immigrazione ci si è resi conto, con analisi precise, che le psicosi sono in aumento fra la popolazione immigrata e sono maggiori in percentuale rispetto alla popolazione indigena.

In un mondo destinato ad impoverirsi e ad aggravarsi sempre più, viene quindi spontaneo chiedersi se oggi il Recovery possa essere effettivamente ancora valido ed essere applicato a molti o possa essere appannaggio soltanto per persone di un certo segmento sociale.   

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