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L’autonomia differenziata porterà alla fine del Servizio Sanitario Nazionale

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L’autonomia differenziata porterà alla fine del Servizio Sanitario Nazionale

ANAAO, Medicina democratica, SINDACATO REDAZIONE DOTTNET

Convegno a Bologna: “AutoNOmia Differenziata, quali rischi per il SSN?”. Migliore: “In sanità l’autonomia regionale è già una realtà, la riforma deve essere un’opportunità per individuare i correttivi per una maggiore equità”

Se passa l’autonomia differenziata sarà la fine del servizio sanitario nazionale“. Con queste parole Pierino Di Silverio, Segretario nazionale Anaao Assomed, ha rappresentato al numeroso pubblico che ha partecipato al Convegno di Bologna dal titolo “Autonomia differenziata. Quali rischi per il Servizio Sanitario Nazionale?” le preoccupazioni dell’intera categoria di medici e dirigenti sanitari.

“Il servizio sanitario nazionale – ha affermato Stefano Bonaccini, Presidente dell’Emilia Romagna nel suo intervento di saluto – non è mai stato a rischio come oggi. Il Governo lo sta smantellando e il risultato è che sono esplose le assicurazioni private, medici e infermieri, a causa di salari troppo bassi e di turni massacranti, emigrano verso il privato o cambiano lavoro. Presto potrà curarsi solo chi ne avrà le possibilità economiche.
Serve una grande mobilitazione, perché ormai siamo di fronte a un’emergenza nazionale. Dobbiamo batterci per riaffermare che il diritto alla salute deve essere garantito a chiunque, ad un povero esattamente come ad un ricco”.

L’autonomia differenziata in campo sanitario rappresenta una sfida per le Regioni, ma una sfida che può portare con sé grandi benefici: per quanto mi riguarda, dunque, ritengo sia necessario proseguire nel percorso intrapreso – ha dichiarato il presidente di Regione Liguria Giovanni Toti nel messaggio inviato all’Anaao Assomed. In primo luogo, autonomia significa assunzione di responsabilità da parte di chi amministra un territorio, senza la possibilità di “distribuire” gli effetti delle scelte fatte e di ciò che non va sul governo centrale ma con la necessità di rispondere in prima persona alle critiche e alle richieste dei cittadini. In secondo luogo, perché permetterà di adattare i servizi forniti alle esigenze specifiche del territorio, tenendo conto delle caratteristiche uniche di ogni area del Paese e con la possibilità di avere un costante dialogo con i cittadini, anche attraverso la digitalizzazione. Insomma l’autonomia consentirà di essere più competitivi ed efficienti”.

Preoccupazione per il rischio di un servizio sanitario frammentato e disuguale è stata espressa dagli esperti intervenuti.

Per Francesco Pallante, Professore Associato di Economia Politica, l’Autonomia differenziata, così come proposta, non risponde all’attuale crisi del diritto alla salute e rischia di acuire le disuguaglianze tra le diverse regioni. Risolvere l’attuale crisi del diritto alla salute a beneficio delle sole regioni più dinamiche è una prospettiva che si colloca al di fuori dal quadro costituzionale e ha suggerito l’esigenza di tornare alla Costituzione, a partire dal pieno rispetto dei principi di uguaglianza e di unità.

Sull’identificazione e finanziamento dei Leps si è concentrato l’intervento di Francesco Porcelli
Associato di Economia Politica – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e membro del Comitato scientifico per la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, il cui percorso, iniziato a maggio del 2023, dovrebbe portare a una normativa organica in tema di LEP. L’attività di ricerca ha cercato di rispondere a domande cruciali come: Cosa si intende per LEP? Quali sono i potenziali LEP che si possono rinvenire nella normativa vigente nelle materie che interessano i diritti sociali e civili? Quali sono i passaggi che consentono di tramutare i LEP in fabbisogno di spesa, sviluppando modelli di perequazione che ne consentono il finanziamento rispettando gli equilibri di finanza pubblica? Anche se le risposte non sono ancora complete e univoche, la definizione organica dei LEP, indipendentemente dall’attuazione dell’autonomia differenziata, è un’operazione di grande portata, in quanto attua una parte della Costituzione che pone le basi per la riduzione dei divari territoriali.

Le preoccupazioni si basano su dati concreti per Enrico Coscioni, Presidente di Agenas, che sottolinea l’importanza di un dibattito attento e responsabile, che ponga al centro la salute dei cittadini e l’equità del SSN: “Alla luce dei dati sulla spesa sanitaria, sulla carenza di personale e sulle disomogeneità regionali, è fondamentale interrogarsi se il SSN sia pronto per questa nuova fase. Il dibattito sull’autonomia differenziata deve essere condotto con attenzione e senso di responsabilità, ponendo al centro la tutela della salute dei cittadini e la garanzia di un SSN equo ed efficiente.” E ricorda alcuni dati sul confronto impietoso sulla spesa sanitaria pubblica e privata rispetto a Germania e Francia: nel 2022 la spesa sanitaria pubblica italiana è pari a circa 131 miliardi rispetto ai 423 della Germania e ai 271 della Francia, mentre l’incidenza della spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil è stata pari al 6,8%, inferiore di ben 4,1 punti a quella tedesca (10,9%), di 3,5 punti a quella francese (10,3%), e inferiore di mezzo punto anche a quella spagnola (7,3%).

Anna Lisa Mandorino Segretaria Generale di Cittadinanzattiva ha evidenziato i rischi di una frammentazione nell’accesso alle cure sanitarie, con cittadini di serie A e di serie B a seconda della regione di residenza, richiamando l’urgente necessità di stabilire i Livelli Essenziali di Prestazioni (LEP) come standard minimi garantiti a tutti i cittadini. “Se facessimo l’ipotesi, estrema ma possibile, che tutte le Regioni chiedessero per sé forme di regionalismo asimmetrico così articolate, l’Italia, come Stato unitario, semplicemente non esisterebbe più e lo si sarebbe deciso senza alcun tipo di partecipazione popolare”.

I rischi di un sistema sanitario frammentato sono stati evidenziati da Giovanni Trianni di Medicina Democratica Emilia Romagna. Teme un “marasma istituzionale” con gravi conseguenze per la sanità pubblica. “Siamo a dieci giorni dalla discussione del ddl di autonomia differenziata e Medicina Democratica propone azioni concrete quali una stagione di scioperi generali, preparazione a referendum abrogativi eventualmente possibili, la preparazione di ricorsi alla Corte Costituzionale, una campagna di sensibilizzazione verso i cittadini e cittadine di non votare candidati e candidate, alle prossime elezioni europee/amministrative che sostengono la autonomia differenziata”.

“Il convegno – ha concluso Pierino Di Silverio – ha messo in luce le profonde criticità dell’Autonomia Differenziata per il SSN. Le voci degli esperti e delle associazioni chiedono un dibattito pubblico aperto e costruttivo sul futuro della sanità in Italia, con l’obiettivo di tutelare il diritto alla salute per tutti i cittadini”. “È fondamentale che il dibattito sull’Autonomia Differenziata si svolga in modo aperto e trasparente, coinvolgendo tutti gli stakeholder interessati, al fine di trovare soluzioni che tutelino il diritto alla salute e garantiscano un SSN di qualità per tutti i cittadini”.

In sanità sperimentiamo l’autonomia regionale da quasi venticinque anni. La modifica del Titolo V del 2001 ha creato di fatto 21 sistemi sanitari. La riforma può e deve essere dunque un’opportunità per garantire maggiore equità e stabilità al sistema sulla base dell’esperienza che abbiamo maturato”. Questa la posizione che il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore, porterà come contributo nel convegno “AutoNomia differenziata: quali rischi per il SSN?” organizzato da Anaao a Bologna. 

“La tutela della salute è un bene costituzionalmente garantito – spiega Migliore – e lo Stato, attraverso i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), definisce le prestazioni e i servizi che il SSN deve offrire sul territorio a tutti i cittadini. Nel 2022 sette regioni, di cui cinque al Sud, non hanno raggiunto la sufficienza rispetto all’erogazione dei Lea. E’ necessario quindi intervenire con strumenti nuovi, lì dove ormai ci sono difficoltà consolidate nel tempo, per ridurre le disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari”. 

I LEA, negli anni tra il 2020 e il 2023, sono stati finanziati per l’87,3% dall’imposizione fiscale diretta ed indiretta, per l’1,6% dai ricavi e dalle entrate proprie delle Aziende sanitarie, per l’8,5% dalla partecipazione delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome e per il 2,6% dalla voce relativa al Fondo sanitario nazionale.

L’imposizione fiscale, quindi, costituisce la parte preponderante delle fonti che finanziano il Fondo sanitario nazionale: la componente diretta, rappresentata dalle risorse derivanti dall’Irap e dall’addizionale Irpef, incide per il 26,2% (Irap 18,1% e addizionale Irpef 8,1%), la componente indiretta (Iva e accise) per il 61,1%. 

Il riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale – continua Migliore – avviene sulla base di criteri che sono cambiati più volte nel corso degli anni, per adeguare le risposte alle criticità che emergevano via via nella assegnazione delle risorse. Ci sono dunque i margini, anche attraverso il Fondo di garanzia dello Stato, per assicurare a tutte le regioni la copertura dei livelli essenziali delle prestazioni, magari anche aumentando le risorse stanziate per il Fondo sanitario nazionale, storicamente sotto finanziato rispetto alla media dei paesi europei più avanzati”.   

Ma non basta – conclude Migliore – serve avere il coraggio di cambiare le regole ed è necessario uno sforzo straordinario di sistema, per dare ai cittadini risposte adeguate ed in tempi congrui ai loro bisogni. Fino ad oggi, nonostante tutte le difficoltà, grazie alla capacità di innovazione delle aziende, con un sistema che abbiamo definito frugale siamo riusciti a garantire uno stato di salute della popolazione buono ed una aspettativa di vita tra le più elevate nei paesi occidentali. Adesso è necessario fare di più. E noi non ci sottraiamo dalla discussione, anzi, abbiamo anche chiesto alla politica di ridefinire la figura del direttore generale, per valorizzare ancora di più competenza ed esperienza, indispensabili per gestire bene le risorse affidate alle aziende sanitarie”.

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