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Depressione: che cos’è e come può essere affrontata

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Depressione: che cos’è e come può essere affrontata

Ripercorrendo le tracce della sua salute mentale, la scrittrice sudcoreana Baek Sehee ricorda di non essere mai stata una persona felice o ottimista: “Fin da bambina sono stata introversa e sensibile. I ricordi sono vaghi, ma stando alle pagine del mio vecchio diario non ero certo un’ottimista nata, e di tanto in tanto mi sentivo giù. È stato al liceo che la depressione ha colpito davvero, influenzando i miei studi, impedendomi di andare all’università e compromettendo il mio futuro”. L’autrice ha raccontato la condizione di povertà in cui ha trascorso l’infanzia, gli abusi in famiglia, il rapporto con una sorella maggiore manipolatrice, le difficoltà relazionali e l’ossessione per il suo aspetto. “Forse era scontato che sarei finita in depressione da adulta. Ma anche quando ho cambiato tutti gli aspetti della mia vita che volevo cambiare – il mio peso, l’istruzione, il partner, gli amici – continuavo a essere depressa”.

Di cosa parliamo in questo articolo:

  • Cause e manifestazioni della depressione
  • Discriminazioni e depressione
  • I trattamenti e i limiti alla remissione
  • Come abbattere lo stigma e aiutare chi è in depressione

Cause e manifestazioni della depressione

Di depressione, ha stimato l’OMS, soffre circa il 3,8% della popolazione mondiale, più o meno 280 milioni di persone. Appartenente alla categoria dei “disturbi dell’umore”, la depressione si manifesta attraverso una serie di sintomi, tra cui una profonda sensazione di tristezza e angoscia; la perdita di interesse verso attività che prima davano piacere; difficoltà a concentrarsi; sbalzi di appetito; disturbi del sonno (come avere difficoltà a dormire o dormire più di quanto necessario); mancanza di speranza verso il futuro; forti sensi di colpa; bassa autostima; pensieri e/o tentativi di suicidio. Trattandosi di un problema che coinvolge la mente ma anche il corpo, in molti casi le persone che soffrono di depressione possono manifestare anche sintomi fisici, come mal di testa e problemi digestivi. Non tutte le persone fanno esperienza degli stessi sintomi, nello stesso modo e con la stessa intensità, e non esiste neppure un solo tipo di depressione.

Si parla infatti di depressione maggiore, quando un alto numero di sintomi inficia la vita quotidiana di una persona per almeno due settimane consecutive; e di disturbo depressivo persistente, quando almeno due sintomi sono presenti da più di due anni, in maniera costante. Una persona con disturbo depressivo persistente ha anche un alto rischio di sviluppare una depressione maggiore. Le “differenze di presentazione clinica” tra queste due forme di depressione “rendono diagnosi, prognosi e trattamento lievemente differenti”. Anche chi soffre di disturbo bipolare può fare esperienza di episodi depressivi, ma secondo l’OMS si tratta di condizioni differenti che non andrebbero confuse: il disturbo bipolare infatti è caratterizzato da cambi d’umore estremi e intensi, per cui le fasi depressive si alternano a quelle maniacali di euforia e iperattività, o di “umore misto”, ovvero quando sintomi depressivi coesistono con l’agitazione delle fasi maniacali.

Per quanto riguarda invece le cause della depressione, più che di un singolo elemento si tratta spesso di un insieme di fattori e circostanze. Per queste ragioni, e perché ogni persona può reagire a un medesimo evento in maniera molto diversa, si parla soprattutto di rischio e vulnerabilità invece che di un rapporto di causa ed effetto. Un evento traumatico, un lutto, una malattia o circostanze particolarmente stressanti possono aumentare il rischio di depressione. Soffrire di dolore cronico, di disturbi del sonno e di alcune patologie come quelle endocrine può contribuire all’insorgenza di sintomi depressivi. Traumi e abusi fisici ed emotivi vissuti durante l’infanzia costituiscono un altro elemento di vulnerabilità. Anche il patrimonio genetico è un fattore importante, per cui provenire da una famiglia con disturbi mentali e depressione aumenta il rischio di soffrirne. Una discussione più complessa è quella invece attorno all’aspetto neurobiologico per il fatto che la depressione è una condizione eterogenea e può derivare dal coinvolgimento di più neurotrasmettitori sui quali agiscono i farmaci antidepressivi riducendo i sintomi.

Discriminazioni e depressione

Sempre maggiore attenzione poi si sta dedicando al rapporto tra discriminazioni e insorgenza di sintomi depressivi. La depressione è ad esempio molto diffusa nella comunità LGBTQIA+, in particolare tra i più giovani, che sono particolarmente a rischio di avere pensieri suicidari, e le persone transgender, tra cui in Italia il tasso di depressione può arrivare a essere anche dieci volte più alto rispetto a chi è cisgenere (si riferisce a una persona la cui identità di genere coincide con il genere assegnato alla nascita). . Ad aumentare il rischio di soffrire di questo disturbo non è ovviamente la loro identità e/o orientamento, quanto l’ambiente in cui vivono: subire discriminazioni, essere rifiutati dalla propria famiglia, non avere attorno persone di fiducia, ed essere vittime o potenziali vittime di bullismo e crimini d’odio, sono tutti fattori che contribuiscono alla maggiore incidenza di sintomi depressivi tra le persone LGBTQIA+. Uno scenario simile è quello vissuto dalle persone razzializzate: “Da ragazza nera che vive in una società razzista, in qualche modo impari a odiarti”, ha detto Samira, raccontando come il razzismo abbia avuto un forte impatto sulla sua salute mentale.

A questo proposito, la psicoterapeuta Ronke Oluwadare, che lavora principalmente con persone di seconda generazione e LGBTQIA+ in Italia, ha detto a Valigia Blu: “Sappiamo che ogni storia è a sé, però lego molto i sintomi depressivi alla comunità di cui coloro che ne soffrono fanno parte, e dunque alla loro identità, perché hanno un’esposizione a tutta una serie di discriminazioni diverse”. Da un lato infatti le persone di seconda generazione subiscono “discriminazioni determinate dall’essere a casa, ma non sentircisi, con la postilla necessaria sulle questioni razziali”; dall’altro la comunità LGBTQIA+ “è sottoposta al minority stress” e cioè a quello stress mentale che vive chi appartiene a una minoranza e che deriva da “attacchi plateali, micro aggressioni quotidiane e messaggi silenti che la società etero normata circostante ti manda quando non prevede la tua identità o il tuo orientamento”.

In buona parte della sua utenza, la dottoressa Oluwadare, riscontra quella che “potremmo definire una sorta di depressione post-traumatica da stress”: “far parte di una minoranza”, spiega infatti la psicoterapeuta, “ti sottopone a un trauma che è un po’ più complesso di quello citato nel DSM alla voce ‘disturbo da stress post traumatico’, perché non si tratta di un trauma ‘secco’”, legato dunque a un evento specifico, “ma piuttosto un qualcosa di centellinato che ti viene a cercare costantemente”. I sintomi depressivi che individua in questi casi includono “un’incapacità a gioire e provare profondamente felicità e soddisfazione, anche laddove ce ne sarebbe motivo”; “uno stato d’ansia reiterato”; “un tono dell’umore negativo determinato da eventi passati e presenti, ma che riesce a contaminare anche l’immaginazione sul futuro”: succede ad esempio con giovani adulti LGBTQIA+, il cui umore depresso tocca anche “il desiderio futuro, come un desiderio di famiglia o immaginarsi in che contesto invecchiare e non sentire un posto in cui poterlo fare”. Tra le persone razzializzate, poi, la psicoterapeuta nota “più che in altri soggetti quella che viene chiamata ‘depressione ad alto funzionamento’, per cui raramente si tratta di persone che con fatica si alzano dal letto la mattina. E questo si intreccia anche con l’idea che spesso non c’è la possibilità di non alzarsi dal letto”.

Anche le discriminazioni di genere hanno un impatto sulla salute mentale: molte più donne che uomini infatti soffrono di depressione, con un tasso che arriva al 50% in più. Oltre a eventuali cause biologiche e a condizioni specifiche come la depressione perinatale, anche il ruolo sociale e la percezione del femminile incidono sulla salute mentale delle donne. La pressione per aderire a determinati ruoli di genere inizia molto presto e già nell’adolescenza le ragazze sono molto più inclini a sviluppare sintomi depressivi rispetto ai ragazzi. Abusi sessuali, molestie e ripetute violenze da parte di un partner o un ex partner possono portare alla depressione. Le discriminazioni di genere in senso ampio, dalle disuguaglianze in ambito lavorativo ed economico alle più sottili prevaricazioni percepite quotidianamente dalle donne, provocano forti conseguenze sulla loro salute mentale e possono contribuire all’insorgere di sintomi depressivi. 

Un esempio pratico di ciò è la gestione dell’organizzazione familiare nelle relazioni eterosessuali. Le donne che svolgono un lavoro retribuito si ritrovano oggi spesso a dover farsi carico di una doppia responsabilità: quella della professione fuori casa e quella del lavoro di cura, ancora principalmente se non del tutto sulle spalle delle donne. Da ciò deriva un forte carico mentale, che si traduce in disagio e stress psicologico. Le sole aspettative di genere, in realtà, per cui è la donna in quanto donna a doversi occupare della cura della casa, dei figli e dei parenti anziani, possono costituire un limite al benessere psicofisico.

Anche in Italia le donne sono tra coloro che soffrono di più di depressione. I sintomi depressivi riferiti da circa il 6% della popolazione nazionale infatti sono più comuni proprio nel genere femminile, ma anche tra chi vive da solo, chi soffre di una patologia cronica e tra le persone in situazioni svantaggiate da un punto di vista economico, lavorativo e/o di bassa istruzione. Solo il 62% di chi ha riferito di soffrire di depressione però chiede aiuto.

I trattamenti e i limiti alla remissione

Oggi esistono metodi efficaci per il trattamento della depressione. La psicoterapia, di cui esistono diversi approcci, è uno di questi. Nei casi di gravità media e alta può essere necessario abbinare al percorso di psicoterapia anche il trattamento farmacologico. In presenza di depressione maggiore, ad esempio, la dottoressa Fazio spiega che “la remissione, ovvero la scomparsa dei sintomi che caratterizzano l’episodio depressivo maggiore” si può ottenere “in più dei due terzi dei casi grazie a un’adeguata terapia antidepressiva”. Nella restante parte dei pazienti, “la guarigione può essere più complessa o richiedere più tempo. Questo è spesso dovuto alla presenza di comorbidità con altre patologie psichiatriche o mediche. In questi casi si parla di depressione resistente al trattamento, che può richiedere terapie antidepressive combinate o di potenziamento”.

Esistono anche altri elementi esterni che contribuiscono alla riuscita o meno di un trattamento: Fazio infatti ha specificato che “fattori critici per il successo terapeutico includono l’accesso a cure appropriate, il sostegno da parte della rete sociale del paziente e l’aderenza al trattamento prescritto”. Non sempre però questi tre elementi sono garantiti. Per quanto riguarda ad esempio l’aderenza al trattamento, in Italia sappiamo che, nonostante ci sia un aumento nel consumo giornaliero degli antidepressivi, non tutte le persone a cui è stata prescritta una terapia farmacologica la portano a termine.

Anche l’OMS sottolinea poi l’importanza dell’accesso a cure adeguate citato dalla dottoressa Fazio per il trattamento dei disturbi mentali e della depressione: un diritto che però non è garantito a tutte e tutti allo stesso modo. Nei paesi ad alto reddito ad esempio solo un terzo di chi soffre di depressione maggiore riceve assistenza appropriata. Le aree urbane risultano poi più fornite rispetto a quelle rurali ed è più facile trovare risorse destinate ad adulti che non a bambini e adolescenti. Carenti risultano inoltre i servizi specifici per i gruppi marginalizzati. Nel Regno Unito, ad esempio, è stato rilevato come le persone razzializzate fatichino a rivolgersi a servizi di salute mentale, a causa dell’approccio eurocentrico adottato in questi spazi. 

In Italia la situazione non è tanto diversa: “È molto difficile trovare professionisti competenti, soprattutto quando c’è un’intersezione di identità”, ha spiegato la dottoressa Oluwadare, e questo è dovuto sia al fatto che “nella formazione non sono state prese in considerazione moltissime variabili” sociali e identitarie, sia perché “nella disciplina psicologica il mondo attorno, come dimensione collettiva e politica, ha smesso di avere un ruolo nell’accompagnare le persone nella propria fatica e di entrare nella stanza, o quantomeno non entra in tutte le stanze”. 

Anche l’aspetto economico rappresenta un ostacolo all’accesso a cure adeguate, e dunque al trattamento della depressione: circa 1 persona su 10 in Italia ha dichiarato infatti di non essersi rivolta a uno psicologo proprio per ragioni economiche. Nonostante alcune piattaforme garantiscano tariffe fisse e calmierate e sia stato introdotto il cosiddetto “bonus psicologo” per coprire una parte delle spese, affrontare un percorso di psicoterapia costituisce una spesa significativa, che non tutte le persone possono affrontare: una seduta individuale infatti può avere un costo che va dai 40€ ai 140€. I servizi pubblici invece non hanno abbastanza risorse e personale per poter accogliere tutte le richieste, che nel frattempo con la pandemia sono anche aumentate.

Per quanto riguarda invece la rete sociale di supporto che la dottoressa Fazio individua come altro elemento essenziale nel trattamento e nella remissione della depressione, non tutte le persone che soffrono di sintomi depressivi hanno il privilegio di averne una attorno. Chi soffre di disturbi mentali in generale e di depressione nello specifico è ancora oggi a rischio di essere discriminato ed emarginato dalla società e contesto circostante. L’esclusione può arrivare dai media, con le narrazioni stigmatizzanti e un linguaggio superficiale e discriminatorio, così come dalla famiglia e dagli amici che possono non comprendere le difficoltà personali: “Nonostante la depressione sia una condizione clinica ben documentata, molte persone la percepiscono ancora come un segno di debolezza del carattere, una condizione che si deve arginare con la ‘forza di volontà’. Il commento più frequente che sentiamo dai nostri pazienti riguarda una sensazione di mancata comprensione da parte di familiari e amici, che contribuisce a peggiorare il senso di colpa e l’isolamento sperimentati dai pazienti affetti da depressione”, ha detto a questo proposito la dottoressa Fazio.

I pregiudizi e i messaggi negativi che arrivano dall’esterno possono infatti tradursi in uno stigma interiorizzato, che porta le persone che soffrono di depressione a ritardare o rifiutarsi di chiedere aiuto. Nonostante ci sia molta più apertura rispetto al passato nel dire di aver iniziato un percorso di psicoterapia, si fa comunque ancora fatica a condividere i propri disturbi mentali. In molti temono ad esempio che parlarne sul posto di lavoro potrebbe provocare ripercussioni sulla loro carriera. È soprattutto tra gli uomini che aderiscono al ruolo di genere maschile patriarcale poi che lo stigma è particolarmente forte: come ha spiegato la dottoressa Fazio, infatti, tra uomini e donne vi è una “differente propensione nella ricerca di aiuto: gli uomini tendono a rivolgersi a professionisti della salute mentale meno frequentemente, il che può ritardare l’inizio del trattamento”. 

L’identità maschile stereotipata, infatti, per cui l’uomo non chiede e non ha bisogno di aiuto, non può e non deve essere in contatto con le proprie emozioni e la propria vulnerabilità, ed è in grado di gestire da sé tutte le difficoltà che gli si presentano davanti, impone necessariamente una grande diffidenza nei confronti della terapia e dei trattamenti contro la depressione. Lo stigma persiste anche tra le generazioni più giovani che, per quanto siano “molto più aperte a parlare di salute mentale, anche perché i social hanno un po’ sdoganato il tema”, ha detto la dottoressa Oluwadare, non si può dire che ci sia “questo stesso tipo di apertura con i disturbi che hanno un forte impatto sia nella vita sia nelle relazioni, come può essere la depressione maggiore”.

Come abbattere lo stigma e aiutare chi è in depressione

Per aiutare le persone che soffrono di depressione, è fondamentale allora abbattere lo stigma nei confronti della salute mentale, dei sintomi depressivi, ma anche delle terapie a disposizione. Secondo la dottoressa Fazio, ad esempio,“l’atteggiamento verso i farmaci antidepressivi si è aperto nel corso degli anni, ma persistono ancora preoccupazioni e credenze errate”. Per questa ragione, bisogna partire dall’informazione. Campagne di sensibilizzazione sulla salute mentale, progetti di comunità e dal basso, programmi specifici per le scuole e la possibilità di entrare in contatto con persone che vivono un disturbo mentale e che sono in depressione si sono dimostrate molto efficaci in diverse parti del mondo: in Australia, ad esempio, laddove sono state realizzate attività di sensibilizzazione è stata notata una maggiore consapevolezza sulla depressione e i benefici delle terapie.
Anche sul piano individuale, la conoscenza è centrale contro lo stigma. La dottoressa Fazio ha spiegato infatti che “durante i consulti è fondamentale fornire informazioni dettagliate e corrette ai pazienti riguardo il disturbo, le opzioni terapeutiche disponibili, ciò che si può ragionevolmente aspettare dalla terapia antidepressiva e le tempistiche di risposta al trattamento. Questo approccio aiuta a demistificare la malattia e a rassicurare i pazienti sul fatto che il ricorso alla terapia non è una resa, ma un atto di cura e attenzione verso se stessi”. 

Un lavoro essenziale è svolto poi anche dalla famiglia e dagli amici. “Ascolto empatico e molta pazienza” sono infatti, secondo la dottoressa dell’Ospedale San Raffaele, gli elementi più importanti per stare accanto a una persona cara che soffre di depressione: “La comprensione e il sostegno dei familiari e degli amici possono svolgere un ruolo significativo nel facilitare l’accettazione di un aiuto professionale”. Allo stesso tempo, è anche importante che le persone che vivono accanto a una persona depressa riconoscano che il sostegno che possono dare è comunque limitato e che è necessario che anche loro si prendano cura della propria salute mentale, sia nell’ottica di proteggere il proprio benessere psicofisico sia di garantire il supporto più utile e adeguato a una persona in difficoltà.
–   In linea generale, buone relazioni sociali, un contesto familiare positivo e il senso di appartenenza a una comunità rappresentano già un importante fattore di cura. Per questo motivo, la dottoressa Oluwadare è convinta dell’importanza di non isolarsi, “nonostante la fatica” che questo comporta: “Alcuni luoghi chiamano l’isolamento più di altri e affaticano la socialità più di altri, però il non isolarsi è un consiglio che darei in un’ottica di salute, perché è nella relazione con gli altri che vediamo cose di noi, ma soprattutto che possiamo imparare a stare meglio”.

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Esistono però altre cause che producono depressione, specialmente nelle femmine.

Il fumo, e non quello delle sigarette che danneggia i polmoni, ma quello dell’hascisc e della marijuana, che se fumati da giovanissimi ed in buona quantità danneggia fortemente la corteccia prefrontale (oltre che i polmoni). Esiste un mainstream sempre più forte che tende ad attribuire alla cannabis proprietà terapeutiche notevoli e comunque una sostanziale innocuità d’uso. Ad una certa età, negli anziani con demenze, sembra che la marijuana abbia qualche effetto calmante. Ma il vero problema sono gli adolescenti, che iniziano a farne uso fino dai 13 anni. E non è mai uno spinello saltuario, ma col passare del tempo il consumo della sostanza si fa sempre più abituale. La pericolosità del fumare cannabis sta nel fatto che i danni cerebrali non si notano subito. Ci si è resi conto, ormai con sicurezza, che saltano fuori dopo anni, quando gli abituali consumatori diventano adulti.

La cannabis altera il normale sviluppo della corteccia prefrontale, che raggiunge la sua maturità intorno ai 24-25 anni. I neuroni specializzati ad elaborare il piacere sono localizzati in due sedi anatomiche distinte: nel nucleo accumbens situato nella parte profonda del cervello e nella corteccia prefrontale, in cui ha sede la capacità critica. Ed è proprio l’alterazione profonda dell’area del piacere che provocherà, più avanti, psicosi nei maschi e depressioni forti nelle femmine.

–  Ovviamente si tratta di realizzare se è la cannabis che procura direttamente il massacro cerebrale oppure se porta alla luce già tendenze psicotiche che in quell’individuo, in condizioni di tranquillità sociale o familiare non avrebbe mai manifestato, o manifestato con semplici disturbi più controllati.

Sta di fatto che il rapporto diretto tra psicosi, depressioni e cannabis esiste e va denunciato, e non si venga a dire che non è vero, perché esiste in merito un’ampia letteratura medico – scientifica.

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