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“Caravaggio, la luce e il buio della mente” (ed. Scheiwiller 2023) di Giovanni De Plato

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Commento a Caravaggio la luce e il buio della mente (ed. Scheiwiller 2023) di Giovanni De Plato

di Francesco Domenico Capizzi*

Due secoli dopo la vicenda di Caravaggio, l’imperatore d’Austria Giuseppe II fu fatto segno di disprezzo, anche da parte del suo primo ministro non avendo neppure voluto assistere al suo trapasso, in quanto distintosi per una politica innovativa contro privilegi e introiti di clero e nobiltà a favore della collettività in larga parte in condizioni miserevoli. Nel medesimo periodo storico il medico austriaco Peter Frank fu ecclissato definitivamente a causa del suo insegnamento progressista basato sul principio che lo Stato debba combattere in primis la miseria “madre di tutte le malattie”. Rudolf Virchow, grande patologo berlinese, imperante Bismarck, fu espulso dall’Università per l’ardimento contenuto nel suo apologo: “i medici devono essere i più grandi avvocati dei poveri”.

Vicende esemplari, fra le tante, che illuminano sulle conseguenze repressive scaturite da seppur limitate deviazioni da irremovibili principi, etici e politico-socio-economici e sebbene promosse da sommità istituzionali, tuttavia in grado di creare deflagrazioni ma opportunamente sopite.  

Caravaggio agiva nell’epoca della controriforma e della riaffermazione dello Stato etico, strumento di dominio sulla società e non certo per favorire diffusione e pratica della parola evangelica. Ogni deviazione dal lecito e dal consentito, secondo codici predisposti, doveva essere additata, disprezzata, punita pubblicamente in modo esemplare e comunque resa discordante a fronte della fissità degli equilibri sociali e dei sovrastanti perbenismi e moralismi, spesso ipocriti.

Allo scopo di confermare quanto il controllo fosse capillare, a cui tutti e in ogni luogo andavano soggetti, è opportuno citare l’invito rivolto a Chopin, in un salotto parigino, ad evitare “dissonanze”: da musicali avrebbero potuto estendersi alla vita quotidiana.

Non gradite al potere, pertanto, “dissonanze”, particolari vivacità, espressioni di intelligenze e intraprendenze: si prospettava il biasimo, l’isolamento, la condanna del diverso, dell’immorale, dell’eretico. Pratiche continuate e diffuse nella società liberale di fine ‘800 e ben oltre, anche  per la loro pretesa scientificità poi conferita da Cesare Lombroso che, con la sua “teoria fisiognomica”, aveva contribuito a incrementare l’esclusione sociale, la costruzione e l’uso di manicomi (rimasti attivi fino alla legge Basaglia del 1978) utilizzati come pattumiere destinate a quanti finivano con l’essere considerati reietti, magari soltanto per espressioni originali nei modi e nel pensiero, e dunque da costoro la società meritevole di essere ripulita.

Il libro di Giovanni De Plato, docente nell’Università di Bologna e primario di Psichiatria, Caravaggio, la luce e il buio della mente (ed. Scheiwiller 2023) analizza la vita di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, ponendola perfettamente nel periodo storico in cui si trova immersa, utilizzando due metodi di indagine normalmente, e apparentemente, contrapposti: l’induttivo e il deduttivo. Due metodi adoperati congiuntamente nell’esame clinico, se possibile supportati da indagini diagnostiche che scandagliano organi ed apparati: esame anamnestico-semeiologico e valutazione di documentazioni varie (più spesso anatomo-patologiche) che nel caso di Caravaggio, e in genere nella pratica psichiatrica e psicoanalitica, risultano scarsamente disponibili.

Dunque, all’autore-psichiatra resta l’analisi su quanto emerge dai meandri della complicata vita dell’uomo-artista immersa nel suo tempo, teocratico-fondamentalista, non potendosi sottrare al fascino emanato dai suoi straordinari quadri immersi in feroci contrasti subiti per avere rotto il tradizionale codice rappresentativo, addirittura, con figure femminili all’opposto del “semper virgo” come forma di vita. Una genialità vista all’epoca come devianza, coniugata a tortuose vicende di vita quotidiana ricca di alterchi e violenze, che apre le porte alle accuse di deviazioni morali fino alla condanna a morte per omicidio volontario.

Su quest’ultimo drammatico inciampo, decisivo nella vita di Caravaggio, è bene osservare, in punto di medicina legale e in aggiunta a quanto scritto da De Plato, che il colpo di pugnale inferto in regione inguinale, e comunque non su addome e su torace-collo, lascia pensare più ad una volontà lesiva punitiva più che omicida.

La “Testa di Medusa”, riprodotta sulla copertina del libro di De Plato, con le sue circonvoluzioni espressive “cerebrali” sembra effettivamente contenere, come sostiene l’autore-psichiatra, l’intera vita di Michelangelo con tutti i suoi misteri.

*già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna

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