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Perchè “Il ponte sullo Stretto non si può fare per legge”?

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“Il ponte sullo Stretto non si può fare per legge”.
La rivelazione in uno studio del Comune di Villa San Giovanni

di Alessia Candito

La Stretto di Messina non ha considerato la nuova normativa che vieta la costruzione di infrastrutture nella “zona di attenzione” fissata per le faglie attive

A norma di legge il Ponte sullo Stretto non si può fare. Sul versante calabrese la struttura ricade per intero nella fascia di non edificabilità stabilita nel 2015 all’esito gli approfondimenti avviati dall’Ispra sulle faglie attive in Italia. A dimostrarlo, uno studio firmato dall’ingegnere Paolo Nuvolone presentato oggi in consiglio comunale aperto a Villa San Giovanni e che a breve sarà formalmente depositato dall’amministrazione alla commissione ministeriale Via.

Una sconfessione totale delle rassicurazioni della Stretto di Messina, che con l’ingegnere Pietro Ciucci meno di due settimane fa assicurava “i punti di contatto con il terreno dell’opera di attraversamento, sulla base degli studi geosismotettonici eseguiti, sono stati individuati evitando il posizionamento su faglie attive”. In realtà, le mappe allegate alla relazione del Comune di Villa San Giovanni dimostrano esattamente il contrario.

I punti di ancoraggio, il pilone, il pontile e gli svincoli previsti ricadono esattamente nell’area di totale inedificabilità indicata per legge. E per non lasciare spazio a interpretazioni o dubbi, l’opera – per come prevista da progetto – è stata sovrapposta alla ricostruzione grafica su foto aerea delle faglie presenti con annessa “zona rossa”.

Lì – dice la norma – “le infrastrutture, le opere connesse a sistemi infrastrutturali e, più in generale le lifelines in programma di realizzazione deve essere favorita la delocalizzazione”. E nel caso siano “preesistenti, o non delocalizzabili, deve essere predisposto uno specifico programma, eventualmente nell’ambito del Programma Zone Instabili, per essere sottoposte a verifica, prevedendo specifici approfondimenti conoscitivi e interventi finalizzati alla minimizzazione dei rischi”.

Non si tratta di un consiglio ma di un imperativo categorico fissato per legge per evitare tragedie come il terremoto dell’Aquila. Il devastante sisma, che ha provocato più di 300 morti, ha avuto origine da una faglia attiva, quella di Paganica, che si è improvvisamente svegliata devastando il territorio, densamente urbanizzato e mai messo in sicurezza. Per questo, si è deciso di imporre una “fascia di attenzione” di duecento metri per lato, più che doppia rispetto al passato, quando la norma ne prevedeva a stento 75.

Motivo? È quella la zona che comprende il cosiddetto “piano di rottura principale” e i probabili fenomeni deformativi del terreno correlati ad esso correlati. All’interno ci sono una “zona di suscettibilità” di 160 metri, ottanta per lato, che segue la traccia del piano di rottura principale e altre possibili strutture tettoniche secondarie associate, e una “di rispetto” di trenta metri per lato in cui non è consigliabile mettere su neanche un muretto.

Possibile che la Stretto di Messina l’abbia bellamente ignorata? Solo se gli elaborati relativi al rischio sismico sono stati presi di peso dal vecchio progetto del 2011 e riportati in copia conforme. All’epoca, la legge non esisteva. E nessuno – come d’altronde ha segnalato il Mase, che ha messo nero su bianco 239 osservazioni critiche al progetto, in molti casi bollato come vecchio e datato – sembra essersi curato delle modifiche normative arrivate nel corso degli ultimi tredici anni.

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