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Otto marzo: l’Agenda politica delle donne per la città di Bologna. Intervista a Fernanda Minuz

Otto marzo: l’Agenda politica delle donne per la città di Bologna. Intervista a Fernanda Minuz

A cura di Elda Guerra

Appena venti giorni fa presentavo su questo sito un breve ciclo di interviste a donne dell’Associazione Orlando dedicato a uno sguardo di genere sulle tematiche proprie di Smips.  Veniva così pubblicata la prima intervista a Samanta Picciaiola, La questione della cura, e annunciavo quella prevista in occasione della ricorrenza dell’Otto marzo a Fernanda Minuz che, con altre, ha coordinato il progetto, realizzato nel corso del 2021, sull’Agenda politica delle donne per la città Bologna. L’escalation bellica voluta dal Presidente russo e dal suo governo nei confronti dell’Ucraina ha drammaticamente cambiato lo scenario di questa giornata. 

Fernanda Minuz, studiosa di linguistica ed esperta di formazione dei migranti in una prospettiva multilingue, in particolare per adulte/i con scarsa alfabetizzazione, è tra le responsabili di Orlando e fa parte del gruppo di lavoro dedicato a “Teorie e pratiche della mondialità”, che ha alle spalle storie importanti del pensiero e dell’attività femminista per la soluzione non violenta dei conflitti, da quello israeliano-palestinese alle guerre balcaniche.

Oggi, Otto marzo 2022, abbiamo davanti agli occhi gli sconvolgimenti portati nelle vite di milioni di donne, uomini e bambini ucraini dalla guerra tradizionale e avvertiamo la paura per l’evocazione dell’incubo della guerra nucleare.

Pur consapevoli di questo, abbiamo deciso, intervistata e intervistatrice, di mantenere l’appuntamento previsto per far conoscere l’Agenda politica delle donne accompagnando l’intervista con un’immagine che rimanda ad un sentimento di profonda tristezza e, insieme, ad una possibilità di speranza.

Visto che avevamo progettato l’intervista qualche tempo fa in un contesto assai diverso e nessuna si aspettava il tragico scenario che stiamo vivendo, prima di iniziare a parlare dell’Agenda politica delle donne, ti chiederei una riflessione sul rapporto tra le donne in particolare le femministe e le guerre, anche per il fatto che tu fai parte del gruppo mondialità che non a caso porta questo nome.

Devo dire che questa guerra ci coglie del tutto impreparate per la zona, non per la possibilità dell’evento di una guerra perché sappiamo bene che in varie parti del mondo sono in corso delle guerre, forse non ci aspettavamo una nuova guerra in Europa, sottolineo l’aggettivo nuova perché sono stanca di sentire dire che dalla Seconda guerra mondiale viviamo in un continente di pace non nominando le guerre balcaniche che sono state guerre ai confini del nostro paese. In quelle guerre, come Associazione Orlando, abbiamo tentato e per certi versi siamo riuscite a realizzare azioni di pace, prima nella forma dell’aiuto immediato ma anche attraverso politiche di riconciliazione. Questo è stato possibile per il fatto che esisteva una rete consolidata con donne e femministe che vivevano in quei paesi. Oggi, almeno per quanto ci riguarda, arriviamo dopo uno sgretolamento delle reti internazionali dei femminismi e questo ci rende particolarmente fragili rispetto alle risposte da dare. Risposte che non sono semplici. Le risposte non sono mai semplici, ma in questo caso particolarmente difficili perché è un confronto tra due grandi potenze, non è una guerra per procura come abbiamo visto accadere in altre parti del mondo, siamo di fronte ad una contrapposizione diretta con i rischi che questo comporta. Non so bene che cosa aggiungere, se non sottolineare la quantità di domande che mi pongo. Io sono assolutamente convinta che armare non serva a creare la pace, però come per la guerra nei Balcani si pone problema che è anche un problema etico – ne parlava in quell’occasione Vittorina Dal Monte – ed è un problema di tempi. Tra i tempi di costruzione del negoziato e la gente sotto i bombardamenti, qual è l’azione? Ecco, io sono ancora su questa domanda. 

Grazie, per quanto mi riguarda condivido totalmente questa domanda e mi sembra giusto aprire la nostra intervista lasciando in sospeso l’interrogativo che hai formulato così chiaramente e mettendolo accanto a quello della bambina nell’immagine scelta per accompagnare il nostro dialogo. Passando ora al tema che avevamo deciso di affrontare oggi, vale dire l’Agenda politica delle donne per la città di Bologna, ritengo possa essere utile spiegare a chi non è abituato al nostro linguaggio, il significato stesso di questo termine.

L’Agenda politica, in quanto agenda politica di donne nasce dall’idea di costruire non tanto un programma, ma una serie di punti condivisi che le donne di un territorio, sia locale, sia nazionale riescono ad individuare per la visione del governo di una città. Agenda, quindi nel senso latino del termine, vale a dire delle cose da fare, come si parla ad esempio dell’Agenda delle Nazioni Unite, questo è il significato del termine. Nell’associazione Orlando l’idea di costruire un’agenda ha una storia abbastanza lunga. Mi ricordo che ne parlammo già, alla fine degli anni Novanta, all’epoca della Scuola di politica Hannah Arendt, perché venimmo in contatto con un’esperienza molto interessante condotta dalle donne austriache che era per l’appunto un’agenda politica di donne a livello nazionale. Nasceva da un’interlocuzione approfondita con le donne dei diversi territori per capire quali erano le loro istanze rispetto alla sfera politica. Quella era un’esperienza a livello nazionale, noi trasferimmo quell’idea sul piano locale. Facemmo la prima agenda politica nel 2003, 2004 con uno schema che si è poi ripetuto successivamente. Al centro ci furono e ci sono una serie di incontri strutturati, cioè diversi – lo sottolineo – da incontri di tipo assembleare, ma strutturati sulla base di metodologie precise sviluppate nell’ambito dei processi democratici di partecipazione, metodologie e tecniche che consentono la presa di parola anche da parte di persone che in un’assemblea non interverrebbero. La discussione viene articolata in una serie di piccoli gruppi di lavoro che si formano, si riaggregano, si riformano, facilitando come hanno spesso messo in evidenza tutte le partecipanti lo scambio di parola. Un obiettivo fondamentale dell’agenda è infatti dare spazio a donne che non possono, non vogliono o sono disinteressate a entrare in una discussione politica secondo gli schemi consueti, ad esempio, delle campagne elettorali nelle sedi apposite o in assemblee pubbliche. La prima fu, dunque nel 2003-2004, poi ce ne fu una seconda edizione nel 2011. Nel 2020 ci sembrava giunto il momento di dar vita ad una nuova interlocuzione con le donne della città perché ci trovavamo in un momento cruciale con la pandemia, esperienza traumatica e drammatica per molte di noi con l’idea, quando abbiamo iniziato alla fine di quell’anno, che potesse anche essere l’occasione per una ripartenza. Forse ci siamo sbagliate visto quello che accade, ma l’idea era anche quella di vedere quali erano le forze di resilienza delle donne di questa città.

Ritornerei un momento sulla questione metodologica per chiederti, come vi rivolgete alle donne? A quali donne, ai gruppi, all’associazioni, o a singole e in che modo? Con interviste, focus group o altro?  

L’agenda è stata caratterizzata da due metodologie: una di tipo più quantitativo, l’altra di tipo prettamente qualitativo per usare i termini della ricerca sociale.  C’è stata una prima indagine attraverso questionari on-line, strumento che ha il vantaggio di raggiungere molte persone, ma lo svantaggio di non andare a fondo. Si riescono a identificare i problemi, trattandosi di domande chiuse non si riesce ad andare a fondo rispetto alla percezione. Comunque attraverso i questionari siamo riuscite a raggiungere più di 1000 donne e a compiere una prima ricognizione sia di coloro che hanno risposto, sia delle problematiche emerse. Il questionario poneva la domanda su che cosa era necessario fare per le donne, non quella posta poi dall’agenda su quali dovevano essere le politiche della città dal punto di vista delle donne. La differenza tra i due quesiti è evidente: il primo presuppone una visione delle donne come gruppo sociale che richiede forme di sostegno, il secondo mette in campo la questione di come le donne pensano la politica.

Viene, in altre parole accentuata, la soggettività?

Certo, viene accentuata la soggettività, quello che personalmente anche in incontri pubblici ho sempre definito come l’assunzione delle donne in quanto soggetto politico in contrasto con la tendenza molto forte a vedere le donne come utenti dei servizi o comunque come un gruppo sociale più o meno vulnerabile, più o meno bisognoso protezione. In sostanza si è trattato di proporre una visione differente, vale a dire quella delle donne come un soggetto politico autonomo, capace di pensare e agire le politiche nei confronti della città. Certamente questa visione era presente anche nella prima parte, ma non con questa nettezza. In questa prospettiva, desidero sottolinearlo, l’agenda non è un’indagine sociologica, ma una campagna di conoscenza e attivazione politica. Fatta questa fondamentale precisazione, torno alla tua domanda: come le abbiamo raggiunte. Abbiamo lavorato su due canali differenti. Uno è stato quello di cercare di raggiungere quante più donne possibile attraverso reti personali – bisogna tener presente che eravamo in piena pandemia, tutto avveniva on line ed è stato piuttosto complicato – comunque abbiamo cercato di raggiungere donne che non conoscevamo. Per fare un esempio, ci siamo rese conto dopo aver compiuto l’analisi dei dati del questionario che mancava un’intera fascia di età, allora abbiamo cercato di trovare appartenenti a quella fascia, oppure la maggior parte di quelle che avevano risposto vivevano o nel centro storico o in quartieri più periferici ma attivi, mancava completamente una zona come quella della Barca, allora ci siamo mosse in quella direzione e così via. Noi non abbiamo fatto un’indagine a campione, ma ci siamo accorte che nel nostro profilo mancavano figure come quelle delle casalinghe o delle operatrici sanitarie, evidentemente cruciali nel contesto della pandemia. Insomma abbiamo lavorato cercando di raggiungere italiane o immigrate, in ogni caso con un background migratorio tentando di bilanciare punti di vista diversi a partire da storie e contesti di vita diversi. Con questo intento abbiamo fatto sia interviste personali, nel complesso più di 100, per la precisione 104, e 4 focus group di 7/8 persone ciascuno organizzati per gruppi omogenei. Abbiamo fatto un focus con donne dell’arte e dello spettacolo in quanto si trattava di una categoria particolarmente colpita dalle conseguenze del lockdown, un focus con donne del volontariato sociale, un altro con donne del settore educativo e infine un altro con donne impegnate nell’economia circolare e alternativa. Parallelamente abbiamo condotto un lavoro con le associazioni femminili e femministe, attraverso una serie di assemblee. È stato un processo lungo durato otto o nove mesi e alla fine abbiamo concluso con un world café che una delle varie tecniche utilizzate in questi processi, world cafè a cui sono state presenti sia le donne coinvolte negli steps precedenti, sia altre per le quali quella era la prima occasione di confronto. Il world cafè è una tecnica molto efficace, le persone si ritrovano a gruppi di 10 intorno a un tavolo, hanno 20-30 minuti per discutere su un tema, finito il tempo quel tavolo di deve rompere, poi riformare con altre presenti senza discutere quello di cui si è già parlato, una da una sintesi e si continua in questo modo. Alla fine viene fuori un esito ricchissimo.

A questo punto rinvierei chi ci legge e desidera saperne di più al report completo presente sul sito dell’Associazione Orlando (https://orlando.women.it/news/opuscolo-agenda-politica-di-donne/ ). Per concludere ti chiedo di dirmi molto in sintesi quali sono stati i risultati e quali sono le prospettive future, anche se i tempi che stiamo vivendo ci pongono altri interrogativi. 

E’ molto difficile fare una sintesi dei risultati perché ne è uscita un’enorme quantità di idee. Noi abbiamo enucleato cinque parole chiave: convivere, connettere gli spazi, i luoghi d’incontro, di socialità e di cultura, la sostenibilità ambientale, alimentare ed economica, la cura delle relazioni tra genti, generazioni e generi e la politica delle donne nella sfera pubblica e nella rappresentanza. Insomma come si vede abbiamo toccato tutte le questioni in una prospettiva di donne. Quali sono stati i temi più importanti? Faccio un passo indietro, la prima parte del percorso è stata dedicata a come le donne hanno vissuto il lockdown i vari periodi di isolamento. Sappiamo che è stato per molti versi un disastro personale, ma è abbiamo potuto constatare che è stato vissuto anche come una possibilità per avere il tempo di una presa di coscienza, di appropriarsi di se stesse, per alcune è stato devastante anche sul piano relazionale, per altre anche l’occasione per mettere meglio a fuoco le relazioni stesse. Quello che mi preme sottolineare è il fatto che tutto questo è stato visto anche come possibilità di cambiare qualcosa anche nella città. Una domanda riguardava che cosa era cambiato in peggio o in meglio nella città stessa, lasciando però la libertà di scegliere il momento del cambiamento positivo o negativo, senza necessariamente legarlo al contesto pandemico. Ne è emersa una visione di una città con molti aspetti positivi relativamente ai sevizi, alla cultura, alla qualità della vita, ma di una città che si presenta in qualche modo frantumata, come se avesse perso il senso di una connessione, anche nel rapporto tra l’amministrazione e i cittadini. Faccio solo un esempio: una critica frequente è stata quella per cui i quartieri sono divenuti troppo grandi ed è venuto meno il luogo in cui andare, a cui cittadini e cittadine possono rivolgersi con la facilità a cui si era abituati. Per cui la prima esigenza è quella di una riconnessione, per superare questa frammentazione che è anche una frammentazione sociale. Alcune hanno parlato di città che convivono senza interagire, dove ciascuno vive in una propria sfera ed è molto difficile uscire da questa sfera. Di qui l’esigenza molto forte di ripristinare luoghi di socialità mista eterogenea, non rivolti a gruppi determinati nella prospettiva di superare una divisione molto avvertita tra centro e periferia o l’idea di una sorta di lontananza che in realtà non c’è viste le dimensioni di una città come Bologna, ma che viene percepita in quanto tale. E’ emersa la visone di un centro storico molto commercializzato, da cui le più giovani traggono l’idea di contrastarla attraverso l’appropriazione di spazi urbani, di piazze come Piazza Verdi o Piazza S. Francesco, con tutte le contraddizioni che ne derivano. Un centro commercializzato in cui non ci sono spazi per l’espressione di una cultura libera a cui si oppone l’idea di un’appropriazione delle piazze come luoghi di aggregazione liberi…su tutto questo il dibattito è stato molto forte all’interno dei gruppi anche perché erano composti da persone diverse e molto interessante è stata l’attivazione di processo di mediazione e negoziazione per arrivare a posizioni condivise o ad individuare con chiarezza un territorio circoscritto di non condivisione che è già un grosso risultato perché sai che è lì e solo lì che devi lavorare, senza farti offuscare dal fumo che c’è intorno.

Questo mi sembra importantissimo sul piano metodologico rispetto a qualsiasi tipo di negoziato. A questo ti chiedo un’ultima considerazione rispetto al percorso e all’interlocuzione con le istituzioni.

Per quanto riguarda il percorso, noi diamo un giudizio molto positivo, senza fare trionfalismi. Ci siamo interrogate con molta attenzione e dobbiamo dire che abbiamo avuto un riscontro significativo da parte delle donne coinvolte. Sulle istituzioni. Nel corso di questo processo abbiamo incontrato tre volte il Consiglio comunale in audizioni della commissione specifica. Sono stati tre momenti utili anche per noi in quanto ci hanno consentito di mettere a fuoco il processo in tre momenti diversi. Poi visto che l’Agenda si è svolta anche in vista delle elezioni per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio, abbiamo incontrato i candidati e le candidate alla carica di Sindaco e le candidate per il Consiglio comunale appartenenti alle diverse forze politiche. Abbiamo presentato in queste occasioni le nostre proposte, abbiamo visto le rispondenze rispetto ai programmi elettorali. Abbiamo chiesto ai candidati di tener conto dell’Agenda politico ed anche di istituire dei momenti di interlocuzione una volta eletta la nuova amministrazione cittadina. Questo è avvenuto poiché sia la responsabile del piano di pari opportunità per la città metropolitana, sia l’Assessora al bilancio e l’Assessora alle pari opportunità e alle differenze hanno continuato questo processo con un loro piano, ma tenendo conto dell’interlocuzione che avevamo avviato. Per fare una considerazione finale, devo aggiungere che mentre è stato molto positivo il processo di scambio e confronto con le tante donne coinvolte nella costruzione dell’agenda, è stato più difficile una partecipazione attiva alla elaborazione dei documenti e al momento dell’interlocuzione politica. Ci abbiamo riflettuto perché abbiamo ulteriormente verificato un nodo critico importante che a che fare con la natura dei processi partecipativi. Il nodo sta nel passaggio dalla descrizione ed anche dalla riflessione che ciascun cittadino e ciascuna cittadina può fare all’attivazione, al coinvolgimento diretto all’interno di un processo che deve dare corpo, concretezza alle tue parole. Può essere stato anche un nostro limite, ma secondo me qui c’è un passaggio che ha a che fare con la natura stessa di questo tipo di processi, in particolare in quelli condotti dal basso come nel caso dell’agenda. Si tratta infatti di un processo peculiare diverso tanto dalla forma del movimento portatore di pressioni sul governo dell’istituzioni, quanto da quella tradizione importante che è stata propria dell’amministrazione bolognese di innestare processi partecipativi, a cui anche noi come Orlando abbiamo aderito, condotti tuttavia dall’istituzione stessa. Il problema che vedo nella peculiarità di questo processo e che sarebbe da approfondire sta proprio in quel passaggio dalla parola all’azione che anche in questa esperienza è emerso come una criticità.

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