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Negare la comunione a disabili intellettivi è discriminazione

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Negare la comunione alle persone con disabilità intellettiva è discriminazione

di Salvatore Nocera*

«Pur essendosi ridotti di molto – scrive Salvatore Nocera, commentando un articolo apparso sulla testata “Avvenire” -, gli episodi nei quali i bambini con disabilità intellettiva si vedono rifiutare la prima comunione da qualche parroco, che li ritiene incapaci di comprendere il significato del sacramento, sono ancora troppi rispetto all’attuale presa di coscienza della dignità delle persone con disabilità, operata da decenni di lotte delle famiglie e delle loro Associazioni, che hanno ottenuto norme nazionali e internazionali sul loro diritto di uguaglianza con tutti gli altri»

Leggo su «Avvenire» del 18 giugno scorso l’articolo a firma di Luciano Moia dal titolo Sacramenti e bambini disabili «Conta la fede della famiglia», che incomincia così: «“Accoglienza, conoscenza e umanità sono le parole chiave quando si riflette sulla maniera più opportuna per avvicinare le persone disabili ai percorsi dell’iniziazione cristiana”». Lo spiega suor Veronica Donatello, responsabile nazionale CEI (Conferenza Episcopale Italiana) per la Pastorale delle Persone con Disabilità».
L’articolo prende spunto da un ennesimo recente caso di discriminazione di un bimbo con disabilità intellettiva operata da un parroco che gli ha rifiutato la prima comunione, ritenendolo incapace di comprendere il significato del sacramento.
Purtroppo questi episodi, pur essendosi di molto ridotti, si verificano ancora in numero troppo alto rispetto all’attuale presa di coscienza della dignità delle persone con disabilità, operata da decenni di lotte delle famiglie e delle loro Associazioni, che hanno ottenuto norme nazionali e internazionali sul loro diritto di uguaglianza con tutti gli altri.

Il commento di suor Veronica Donatello, sopra riportato, è il frutto di un rinnovamento pastorale operata dalla Chiesa almeno dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e successivi pronunciamenti dei Papi. Fortunatamente il bimbo ha trovato un altro parroco molto più pastoralmente preparato che gli ha amministrato la prima comunione.
Suor Veronica insiste molto sul valore della fede dei familiari o della comunità cristiana in cui vivono i bambini con disabilità intellettiva, perché esse garantiscono che i bambini stessi saranno educati secondo la loro fede e la testimonianza di tale fede. Questo è un aspetto molto importante; infatti tale garanzia offerta dalla famiglia o dalla comunità non esclude la partecipazione dei bambini, ma assicura l’autorità ecclesiastica che i bambini saranno educati in modo coerente con il significato dell’atto religioso consistente nella prima comunione.

Sempre suor Veronica insiste molto anche sulla necessità di una maggiore formazione della comunità cristiana sulla Pastorale delle persone con disabilità.
A tal proposito segnalo la recente pubblicazione A Sua immagine? Figli di Dio con disabilità, curata da Alberto Fontana e Giovanni Merlo, oggi anche in formato e-book, volume che prende le mosse da un saggio con lo stesso titolo del professor Justin Glyn, sacerdote cieco australiano docente di Diritto Canonico, al quale seguono numerosi contributi di esperti della Chiesa Cattolica e della disabilità, quali padre Giuseppe Bettoni, don Virginio Colmegna, la stessa suor Veronica DonatelloIlaria Morali, don Giacomo PanizzaVittorio ScelzoMatteo SchianchiRoberto Speziale e anche chi scrive [Salvatore Nocera, N.d.R.] [nella colonnina a destra, “Articoli correlati”, del nostro articolo “Comprendere una volta per tutte che non vi è distinzione tra “noi” e “loro”, questo link, sono presenti tutti i testi già pubblicati in «Superando.it», che hanno preso spunto dal libro “A Sua immagine? Figli di Dio con disabilità”, N.d.R.].

Proprio a proposito della formazione del mondo ecclesiale ricordato da suor Veronica, riporto un passaggio del mio contributo nel volume sopracitato, che si conclude con un brano del mio intervento, quale presidente del MAC (Movimento Apostolico Ciechi) al Sinodo Mondiale dei Vescovi sui laici del 1987.
Quell’intervento mi era stato dettato dalla necessità di un cambiamento radicale dell’atteggiamento culturale e pastorale di sacerdoti, religiosi e laici delle comunità cristiane conseguente al Concilio e alle decennali esperienze di vita con le persone con disabilità. Questo è dunque il brano:
«Oggi troppo spesso, molte persone educate religiosamente e, talora, anche troppi sacerdoti e vescovi, sì rivolgono ai disabili dicendo loro: “voi soffrite su questa terra, ma sicuramente godrete in Cielo”. A noi non vedenti, più particolarmente, troppo spesso ancora dicono: “non avete la luce degli occhi, ma certamente avete quella dell’anima”. Addirittura talora, quando siamo nelle fasi più acute delle nostre ricorrenti crisi esistenziali ci sentiamo annunciare una grande verità di fede, che però, trasmessa spesso a noi da chi in quel momento non soffre, viene da noi rifiutata; ci si dice cioè “voi siete dei prediletti del Signore, perché partecipando alle sofferenze del Cristo, contribuite col vostro dolore alla redenzione del mondo”.
Questa formazione è stata di più facile accettazione per le persone handicappate e per i loro familiari che oggi sono anziani; per i giovani d’oggi, invece, questo atteggiamento pastorale non raggiunge lo scopo di riconciliare le persone disabili con quelle non handicappate.
Noi andiamo verificando sempre più negli altri e in noi stessi che oggi i disabili incontrano più facilmente Gesù risorto, prima di riconoscerLo crocifìsso. Per questo a nome di tutti i disabili che conosciamo in Italia e nel Terzo Mondo, Vi chiediamo di completare i paragrafi 49 e 72 dell’Instrumentum Laboris, laddove si parla solo del valore salvifico della Croce di Cristo, con il discorso della Sua Risurrezione e con ciò che per noi disabili la Risurrezione di Gesù significa, non solo nell’altra vita, ma già a partire da questa come anticipazione della gioia eterna.
Quest’annuncio di gioia, lo abbiamo sperimentato nella solidarietà dei volontari, degli obiettori di coscienza e di tutti coloro che condividono con noi la loro vita, per aiutarci a superare l’emarginazione purtroppo ancora imperante in molti ambienti, anche ecclesiali.
Questo senso salvifico, già su questa terra, della Risurrezione di Gesù ce lo ha annunciato il Santo Padre Giovanni Paolo II nell’omelia dell’indimenticabile incontro della “Giornata Giubilare della Comunità con le persone handicappate” del 31 Marzo 1984.
Consentiteci di ripetere quelle parole, da noi accolte come un vero annuncio di rinnovamento e che consideriamo come il capitolo conclusivo della lettera apostolica Salvifici Doloris:
“Le vostre attese, pur passando attraverso il mistero del dolore innocente, sono rivolte verso la Risurrezione dell’uomo intero, verso la liberazione anzitutto dai condizionamenti del peccato, ma anche da quelli della malattia e di ogni forma di menomazione fisica e psichica”.
“Cristo Gesù offre la salvezza totale dell’uomo”.
“Il Regno di Dio tende alla pienezza dell’incontro dell’uomo col suo Creatore e Padre, ma la fede nella reale possibilità di tale incontro è suscitata dalle opere dell’amore”.
“Tocca a noi, chiesa, comunità messianica, continuare tale opera di redenzione compiuta dal Signore, operando con fede perché i nostri fratelli più deboli – qualunque sia la loro menomazione -siano sollevati e anche liberati dalle loro pesanti situazioni”.
“Un aiuto fondamentale che dobbiamo offrire ai nostri fratelli e sorelle sofferenti è quello di essere noi credibili mediante opere d’amore, affinché essi siano aiutati ad accettare il misterioso disegno divino sulla loro croce”.
“La croce, a sua volta, contiene un intrinseco ed insopprimibile orientamento verso la vittoria della Risurrezione, La meta della salvezza redentrice è il recupero dell’intero essere umano: spirituale e fisico, dell’anima e del corpo. Così sarà nella fase definitiva del Regno di Dio. Da qui nasce l’urgenza imprescindibile dell’impegno del cristiano per anticipare la pienezza di vita e di gioia che costituirà l’esperienza dell’eternità”.
“Come anticipare tale esperienza dì vita e di gioia, tale vittoria sulla sofferenza anche nel corpo? Ciò si realizza anzitutto nell’unione degli animi e dei cuori, nell’effettiva condivisione della sofferenza”.
“Questi nostri fratelli e sorelle devono sentirsi effettivamente tali in mezzo a noi e non solo degli assistiti. Le comunità cristiane devono offrire segni evidenti di credibilità”».

Concludevo quindi così il mio intervento:
«Di “questa vittoria” della Risurrezione siamo testimoni tutte le volte che vediamo la comunità coordinare i suoi sforzi, le sue leggi, i suoi mezzi finanziari, per garantire ai disabili l’integrazione scolastica, lavorativa, sociale ed ecclesiale, anche per il tramite delle moderne tecnologie e attraverso la programmazione dei servizi pubblici o delle convenzioni con Enti privati e con Organismi di volontariato.
“Questa vittoria” della Risurrezione l’abbiamo sperimentala tutte le volte che abbiamo partecipato, come membri attivi, anche se minorati, alla vita delle comunità ecclesiali, come alunni delle lezioni di catechesi o come catechisti (in questo istante il nostro pensiero va a tutti i ciechi che sono catechisti nelle comunità ecclesiali in tanti Paesi del Terzo mondo), come lettori durante le celebrazioni eucaristiche o come partecipanti al sacramento dell’Eucaristia e della Confermazione, anche se taluni di noi sono gravi minorati fisici o mentali; come partecipi del ministero della diaconia della carità, nelle Caritas diocesane, nelle associazioni parrocchiali, nelle comunità ecclesiali di base, ove anche noi, solitamente considerati oggetti passivi dell’amore altrui, diventiamo soggetti attivi.
La nostra croce non è tanto l’handicap che portiamo, quanto l’atteggiamento emarginante a cui la comunità civile ed ecclesiale spesso ci costringe.
Reverendissimi Padri, formate il clero e i laici a questo modo rinnovato di sentirci, noi disabili, soggetti attivi che collaborano all’avvento del Regno di Gesù, già a partire da questa nostra vita terrena, attingendo forza e speranza dalla Risurrezione di Gesù.
Invitate i sacerdoti, gli ordini religiosi, gli Istituti secolari che gestiscono grossi Istituti speciali, in ciascuno dei quali sono ospitati centinaia dì handicappati, a ristrutturarli in day-hospital, in comunità alloggio, case famiglia e servizi di consulenza domiciliare alle famiglie che si trovano in gravi difficoltà e spesso si smembrano perché lasciate ancora troppo sole nell’educazione particolare dei loro figlioli handicappati.
Date questo annuncio anche a quella parte del mondo che, ritenendoci “invalidi”, secondo la logica del consumismo e dell’efficientismo, ci vuole eliminare con l’aborto o l’eutanasia.
Vi chiediamo scusa se ci siamo permessi di sottoporVi questi problemi nel momento in cui milioni di uomini di tutte le razze muoiono per la guerra, la fame, le malattie, le torture. Ma proprio perché questi flagelli creano ancora più numerose schiere di disabili, sottoponiamo l’urgente necessità di proclamare al mondo la gioia e la speranza di costruire insieme il “Regno di giustizia, di amore e di pace” indicato dai profeti, cantato dalla Madonna nel Magnificat, instaurato da Gesù e fortemente richiamato dal Concilio Ecumenico Vaticano II [grassetti nostri nella citazione, N.d.R.]».

Ringraziamo Simona Lancioni per la collaborazione.

Già presidente del MAC (Movimento Apostolico Ciechi) e presidente del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

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