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Card. Zuppi: “non possiamo alzare nuove mura per capire chi è dentro e chi è fuori”

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Card. Zuppi: “non possiamo alzare nuove mura per capire chi è dentro e chi è fuori”

È sempre una grande gioia ritrovarci qui, in questa casa che è davvero di tutta Bologna e di tutti i bolognesi. Se negli anni crescono le diversità, che qualche volta ci inquietano, tanto che facciamo fatica a capire dove viviamo, deve crescere ancora di più quello che ci unisce. E qui vediamo tanto come si ricompongono le diversità e diventano ricchezze. Mi sono sempre chiesto perché vollero San Petronio così grande. Forse c’erano motivi di competizione ma certamente fu per contenere tutta la città e per delimitare uno spazio che potesse aiutare a misurarci con il mistero infinito di Dio. E cercare il cielo ci aiuta a vedere la città degli uomini. Gesù, infatti, ci aiuta a contemplare la nostra città, come Lui guardava la folla scoprendone le tante sofferenze, proprio perché lo faceva con gli occhi del cuore e della mente, quelli della compassione, del pensarsi insieme, con le tue sofferenze che diventano le mie. L’esatto contrario dell’indifferenza e di provare sentimenti di commiserazione restando, però, distanti. È proprio lo sguardo contemplativo che Papa Francesco richiede a tutti: vedere dentro e non l’apparenza, capire la persona, tutte le persone, aprire gli occhi, non chiuderli immaginando quello che non esiste. Gesù non seleziona la folla separando i puri per proteggerli dagli altri, con regole da seguire, restando da un’altra parte; non giudica inchiodando ciascuno davanti alle sue responsabilità e scelte. San Petronio ci aiuta a sentire tutta nostra la città – non solo mia, ma nostra – e a pensarla insieme e non a pezzi.

Uno dei rischi maggiori dell’individualismo è la frammentazione della città, per cui mi delimito un mio spazio, ignoro gli altri pezzi che spesso non conosco e, quindi, incutono timore e accentuano un atteggiamento difensivo e aggressivo. San Petronio ce la mostra tutta perché solo insieme capiamo chi siamo, perché sia tutta nostra, perché la pensiamo insieme e sia comunità che valorizza le capacità di ciascuno ed essa stessa diventa un talento. È sempre così: diventiamo migliori quando abbiamo qualcuno e qualcosa per cui farlo e diventiamo migliori quando questo avviene liberi dall’amore per sé, che rischia di rovinare tutto perché condiziona al proprio successo o interesse o possesso quello che invece è nostro solo se è di tutti. Per questo, amare Dio ci aiuta ad amare per davvero!

La forza di Bologna è sempre stata la sua accoglienza e questa richiede sempre una certa manutenzione con l’impegno di tutti, perché sia davvero una comunità e non un luogo anonimo. Gli stessi confini della città, oggi, sono molto più difficili da tracciare: non possiamo alzare nuove mura per capire chi è dentro e chi è fuori. Questo non ci deve far sentire perduti ma richiede, sia come Chiesa sia come comunità civile, di essere noi stessi. Quella di questa sera è forse l’immagine più bolognese di Bologna. Il nostro desiderio è che tutti qui si sentano a casa, che impariamo a stare con gli altri proprio perché ci sentiamo parte di questa casa e ne impariamo ad amare le regole. Non una casa vuota di umanità e piena di regole, o che pensa di coinvolgere riaffermando regole, ma una che coinvolge nella bellezza dell’amore e che aiuta a scoprire la bellezza della verità attraverso una vita e un’amicizia umanamente ricca e piena di Dio. Gesù ci rende fratelli non perché abbiamo imparato tutto, ma perché ci ama e ci insegna ad amare così come siamo. Qui possiamo iniziare a vivere quella casa comune che è essere fratelli tutti, casa che richiede l’impegno di tutti.

San Petronio, sempre nella sua raffigurazione tradizionale, solleva la città. Aiutiamolo! Solleviamola, perché si deve confrontare con episodi di violenza e vicende che ne umiliano le difese ideali, impauriscono e lasciano sconcertati. Contrastiamo la violenza vivendo l’amore per il prossimo, usando la forza disarmata e curativa dell’amore, guardando con simpatia tutti quelli che incontriamo. Come cristiani vogliamo ribadire che sono nostre le sofferenze degli altri e insieme vogliamo cercare la guarigione. A volte sono ferite evidenti: la povertà, l’abbandono scolastico, chi non trova casa anche se ha lavoro, chi non trova casa e non può progettare il futuro, chi, studente, non ha un posto per dormire, chi, anziano, non può restare a casa perché la sua fragilità non è protetta dall’assistenza domiciliare, chi non arriva alla fine del mese o chi sta perdendo il posto di lavoro, chi è profugo ed è costretto a passare anni nell’incertezza e nell’inutilità. Poi ci sono tante ferite nascoste, ma non per questo meno profonde, e per certi versi anche visibili: tante difficoltà di relazione, depressioni, malattie della psiche, senso di vuoto, fissazioni, frutto e causa di sofferenza. La solitudine è strettamente legata all’individualismo, per cui alla fine penso di non valere nulla perché la bellezza della vita è misurata con quella cifra pericolosa che è il vitalismo. Ma se sono giovane e sono perduto in relazioni digitali non trovo il per chi e per cosa vivere e il gusto nella bellezza di trasmettere la vita, largamente, senza paura, per la benedizione che è la vita stessa. Se sono forestiero (da tutte le provenienze, perché l’atteggiamento è lo stesso) e resto solo perché non conosco, non ho relazioni personali, amicali, con una città che mi resta estranea, io rimango estraneo anche se, in realtà, quello che cerco è trovare speranza, futuro, famiglia. Solleviamo la città con il nostro saluto, con la gentilezza, con l’attenzione personale a chi abbiamo vicino, con la generosità gratuita. Rendiamola comunità, perché questa città ha bisogno di gioia e ognuno può esserlo per il prossimo. “Si può vivere senza piaceri e senza agi, ma non si può vivere senza gioia”, diceva il cardinale Caffarra. C’è un grande bisogno di gioia e di speranza. Ha detto il Papa a Lisbona alla Gmg: “Quando uno deve sollevare o aiutare a rialzarsi una persona, la guarda dall’alto verso il basso: l’unica occasione in cui è lecito guardare una persona dall’alto verso il basso è per aiutarla ad alzarsi!”.  Solleviamo la città aiutando chi è caduto, non giudicando e non lasciando isolato nessuno.

Oggi inizia il Sinodo Generale della Chiesa per imparare a camminare insieme e inizia per noi il cammino sinodale con tutta la Chiesa in Italia. Si collega alla sobria ebrezza del Vaticano II e il ricordo di Mons. Bettazzi ci unisce fisicamente a questo. La sinodalità completa il Concilio e possiamo vivere la sobria ebrezza di quell’assise nel coinvolgimento di tutte le comunità a cercare di comprendere e decidere quello che serve. Noi ci concentreremo in particolare sulla formazione alla fede alla vita. Passare dall’io a Dio, che è più intimo di quanto lo siamo, e dall’io al noi per relativizzarci finalmente al prossimo e non viceversa, per trovare la vera forza della persona. Un “noi”, che siano comunità cristiane e umane nelle quali sperimentare l’amore fraterno e imparare a servire. Il Signore Gesù ha affidato il suo mandato a noi, dopo averlo compiuto e realizzato quello il profeta descrive: noi possiamo fasciare le piaghe di tanti, scarcerare i prigionieri. Come si compie questa promessa? Come sempre nelle cose piccole, possibili a tutti. Pensandoci assieme, comprendendo quello che l’apostolo ci ricorda, che la pandemia ci ha evidenziato in maniera drammatica, ma che l’egoismo vuole dimostrare falso: siamo un corpo e se vogliamo essere noi stessi dobbiamo farne parte. Tutti coloro che pensano ai destini della nostra città, e che non si innamorano delle proprie idee ma le trasmettono alle mani, passando sempre per il cuore, aiuteranno a far crescere una grammatica della convivenza civile comune a tutti, piena di quella cultura dotta ma non saccente.

Desidero ricordare i sessant’anni dell’ordinazione episcopale di mons. Luigi Bettazzi – sessanta! – perché testimone privilegiato del Concilio, che ha trasmesso nel suo senso ecclesiale, singolare, fino alla fine, anche con la sua stessa morte, figlio di questa Chiesa e di questa città. Qualcuno fa fatica a capire che è davvero morto, per la sua presenza fedele e sicura che sembrava fosse per sempre, aspettandolo anche per la festa dei cent’anni, quando, come lui diceva, sarebbe diventato finalmente un prete secolare. Bettazzi visse lo spirito del Concilio di Papa Giovanni, non più dogmatico ma pastorale. Ed è proprio questa conversione pastorale che dobbiamo tutti vivere, nutrendoci della Parola di Dio e dei segni dei tempi. Tra pochi giorni uscirà il suo ultimo libro, postumo. Si conclude così: “A tu per tu, ora e sempre, è già una grande cosa restare sereni al pensiero della nostra morte, che ci stacca, sia pure a freddo, da tutte le cose che viviamo, quelle care e quelle faticose, perché poi saremo con il Signore. L’eternità è un mondo misterioso per noi umani, strutturati per inquadrare tutto nello spazio e nel tempo: l’eternità è al di fuori del tempo, inimmaginabile. La morte ha un suo emblema, come fine della nostra vita terrena, e la consideriamo in quanti muoiono intorno a noi, dai parenti ed amici a quelli che ci vengono presentati con abbondanza nei mezzi di comunicazione, nelle stragi e nei morti in guerra. Se il giudizio è basato sull’atteggiamento in cui ciascuno si trova, ciascuno si costruisce la propria eternità vivendo convenientemente nella sua vita terrena: il paradiso o l’inferno ce lo costruiamo noi giorno per giorno. Usuale nella nostra predicazione religiosa, che è il purgatorio: rimane l’idea che ciascuno, con la grazia di Dio, crea la sua eternità”.

Grazie don Luigi perché unisci bellezza e verità, giustizia e amore, ci liberi dalle paure e ci insegni a prendere le nostre responsabilità. Siamo certi che pregherai per la Chiesa, per il mondo, per noi. E così sia

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