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“Le leggi cambiano, la coscienza resta”

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“Le leggi cambiano, la coscienza resta”

di Alessandro Barbero

Mentre si avviava alla ghigliottina che l’attendeva nella prigione di Stadelheim, queste furono le ultime parole rivolte alla guardia carceraria che la stava accompagnando dalla ventunenne Sophie Scholl, alle 5 pomeridiane del 22 febbraio del 1943.

Soltanto tre ore prima Roland Freisler, osceno giudice-boia di Hitler, al termine di un processo farsa celebratosi in quella stessa mattinata, urlando e inveendo nei suoi confronti l’aveva condannata alla pena capitale per alto tradimento, insieme al fratello Hans e all’amico Christoph Probst, rispettivamente di 25 e 24 anni d’età.

La loro colpa? Come componenti del gruppo studentesco “la Rosa Bianca”, avevano scritto e diffuso volantini contrari al regime nazista, da loro stessi stampati con un ciclostile manuale.

Le foto ce la presentano come una ragazza dal viso sbarazzino, con uno sguardo vivace e fiero e i capelli “alla maschietto”, tanto diversi da quelli in voga per le giovani dell’epoca.

Già prima vista si capisce dunque che lei è diversa dagli altri, nel senso che non è omologata, né omologabile.

Nata il 9 maggio del 1921 a Forchtenberg, si trasferì presto a Ulm con la famiglia, per poi studiare e diplomarsi all’istituto magistrale.

Dopo un’iniziale e quasi obbligata iscrizione alla “Hitlerjugend”, col passare degli anni, in maniera graduale e autonoma, grazie anche al continuo confronto col padre e il fratello Hans, molto critici col regime, in Sophie iniziò a maturare il dissenso fondato su un’analisi critica della realtà circostante e confortato da una profonda fede in Dio e nelle libertà individuali.

Concetti quali partecipazione, responsabilità, eguaglianza degli uomini, repulsione per le discriminazioni, pace come scopo precipuo della politica, anche grazie alla lettura dei testi di Sant’Agostino e Pascal, man mano che le illuminavano la strada, spinsero lei e uno sparuto gruppo di amici a “fare qualcosa” per risvegliare le coscienze troppo a lungo sopite dei loro connazionali.

Scelsero dunque la via non violenta del volantinaggio, ovviamente clandestino, di messaggi da loro stessi ideati, ciclostilati e lasciati nottetempo nei luoghi più disparati quali le fermate degli autobus, le stazioni ferroviarie e la cabine telefoniche.

Ognuno di essi conteneva un lucido e implacabile atto d’accusa rivolto ai tedeschi per il loro silenzio condiscendente e complice nei confronti dei crimini nazisti, oltreché un’incitazione alla resistenza.

L’ultimo di questi volantinaggi, effettuato il 18 febbraio del 1943 presso l’Università di Monaco di Baviera dove i ragazzi salirono all’ultimo piano per lanciare i volantini dall’alto della balaustra delle scale, risultò loro fatale perché un bidello li scorse, denunciandoli alla Gestapo.

Ammanettati, furono condotti presso il quartier generale della polizia politica per subite 17 ore consecutive di interrogatori misti a torture, in stanze separate.

Per non tradirsi a vicenda, come prestabilito in un piano comune in caso d’arresto, tutti sostennero di essere i soli responsabili dell’accaduto.

A distanza di soli quattro giorni le loro teste sarebbero rotolate, le une dopo le altre, sotto la lama della ghigliottina, dopo che in tutta la prigione s’era sparsa la voce sul coraggio da loro mostrato di fronte alla morte.

Quando Else, compagna di cella di Sophie, tornò nella cella vuota, trovò sul letto un foglio di carta piegato: era l’atto di condanna a morte dell’amica, sul retro del quale quest’ultima aveva scritto la parola “libertà”.

(Testo di Anselmo Pagani che, in ricordo di questi giovani martiri, invita alla visione dello struggente film di Marc Rothemund “La Rosa Bianca – Sophie Scholl”).

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