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La prevenzione della violenza interroga tutta una società 

Per cercare rimedi preventivi all’incremento del tasso di violenza (di genere e non solo) nella nostra società, ritengo sia opportuno interrogarsi su quali siano i presupposti che la alimentano, poiché è solo a partire da essi che possiamo organizzare risposte di qualche efficacia. Cercherò qui di individuare alcuni possibili interrogativi in proposito.

Come cresciamo i nostri bambini? Che spazio e sviluppo diamo alle relazioni reciproche di attaccamento e accudimento?

Moltissimi bambini appartenenti alle ultime generazioni sono cresciuti in carenza di interazioni ristrette face to face; questo genere di interazioni nella prima infanzia costituiscono i fattori principali per la regolazione degli affetti, degli impulsi, dell’attenzione e dell’equilibrio tra esplorazione e attaccamento. Esse sono quindi anche i precursori del rispetto dell’altro, della reciprocità e dell’empatia. Assai spesso questa carenza convive con la scarsità di spazi motori liberi, di gioco libero, troppo spesso occupati da un uso eccessivo e distorto di device elettronici.

Le relazioni di attaccamento della primissima infanzia sono il terreno su cui verranno costruite tutte le relazioni sentimentali e intime nella  vita adulta. Le attuali condizioni di vita e di lavoro di larghe fasce di popolazione sembrano favorire una costruzione solo parziale e disorganica del legame e della capacità di attaccamento. In questo contesto generale vanno poi inserite le situazioni con aspetti traumatici, trascuranti e maltrattanti che una solida letteratura di ricerca vede come precursori del futuro perpetrare violenze, soprattutto verso persone intime.

La ricerca sta iniziando a riconoscere adeguatamente anche i percorsi intergenerazionali individuali e collettivi che favoriscono e trasmettono comportamenti non solo violenti ma anche abusanti o trascuranti verso la prole. Questi percorsi sono ormai riconosciuti attraverso più angolature, inclusa l’epigenetica, ma sono totalmente assenti dalle narrazioni dominanti sulla violenza di genere. Dovremmo invece sviluppare metodi sempre più efficaci per intercettare le persone che si trovano in queste condizioni, sia potenziali che già conclamate, come vittime e come perpetratori.

Quali sono e come si trasmettono le rappresentazioni dominanti dell’essere umano, delle relazioni e della vita? E quali sono i valori impliciti incorporati in esse?

Con la diffusione sempre più capillare dei social network la trasmissione delle rappresentazioni di cosa siano la persona, le sue relazioni e la sua vita si diffondono ormai solo marginalmente nel dialogo intersoggettivo e negli esempi delle persone vicine: è ormai avvenuto il sorpasso delle rappresentazioni mediate dai software e dagli algoritmi, che moltiplicano all’infinito tutti i contenuti che sono oggetto di consenso (like, follower, ecc) a prescindere dal messaggio che veicolano: diventano “virali” brevi video che possono indifferentemente inneggiare al digiuno così come alla violenza o all’autolesionismo.

Alziamo un poco lo sguardo per una visione più generale: una persona nata nel 2000 quali rappresentazioni implicite assorbe mentre interagisce col mondo esterno reale e virtuale? Farne una disamina completa sarebbe un’impresa ciclopica, ma pressoché tutti gli autori che se ne sono interessati riconoscono almeno un elemento centrale su cui tali rappresentazioni convergono: l’insostenibilità del fallimento, della sconfitta e della perdita, eventi visti come un dramma e una “non-vita” se non addirittura una sorta di morte. I valori impliciti in queste visioni del mondo e della vita sono di natura competitiva, modellata sul raggiungimento di obiettivi e sulla vittoria del più forte. Occorre apparire determinati e orientati al successo. L’importante è vincere, non partecipare. Ovvio che in questo scenario la perdita acquista un’aura sinistra e minacciosa. 

Un altro “valore” mitizzato si colloca nella sfera dell’autonomia e dell’indipendenza, creando una subcultura che vede in queste due condizioni un paradigma prescrittivo dell’individuo riuscito. Anche in questo caso appare ovvio che chiunque si trovi a vivere un forte legame affettivo con gli inevitabili aspetti di dipendenza registri una doppia difficoltà, personale e culturale, a gestire questa condizione. Paradossalmente questa mitizzazione dell’indipendenza trionfa a livello subculturale mentre la ricerca sull’attaccamento e il legame umano ha ormai eliminato lo stigma novecentesco sulla dipendenza come disvalore, operando quindi non più una distinzione tra dipendenza e indipendenza ma tra dipendenze salutari e patologiche.

In sintesi

Viviamo ormai da tempo in una società dove accudimento, legame sociale e attaccamento sono appesi a un filo, dove l’isolamento e le relazioni ridotte a immagini e frasi via social alimentano insane miscele di impulsi ancestrali; assistiamo così a comportamenti disregolati sempre più frequenti e ubiqui, ancora più frequenti e gravi nelle menti più fragili e più colpite da questo dissolvimento dei legami umani. 

«Una solida letteratura di ricerca collega inequivocabilmente l’esperienza del trauma interpersonale precoce con la futura perpetrazione di violenza. […] C’è un crescente riconoscimento della necessità di riabilitazione e trattamento dei colpevoli. A livello globale, gli studi dimostrano che l’esposizione alla violenza interpersonale precoce ha un impatto negativo sullo sviluppo del cervello, sulle capacità interpersonali e sulla resilienza emotiva e aumenta il rischio di perpetrazione futura di violenza. […] È essenziale integrare un approccio alla salute mentale, basato sul trauma, nelle strutture di salute pubblica per affrontare il nucleo della perpetrazione di violenza. Il trauma precoce non affrontato distorce notevolmente la normale traiettoria di sviluppo delle capacità cognitive e psicologiche/emotive. Non sorprende che molti dei sistemi colpiti siano anche collegati alla perpetrazione di violenza.»

(tratto da: Heidi L. Kar, Acknowledging the victim to perpetrator trajectory: Integrating a mental health focused trauma-based approach into global violence programs, in: Aggression and Violent Behavior, Volume 47, 2019, Pages 293-297)

Da questo insieme di condizioni scaturiscono individui intrisi di una fortissima ansia abbandonica che agiscono nelle loro relazioni con impulsività e sofferenza. Essi sono, insieme, vittime di un doloroso tumulto interiore e perpetratori di azioni non necessariamente sempre violente, ma comunque impulsive e viscerali.

Che fare

In un suo recente, puntualissimo intervento Luigi Cancrini sottolinea il ruolo fondamentale della dimensione psicopatologica nelle violenze di genere, psicopatologie a loro volta complesse, germinate da percorsi intergenerazionali traumatici, ma alimentate e sostenute dalle criticità plurime dell’ambiente culturale e simbolico in cui l’individuo di oggi cresce. Dunque, come sostiene la già citata Heidi Kar, “È essenziale integrare un approccio alla salute mentale, basato sul trauma, nelle strutture di salute pubblica per affrontare il nucleo della perpetrazione di violenza.”

Qualcuno chiederà: e l’educazione? Personalmente già a fine anni novanta effettuavo percorsi nelle scuole superiori nei quali creavo un luogo collettivo, comunitario, nel quale ragazze e ragazzi potessero liberamente confrontarsi, dibattere, raccontare le proprie vicende affettive; spazi di questo genere sono fondamentali, a patto che non diventino, come già è accaduto per altre istanze, la  “lezione di affettività”. Tuttavia occorre essere onesti: riporre in questi interventi l’aspettativa del contenimento della violenza di genere è irrealistico. Al più potrebbe diventare un momento propizio per intercettare quelle dimensioni di sofferenza che ne sono i possibili precursori. La ineliminabile dimensione psicopatologica della violenza di genere ci avverte dell’inefficacia di percorsi educativi come prevenzione, allo stesso modo in cui un’ora di “lezione di ottimismo” alla settimana non previene la crescente onda dei casi di depressione.

Un motivo ulteriore di dubbio sull’efficacia di qualche ora di educazione all’affettività dovrebbe venirci dalla consapevolezza che un tredicenne arriva di fronte alla “lezione di affettività” carico di migliaia di ore passate sui social, su YouTube e sulle serie TV, dalle quali ha imparato già troppo. Che peso può avere un’ora alla settimana, contrapposta a migliaia di ore già effettuate? Se davvero si vuole porre mano alla prevenzione della violenza di genere e non solo, allora bisogna scardinare dalle radici i mostri che albergano nei server di TikTok, Instagram, e di altri social minori.

Dovremmo anche organizzare e formare nuclei specializzati nelle forze dell’ordine, in grado di seguire efficacemente le situazioni di rischio in tutte le loro fasi, metterle in sicurezza, e ove necessario perseguire adeguatamente i reati..

Infine: come società siamo troppo poco attenti alla cura per la costruzione del legame di attaccamento tra i bambini e le loro figure di riferimento, troppo attenti ad altre dimensioni che attengono all’indipendenza, al lavoro, all’autorealizzazione, tutto a scapito dei bisogni dei piccoli. La trascuratezza globale nei confronti dei bisogni di attaccamento nella primissima infanzia costituisce un brodo di coltura pericoloso nel quale prosperano menti offuscate dal trauma e dalla distruttività.

Affinché quanto ho scritto fin qui non appaia assolutistico e definitivo, ribadisco il carattere interrogativo e aperto che dovremmo mantenere di fronte a questi fenomeni: in pratica dovremmo cercare, senza preconcetti, di rivolgere lo sguardo nelle direzioni da cui la violenza effettivamente proviene, distogliendoli dalle direzioni in cui vorremmo che provenisse.

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