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PM10 e PM2.5: Conseguenze serie per la salute

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Fluttuazioni della concentrazione di PM10 nel periodo 1-31 gennaio 2024

di Giulio Marchesini*

Nelle settimane scorse, il perdurare dell’alta pressione e la mancanza di piogge hanno portato a un progressivo peggioramento della qualità dell’aria in Emilia-Romagna e in tutta la Valle Padana. Lo sforamento dei limiti di sostanze – tossiche e dannose per la salute – presenti nell’aria che respiriamo, ha portato a restrizioni del traffico dei veicoli più inquinanti. In particolare, si è molto discusso di PM10 e PM2.5, particelle di diametro inferiore a 10 e 2,5 millesimi di millimetro sospese in area ambiente, più comunemente identificate con il termine generico di polveri sottili. Cosa sono e quali sono, effettivamente, i danni per la salute?

Particolato

Entrambe le categorie di particelle possono essere emesse direttamente in atmosfera (particolato primario, soprattutto PM10), ovvero essere generate nell’aria da reazioni chimiche che combinano composti inquinanti già circolanti (particolato secondario, soprattutto PM2.5). Entrambe penetrano nell’apparato respiratorio, ove giungono più o meno in profondità a seconda delle dimensioni – sino agli alveoli polmonari – producendo effetti negativi per la salute, non limitati alle sole malattie respiratorie.

Le PM10 possono avere origini naturali, quali le erosioni dei venti sulle rocce, il sollevamento della sabbia sin dal Sahara, le eruzioni vulcaniche, la combustione di boschi e foreste, ma, nel nostro quotidiano padano, sono più spesso di origine antropica: da centrali termoelettriche, da inceneritori, cementifici e altre industrie, ma anche dalle nostre stufe a legna e a pellet, dai cantieri edili e, in gran parte nelle aree urbane, dai veicoli a combustione interna, dall’usura degli asfalti, pneumatici, freni e frizioni.

Le PM2.5 sono principalmente di origine secondaria da composti largamente prodotti dalle attività umane − quali ossidi di zolfo e di azoto, composti organici volatili, ammoniaca libera o combinata − e sono quindi correlate pure alle combustioni, ma anche agli allevamenti intensivi, così largamente presenti nella nostra pianura, oltre che alle attività agricole di concimazione, tanto da determinare i divieti imposti dai sindaci sugli spandimenti dei liquami sui campi, durante i periodi di più alta formazione di smog.

Il particolato − sia PM10 che PM2,5 − può inoltre attrarre e trasportare, sulla sua superficie esterna, altri inquinanti, come, ad esempio, metalli pesanti e idrocarburi, particolarmente dannosi per la salute.

Conseguenze (serie) per la salute

Perciò sono stati fissati limiti ben definiti per le polveri sottili, più volte aggiornati al ribasso sulla base delle nuove evidenze scientifiche, con valori annui da non superare, ma soprattutto con valori soglia giornalieri, dettati anche in Italia, oltre i quali scattano allarmi e interventi limitativi delle emissioni.

Gli effetti infiammatori e degenerativi più noti sono a carico dell’apparato respiratorio, ove accanto alle malattie respiratorie acute e croniche (bronchiti, asma), determinano un maggior rischio di tumore. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) classifica il particolato quale sostanza cancerogena di classe 1.

I danni per la salute in altri organi dipendono, in modo inversamente proporzionale, dal diametro delle particelle e, quindi, dalla facoltà delle polveri di raggiungere le vie aeree più fini: in quei tessuti, il particolato agirebbe da sostanza ossidante, capace di ingenerare anche una risposta infiammatoria generalizzata con aggregazione delle piastrine, causa di aterosclerosi e trombosi nelle arterie del cuore e del cervello (come infarto e ictus).

Proprio in queste ultime settimane, diversi articoli medico-scientifici hanno confermato il danno da PM2.5 sull’apparato cardio-vascolare, ipotizzando anche un ruolo delle polveri sottili nello sviluppo dell’Alzheimer.

Risulta che l’esposizione a PM2.5, negli ultimi tre anni in oltre 50 milioni di americani, valutata sulla base del luogo di residenza, incrementi in modo lineare il rischio di accesso al pronto soccorso e al primo ricovero per patologie cardiovascolari maggiori: cardiopatia ischemica, malattia cerebrovascolare, insufficienza cardiaca, cardiomiopatia, aritmia, aneurismi dell’aorta toracica e dell’aorta addominale.

Il rischio non dipende da fattori economici, sociali o dalla presenza di altre patologie, e si mantiene per almeno i tre anni successivi all’esposizione. Non è possibile definire una soglia di sicurezza. Ma per ogni intervento che riduca l’esposizione a PM2.5 è attesa una riduzione degli eventi e della mortalità.

Rischi cerebrali

Per quanto riguarda la patologia neurodegenerativa, uno studio condotto negli Stati Uniti sul tessuto cerebrale di persone che hanno consentito la donazione, chiaramente post-mortem, del loro cervello per favorire la ricerca sulle demenze, documenta un rapporto tra la presenza di sostanza amiloide correlata all’Alzheimer e l’esposizione allo smog da traffico (PM2.5) nel periodo compreso tra un anno e cinque anni prima del decesso.

La correlazione è risultata particolarmente evidente nei soggetti privi di quelle varianti genetiche che determinano un rischio aumentato di placche neurodegenerative. Ciò sostiene l’origine ambientale del danno, per inalazione, del particolato nelle vie aeree e, di qui, al sangue e al cervello. Lo studio apre un risvolto inquietante sui rischi cerebrali dell’inquinamento, in aggiunta a quanto già documentato per la patologia cerebro-vascolare (ictus).

Qual è la situazione in Italia? La Società Italiana di Medicina Ambientale stima che l’inquinamento atmosferico sia la causa di circa 80.000 decessi prematuri in Italia, Paese primo in Europa in questa, non invidiabile, classifica. Le patologie dell’apparato cardiovascolare rappresentano la prima causa di morte in Italia, con eventi coronarici e infarto miocardico acuto (9.000 casi/anno) con ictus cerebrali (12.000 casi/anno), seguiti dalle patologie dell’apparato respiratorio (7.000 decessi/anno). Esistono studi di geo-localizzazione che dimostrano l’aumento del rischio di mortalità prematura per i soggetti che vivono in prossimità di aree di grande traffico urbano.

Priorità urgenti

La decarbonizzazione del traffico è quindi una delle priorità da perseguire urgentemente anche dal punto di vista sanitario, attraverso la transizione verso la mobilità elettrica, che in Italia ancora non decolla. Le auto elettriche sono infatti solo il 4-5% delle nuove immatricolazioni, fanalino di coda dell’intera Europa. Mentre il trasporto pubblico locale è ancora, quasi totalmente, gestito con combustili fossili.

Siamo ben lontani dallo sviluppo di una mobilità elettrica che consenta di raggiungere gli obiettivi del grande piano dell’Unione Europea in tema di emissioni e di CO2 (Green Deal europeo), sottoscritto dal governo italiano.

Anziché protestare, come cittadini, per i divieti di circolazione imposti dalle autorità sanitarie per proteggere la nostra salute, dovremmo protestare per i ritardi enormi su questi obiettivi e rallegraci ogni volta che, con la nostra auto inquinante, incrociamo i cantieri delle piste ciclabili e delle linee del trasporto pubblico elettrico, come sta avvenendo a Bologna con la realizzazione tramviaria.

Giulio Marchesini è docente ordinario presso l’Università degli studi di Bologna e Responsabile SSD «Malattie del Metabolismo e Dietetica Clinica» presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Orsola-Malpighi di Bologna. È membro del gruppo Energia per l’Italia.

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