
Alla Procura della Repubblica di Roma
AL Presidente della Repubblica
Oggetto: bombolette di gas nelle carceri italiane; fermare immediatamente la strage.
Risulta da recenti indagini epidemiologiche che la bomboletta di gas sia il secondo mezzo utilizzato per
condotte suicidarie nelle carceri ; il rischio connesso alla possibilità per i detenuti di entrare in possesso di
bombolette è noto da tempo; nel 2019 il quotidiano Il Manifesto pubblicava un articolo di Franco Corleone
secondo cui :
- Era imminente una iniziativa dell’allora presidente della regione toscana per evitare la libera
circolazione di bombolette nelle carceri da sostituire con piastre elettriche le quali tuttavia, per
essere utilizzabili, hanno bisogno delle “prese” elettriche che non sono al momento disponibili se
non in una minoranza delle celle delle carceri italiane - Era annunciata pure come imminente una iniziativa di prevenzione a questo riguardo del ministro
pro-tempre dell’epoca
Da diverso tempo alcune Ausl “auspicano” la opportunità di mettere fuori uso le bombolette; la Ausl di
Bologna in particolare ha prima sottolineato i rischi connessi (usando questa terminologia : scoppio,
incendio , ecc.) ; poi ha sostituito la parole “eccetera” con “usi impropri” termine ovviamente troppo
generico che allude ovviamente (ma sarebbe meglio precisare la natura dei rischi) a condotte suicidarie e
ausi cosiddetti “voluttuari”
Nostri numerosi tentativi di dialogare con le istituzioni sono rimasti senza risposta; il senso della nostre
comunicazioni era ed è semplice : le indicazioni e gli “auspici” delle Ausl devono diventare prescrizioni
immediatamente vincolanti PRIMA DEL PROSSIMO PREVEDIBILE DECESSO
Nonostante questi rilievi critici e queste osservazioni le bombolette vengono definite, a volte anche dai
“garanti” , più spesso da alcuni sindacati di polizia penitenziaria come “legittimamente detenute”;
la sostanza di questo esposto consiste nel segnalare al Presidente della Repubblica e alla Procura della
repubblica di Roma una ipotesi:
che la disponibilità delle bombolette abbia a tutt’oggi determinato una “strage colposa con previsione”
strage che sconfina forse nella strage dolosa perché la prevedibilità , da decenni, è chiara a tutti;
perché ministri, Dap, tribunali di sorveglianza, direttori di carceri, operatori della “medicina
penitenziaria” (le virgolette attengono ad una nostra domanda, retorica: può esistere una “medicina
penitenziaria “?) non sono intervenuti sulla scorta di una semplice valutazione del rischio ? Non che
quello del gas sia l’unico rischio in carcere, basti pensare al “fumo passivo” per citarne un altro meno
acuto ma certo non banale subito sia dai detenuti che dai lavoratori dei penitenziari, rischio che pare
“non focalizzato” dal Ministro di Grazia e giustizia e “tollerato” come fosse “inevitabile” da altri ;
l’ultimo decesso correlato al rischio di cui parliamo (gas) risulta essere avvenuto qualche giorno fa nel
carcere di Cagliari; dal 2023 ci stiamo occupando di un decesso avvenuto invece nel carcere di Modena nel
febbraio di quell’anno ; il “caso” è alla attenzione della Procura locale con una ipotesi di archiviazione al
momento respinta; le indagini sono dunque ancora in corso ; monitoreremo il prosieguo della attività
giudiziaria e crediamo che un “segnale” dai vertici istituzionali sarebbe molto importante, pur nel rispetto,
evidentemente, della autonomia della magistratura;
un quesito rimane drammaticamente attuale: il carcere fa una valutazione del rischio? Sarebbe utile ispirarsi
alla normativa di sicurezza degli ambienti di lavoro e interrogarsi sul rischio e sul modo di prevenirlo o
meglio di azzerarlo alla fonte (quando ciò è tecnologicamente fattibile) ; molti anni fa in occasione di un
colloquio con una persona detenuta in un OPG portai con me alcuni libri; tra questi un romanzo di
Dostoevskij (la persona amava questo scrittore) ma il libro non potè entrare in carcere perché aveva una
copertina rigida; nel gruppo di auto-aiuto psicologico tra detenuti e loro familiari , sorto nel luglio 2023
proprio sull’onda della morte di una persona privata della libertà, ci siamo più volte interrogati sul
significato dei “divieti” decisi dalle amministrazioni penitenziarie; vorremmo raccoglierli e pubblicarli per
porre una domanda a tutti su quale sia la ratio di questi divieti : ci sono biscotti che per esempio entrano in
carcere a Opera ma non a Parma, ma è solo un esempio in più oltre a quello della copertina del romanzo
prima citato; ovviamente delle modalità di funzionamento delle “Istituzioni totali” non ci siamo mai
particolarmente sorpresi ma è inevitabile porsi la domanda : perché un romanzo con copertina rigida o certi
biscotti non “entrano” e la bomboletta di gas invece si ?
Non siamo in grado oggi di dire quante persone dalla nascita della Repubblica italiana siano morte in
carcere con dinamiche che hanno coinvolto le bombolette di gas;
ma la dimensione è certamente quella della strage ; meno eclatante di altre stragi perché non collettiva e
simultanea ma goccia a goccia ?
Dunque approfondiamo alcune questioni:
1) Come si spiega la “tolleranza della bombolette ” ? siamo convinti che la disponibilità delle
bombolette risponda ad una esigenza del carcere di tamponare il grave disagio vissuto dalle
persone private della libertà per il basso livello del regime alimentare che viene loro garantito ;
spesso peraltro la “dieta” penitenziaria pare proprio una dieta “pro-infarto”, considerato anche il
regime di vita sedentario delle persone “ristrette” ; secondo i criteri proposti dall’ONU le persone
private della libertà devono poter contare su refettori nei quali consumare il pasto e non devono
“arrangiarsi” subendo commistioni rischiose tra spazi per la gestione delle stoviglie e spazi per i
servizi igienici
2) Quali sono i rischi e quali gli effetti di questa apparente tolleranza? ; gli effetti della diffusione delle
bombolette sono devastanti ; solo un atteggiamento superficiale può non considerare che la
popolazione detenuta è in gran parte tossicodipendente/tossicofila; questo significa che la
bomboletta viene frequentemente usata per scopi autolesionisti o suicidari e per scopi cosiddetti
“voluttuari” ; peraltro il confine e il fine dei diversi comportamenti che poi si concludono
tragicamente sono spesso molto labili e non chiari persino a chi li mette in atto ; dopo il decesso si
aprono spesso complesse discussioni tra familiari, giudici e periti ma evidenti responsabilità sono
individuabili sia nel caso del suicidio per così dire “volontario” che nel caso della morte come effetto
preterintenzionale della condotta “voluttuaria” ; certamente non possiamo essere semplicisti e
pensare che la prevenzione del gesto autolesionista/suicidario o dell’uso cosiddetto voluttuario si
“risolvano” totalmente solo evitando la disponibilità del “mezzo”; tuttavia la suicidologia insegna
che la disponibilità del “mezzo” facilita e che ancor più facilita e induce all’uso il mezzo vissuto
come “meno cruento”: è ovvio che ogni approccio semplicistico sarebbe fallimentare e che oltre
ad evitare la (facile) disponibilità del mezzo è necessaria una azione più complessa e cioè è
necessario dare una sponda alla persona sofferente e “farsi carico” del senso di depressione e di
disperazione di cui il gesto autolesionista è un sintomo ; quindi bandire le bombolette è necessario
ma è solo una parte della strategia da mettere in campo; cionondimeno è una precauzione da
adottare immediatamente
3) Quali i rimedi , che avrebbero dovuto essere adottati da decenni ? parafrasando l’approccio
proposto dall’ex -giudice Guariniello al tema della sicurezza sul lavoro (le condizioni di sicurezza
devono preesistere all’avvio della attività lavorativa) anche in questo caso dobbiamo garantire la
sicurezza immediatamente e i palesi ritardi accumulati evidenziano gravi responsabilità anzitutto
morali ma anche , a nostro parere, materiali e penali; la totale omissione della valutazione del
rischio ( o si tratta di rischio calcolato e accettato, come per il fumo passivo ?) ha condotto di fatto
persino a trascurare anche la semplice sostituzione di bombolette più pericolose con altre meno
pericolose il che-se la questione non fosse stata trascurata- avrebbe ridotto morti e lutti; non siamo
particolarmente esperti in materia di bombolette ma , avendo assunto come metodo di lavoro
quello di “ascoltare” le persone detenute e fare tesoro delle loro osservazioni, abbiamo constatato
che ci sono bombolette che, una volta bucate, rilasciano in ambiente (si tratta peraltro di ambienti
molto spesso angusti e mal ventilati: ci sono numerosi studi epidemiologici che evidenziano, oltre
ai danni acuti anche danni da esposizione cronica a gas utilizzato per preparare gli alimenti ,m a
non approfondiremo, in questa sede, questo ulteriore rischio che tuttavia deve essere, anche
esso, tenuto indebita considerazione) rilasciano in ambiente, come dicevamo, tutto il loro
contenuto e ci sono anche bombolette che invece non rilasciano il gas in maniera massiccia e
istantanea; forse anche questa banale osservazione (con conseguente fornitura di bombolette più
sicure) avrebbe ridotto il numero di morti nelle carceri negli ultimi decenni ma il “carcere” pare
refrattario a qualunque , pur semplice e pratica, valutazione del rischio; trasponendo questa
dinamica ad un ambiente di lavoro sarebbe come se : 1) pur avendo il lavoratore, in quanto
creditore di sicurezza, diritto a interventi di prevenzione primaria collettiva (inclusa la eliminazione
del rischio alla fonte o il contenimento del rischio in un circuito chiuso, unico limite la fattibilità
tecnologica delle misure di sicurezza ) gli fosse negata non solo la prevenzione primaria ma anche la
fornitura di ddppii (dispositivi protezione individuale); questa osservazione (se fondata, e crediamo
che lo sia) butterebbe una pessima luce sulla gestione carceraria fino ad ipotizzare non solo la
omissione di misure di prevenzione ma anche un alto livello di incuria e di disinteresse;
4) La distribuzione della bomboletta “ad personam” è una prassi assurda che da un lato richiederebbe
valutazioni approfondite e capacità di previsione fuori dalle capacità cognitive umane ma
soprattutto è una “illusione” che può essere coltivata solo da chi non ha nessuna conoscenza della
situazione di mercato e di scambio che esiste ordinariamente tra detenuti ; il mercato e lo scambio
riguarda un ampio spettro di merci, ance le più insospettabili; una persona a cui la bomboletta non
è stata “concessa” non ci pare abbia grandi difficoltà a procurarsela
Riteniamo che, coerentemente, con il dettato costituzionale , alle persone private della libertà debba
essere garantita la stessa speranza di vita e di salute garantite a tutti; ovviamente “la strada è in salita”
anche perché uguale speranza di vita e di salute non è garantita oggi neppure alle persone non private
della libertà (i dati sui morti e malati professionali ce lo ricordano tutti i giorni) ma constatare di trovarci
in una situazione molto difficile e notevolmente distante dai principi sanciti dalla Costituzione non può
che indurci ad aumentare l’impegno nella direzione giusta.
Noi lavoriamo come associazione di volontariato sulla “questione carceraria “da diversi decenni, non
riscuotiamo parcelle dai detenuti o dai loro familiari né finanziamenti pubblici; rispondiamo alla nostra
coscienza e agiamo solo per contribuire alla affermazione della giustizia, della verità e del diritto alla salute
per tutti; non possiamo ulteriormente sopportare che ministri, sottosegretari, magistrati di sorveglianza,
sindaci, funzionari continuino a “non vedere il problema”;
occorre un provvedimento urgente per azzerare il rischio alla fonte con le prassi che abbiamo già indicato: - In primis realizzare e garantite refettori nelle carceri; dal semplice confronto carcere adulti/carcere
minorile a Bologna abbiamo visto che questo è possibile; infatti al minorile, ci sono tanti altri
problemi ovviamente, ma delle bombolette “non ce ne è bisogno” - Disponibilità di prese elettriche in tutte le celle per le piastre (ma solo per una soluzione tampone
per attenuare il rischio) e contestuale eliminazione immediata delle bombolette a maggior rischio
Abbiamo tentato di dialogare con diversi interlocutori sulla questione discussa in questo esposto (evitiamo
di fare l’elenco di chi non ha risposto ) ma è stato inutile ; il “carcere” coerentemente con la sua natura
storica di “istituzione totale” rivendica di fatto, spesso senza neanche aver bisogno di esplicitarlo, il
cosiddetto principio della autodichia che, brutalmente, oggi significa non gradire particolarmente le
interferenze esterne , vivere come una monade separata dal contesto sociale : gli effetti di questa visione e
di questa pratica sono sotto gli occhi di tutti;
non possiamo temporeggiare oltre e siamo giunti a constatare la necessità di esporre il nostro punto di
vista, che è una formale denuncia, al Presidente della REPUBBLICA e alla Procura della REPUBBLICA di
Roma
Signor Presidente ,signor Procuratore , la situazione delle carceri italiane è intollerabile e le rimozioni
psicologiche ammantate da assurde “coperture” (come quella già citata delle bombolette “legittimamente
detenute”) deve finire: i decisori politici oggi al governo (non che il “problema “sia di “oggi…) non paiono
assolutamente in grado di affrontare la questione ma, non solo, non sono neanche in grado di ammettere
che esista.
Ci rivolgiamo a voi ANZITUTTO nella speranza di DARE UN PICCOLO CONTRIBUTO A FERMARE LA STRAGE
e, in subordine, nella speranza di accertare le responsabilità morali, materiali e penali della strage già ad
oggi consumatasi.
Vito Totire, medico psichiatra, portavoce Centro “Franceso Lorusso” via Polese 30 40122 Bologna
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