
di Luigi Campanella, professore emerito nell’Università La Sapienza di Roma
Quando sulla base di dati ambientali e sanitari si deve contrastare la diffusione di un composto o di una classe di composti è prioritario definirne il carattere chimico.Da questo infatti si parte per monitoraggio,limitazioni,bonifiche.I PFAS, o sostanze perfluoroalchiliche, sono una vasta famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati in molti prodotti industriali e di consumo grazie alle loro proprietà idrorepellenti e oleorepellenti.Il termine “PFAS” è nato dall’esigenza di identificare un sottogruppo di sostanze chimiche organofluorurate con una caratteristica comune, il carbonio perfluorurato molto stabile Sono noti per la loro persistenza nell’ambiente e nell’organismo umano, motivo per cui sono chiamati anche “inquinanti eterni”. Si tratta di composti chimici artificiali che contengono legami carbonio-fluoro, noti per la loro stabilità e resistenza. Secondo l’Ocse sono oltre 4.700 composti noti, con almeno tre atomi di fluoro perfluorurato.I PFAS possono rappresentare un rischio per la salute umana perché persistono nell’ambiente e nell’organismo, accumulandosi nel tempo.Il bioaccumulo è un processo a cui a volte non si dà l’importanza che merita:di fatto essi fa saltare i valori limite da chiunque o qualunque sede fissati.Proprio in merito alla definizione di questi composti è.nata una contrapposizione nella quale un gruppo di ricercatori ,partendo dalla definizione di PFAS stabilita dall’OCSE si è dichiarato preoccupato e contrario alla nuova definizione di PFAS sponsorizzata anche da IUPAC,oltre che da alcuni gruppi industriali,finalizzata ad escludere nella definizione PFAS alcuni gruppi di composti. La preoccupazione di questi ricercatori é che una definizione di PFAS approvata dalla IUPAC e potenzialmente più ristretta potrebbe influenzare gli organismi di regolamentazione e altri ad adottare politiche meno protettive.
PFAS sono definiti come sostanze fluorurate che contengono almeno un atomo di metile o di carbonio di metilene completamente fluorurato (senza alcun atomo di H/Cl/Br/I attaccato ad esso), vale a dire, con poche eccezioni note, qualsiasi sostanza chimica con almeno un gruppo metilico perfluorurato (-CF 3 ) o un gruppo metilenico perfluorurato (-CF 2 -) è un PFAS.
La definizione dell’OCSE era stata d’altra parte proprio sviluppata per superare l’esclusione di alcune sostanze contenenti frazioni completamente fluorurate da una precedente definizione di PFAS sviluppata da Buck et al. .Tali sostanze comprendevano, ad esempio, gli acidi perfluoroalchildicarbossilici con gruppi acidi su ciascuna estremità della catena del carbonio perfluorurato e le sostanze con anelli aromatici e frazioni perfluoroalchiliche. La definizione dell’OCSE ha colmato questa lacuna ed è chimicamente inequivocabile e adatta per classificare le sostanze chimiche come PFAS.Secondo quanto richiesto da questo gruppo di ricercatori gli organismi governativi e intergovernativi, nonché le altre parti interessate, dovrebbero continuare a utilizzare la definizione chimica univoca ed efficace di PFAS fornita dall’OCSE per identificare i PFAS. Se poi essi scelgliessero di esentare specifici PFAS, sono liberi di farlo definendo il proprio ambito di applicazione sulla base di obiettivi politici e/o normativi, idealmente con una giustificazione chiara e trasparente e possono prevedere esenzioni giustificate per scopi specifici senza modificare la definizione generale di ciò che costituisce un PFAS. Non ci sono prove che indichino che la definizione dell’OCSE sia errata o problematica e, quindi, non c’è bisogno di una nuova definizione di PFAS.La definizione chimica per l’identificazione generale dei PFAS non dovrebbe cambiare a causa di tali esigenze specifiche ed è fuorviante proporre diversamente.Una nuova definizione potrebbe essere utilizzata da alcune parti con interessi acquisiti per influenzare le normative e, quindi, quali PFAS possono essere utilizzati, emessi e presenti nei prodotti e negli ambienti e causare una sostanziale ambiguità e confusione nelle discussioni internazionali,portando a incongruenze giurisdizionali e contraddizioni non necessarie nelle normative e nell’azione in materia di PFAS. Ciò contrasterà l’auspicata armonizzazione tra le giurisdizioni che andrebbe a vantaggio di coloro che regolano, producono e/o utilizzano PFAS, nonché dell’esposizione umana e ambientale. Inoltre, poiché i metodi per monitorare la conformità e l’applicazione sono adattati alle normative, le modifiche alla definizione rallenteranno la continua standardizzazione dei metodi stessi.