DOPO DICIASETTE SECOLI:
NICEA RESTA SEMPRE LI’
Giancarla Codrignani, politologa e giornalista, già docente e parlamentare
Dunque, è stato un anniversario di ordinaria amministrazione. Molti interventi,
opinioni varie, celebrazioni contenute. Per la Chiesa – e anche per i teologi – non
grande differenza commemorativa con altri Concili poco conosciuti: anche se nel 325
d.C. incontrarsi per “camminare insieme” tra comunità diverse era una pratica. Nicea
è stato il primo realmente normativo.
Riprendo la parola, al solito senza specifiche competenze – ma non occorre
l’accademia per esprimere un’opinione da battezzati (re, sacerdoti e profeti) – per
tornare su un evento che somiglia a un’occasione perduta per meglio capire la fede
della nostra chiesa. Soprattutto in una stagione in cui si avverte tutto il peso di un
invecchiamento che si fa sentire anche in quel sentir messa di manzoniana memoria
che ripete il credo di Nicea, ripetitivo perché ritenuto esauriente anche dopo il
passare dei secoli. Diciassette.
Nell’ottobre dell’anno scorso, in preparazione della scadenza del Concilio
costantiniano avevo scritto un articolo – pubblicato su Rocca – dal titolo “Volete
andarvene anche voi? I diciassette secoli del Credo”, dedicato al grande pastore
Paolo Ricca, per condivisione della sua insofferenza per un testo in cui si parla di
fede senza neppure menzionare l’amore.
Le guerre e le religioni in primo piano
Siamo nell’autunno 2025 e sembra che su Nicea non ci sia più molto da dire; anche
il Sinodo resta un po’ schiacciato dietro il Giubileo. Tuttavia non mancano i problemi
e la Chiesa si trova tirata dentro questioni che non possono essere scaricate nel
giudizio morale anodino o nella laicità politica. Siamo tutti coinvolti nelle guerre
tornate a penetrare direttamente la società europea, mentre le armi rivendicano il
prestigio della sicurezza e ricattano la buona vita dei cittadini, anche cristiani.
Con il ritorno delle guerre sono tornate in primo piano (inquietante l’accostamento
causale) le religioni: i cattolici credono di potersi tener fuori perché il Vaticano II ha
ricomposto la lacerazione persecutoria contro gli ebrei, ma l’antisemitismo torna a
preoccupare perché ci si rende conto che, pur passando i tempi, le differenze che si
sono prodotte non risultano mai chiare e tornano pregiudizi pericolosi perché mettono
insieme l’ebraismo al cui interno sta il rigore dell’ortodossia, il sionismo e il
nazionalismo dei governi, oggi politicamente in mano alle destre, anche estremiste,
per mantenere maggioritario il potere di Netanyahu.
Oltre l’ecumenismo
Andrebbe meglio evidenziato che ormai è coinvolto anche l’Islam. Sembra sufficiente
il buonismo delle parrocchie che danno sostegno agli immigrati e il riconoscimento
del diritto al culto; invece non basta. Come cristiani che si propongono la pratica
Israele-Palestina. Le risoluzioni, disattese, dell’ONU / 1
dell’ecumenismo ci si rende conto che si resta limitati all’interconfessionalità, che
ormai dovrebbe fare da ponte al dialogo tra le religioni.
In sostanza dobbiamo ripensare la nostra buona volontà di “fedeli cristiani”, abituati
a rapportarsi con le varianti cristiane del nostro tempo, senza darne per scontata la
storia della loro irreversibile autonomia. La laicità è ancora così immatura da
mantenere la reciprocità dei rapporti fra chiese non più chiamate “separate”, ma
ancora timorose di accettare, se invitate, l’accesso alla comunione in una santa cena
in casa altrui, a testimonianza della persistenza a mantenere le distanze con “altri”
nei limiti della buona educazione, ignorando l’esigenza ormai matura di estendere il
diritto all’uguaglianza nella fede comune che la storia ha declinato in forme diverse
ormai definitive.
Il rischio dell’insignificanza
Perché possiamo dare la colpa o il merito alla secolarizzazione, ma le “religioni”
corrono il rischio o di tornare al sacro o di perdere senso perché non proiettato in un
futuro da inventare perché sarà inedito. Il recente passato non ha avuto il coraggio
di affrontare i nuovi problemi – tecnologie, crisi climatica, immigrazione, prevenzione
dei conflitti – e il presente è precipitato nella violenza e nelle guerre.
Per le religioni l’obbligo di sostenere tra gli umani la speranza. Che, come insegnava
papa Francesco, è una virtù attiva e spetta alle Chiese non di valorizzare gli aspetti
consolatori del culto, a privilegiare la tradizione, ma di impedire la rassegnazione e
la paura, reazioni comuni a tutti. Proprio il bisogno della salvezza a livelli di maggior
consapevolezza e criticità induce a declinare la verità cristiana nel contesto aperto al
futuro. È in gioco non solo la libertà civile: si tratta della libertà dei figli di Dio.
Nicea non c’entra. Ma intriga la constatazione del pastore Ricca sull’assenza della
parola “amore” in un documento ritenuto fondativo che ogni domenica comporta la
confessione di fede individuale.
Difendere la pace evitando la violenza
Se leggiamo le cronache di quello che sta diventando la democrazia americana, ci
rendiamo conto che siamo arrivati alla degenerazione delle teologie politiche. La
Chiesa cattolica prese le distanze da Medjugorie e a molti cattolici non piacque il
“santo subito” alla morte di Giovanni Paolo II, ma oggi i fanatici del Maga,
vicepresidente degli Stati Uniti compreso, sono al “santo subito” per Charle Kirk, con
tanto di carrello portacroce ed è ancor più allarmante che il presidente Trump continui
a fare riferimento a Dio per quella che ritiene la sua politica. I fanatismi e le
strumentalizzazioni ci sono sempre state; ma nel 2025 non è possibile che la gente
non abbia i mezzi per difendersene.
Non spetta alle religioni fare politica, spetta invece mantenere nei fedeli il dovere di
farsi responsabili delle scelte che è giusto chiamare politiche. Se le religioni perdono
sé stesse nei fondamentalismi in un’epoca in cui il ragazzo islamico ascolta le
canzoni vietate dall’imam e l’ebreo che si riconosce ateo mangia kosher; dove c’è
anche il presidente della Cei che ha seguito la flotlila dal presidente dell’Ucooi,
Yassine Lafram, che era uno degli imbarcati, mentre il card Pizzaballa ha partecipato
al funerale dell’imam ucciso dall’Idf in Cisgiordania. Tutti, a partire dalla loro fede,
sanno che Dio è grande e misericordioso ma si salva se gli uomini difendono la pace
evitando la violenza.
Israele-Palestina. Le risoluzioni, disattese, dell’ONU / 2
Riconsiderare il contesto storico di Nicea
Quindi sarà anche necessario riconsiderare il significato del Concilio di Nicea, nato
da una situazione si era fatta calda a cui Costantino intese porre rimedio imponendo
un atto formale di ricomposizione delle divergenze tra le comunità cristiane che, nei
primi secoli, prendevano molto seriamente la ricerca di autenticità della loro identità
teologica. infatti che le differenti opinioni le rendevano responsabili di disordini civili:
gli ariani erano testardi e quando furono dichiarati eretici, non furono arrendevoli e in
certo senso sono ancora presenti. La Terra Santa aveva dato filo da torcere alla
politica pur tollerante dei romani (a cui bastava che i popoli pagassero le tasse e si
adeguassero in politica estera) con la prima guerra giudaica (e la distruzione del
tempio) causata dal principio monoteista che vietava onori divini all’imperatore. Se i
nuovi cristiani cominciavano a confliggere in nome del Cristo – crocifisso sotto Tiberio – e del dio unico, Costantino, tra diverse guerre a Nord, convocò i vescovi delle
diverse tendenze perché si pronunciassero su una verità definitiva.
Ritornare alla ricerca della verità
I problemi dei cristiani riguardavano la complessità della natura umana e/o divina del
Cristo e il suo rapporto di “figlio di Dio” con il padre, controversie teologiche risolte
da un imperatore che seppe obbligare i vescovi all’accordo metodologicamente
anticipatore delle risoluzioni dogmatiche delle chiese già pronte per la (relativa)
complementarietà tra Oriente costantinopolitano e Occidente romano.
Sono molti i parroci che leggono il “credo apostolico”, citato da Cipriano come in uso
nei battesimi, e non quello niceno. Scelte individuali, in genere non discussi,
probabilmente percepita come più coinvolgente tutti i battezzati, ma comunque fuori
dall’ordinario.
Intanto è mancata un’occasione di ripensare “tradizioni” diventate abitudinarie e
lontane dalla ricerca di verità delle origini, anche perché chi prova a scrivere un credo
nuovo non ne ha imbroccato finora uno migliore. La verità, per definizione, anche
(soprattutto) per la dogmatica, è ricerca: che ci aspetta al punto remoto del futuro.
Aspettiamo un altro secolo.
Giancarla Codrignani
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