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I LIMITI DELLA DIFESA  

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I LIMITI DELLA DIFESA                        

  ROCCA aprile 2026 DI Giancarla Codrignani, GIORNALISTA E POLITOLOGA, GIA’ DOCENTE E PARLAMENTARE

Se il presidente degli Stati Uniti d’America decidesse – è sempre in tempo – di attaccare la Groenlandia con una forza d’urto militare, quale potere democratico europeo potrebbe impedirlo? La Danimarca non può reggere né aD  una pioggia di droni di lunga durata, né ad altri artifici. Ma, soprattutto, tra gli europei chi sarebbe disposto a sentire l’oltraggio alla Groenlandia come una nuova Ucraina sulla cui difesa impegnarsi?

Qualcosa del genere è già successo: alla perentoria dichiarazione di intenti di Trump è stato opposto il semplice invio di un pugno di militari di paesi europei (anche se la Francia si dichiarava pronta alla difesa armata e Merz aveva già stanziato nel bilancio tedesco i finanziamenti di un riarmo da primato). Disarmato, poi, (e disarmante) l’esplicito richiamo alla prudenza del Vaticano con l’invio in Danimarca del Segretario di Stato come “legato pontificio”. Il “nemico” non ha osato andare oltre le parole. Tuttavia l’Europa democratica che intervenendo solo simbolicamente ha indotto il despota ad accettare il diritto internazionale prima negato, non può accettare che l’altro despota prosegua illimitatamente – siamo al quarto anno, più della prima guerra mondiale – una guerra che costa alle due parti decine di migliaia di morti senza cercare chiarimenti disarmati anche con Putin.

Resta comunque il grande sconcerto provocato dalla National Security Strategy che Trump viene imponendo agli americani e ad un mondo che vorrebbe sottomesso. Se l’UE fosse davvero un’Unione degli europei e si chiamasse Stati Uniti d’Europa, le cose sarebbero molto diverse. Non (solo) per la presenza di un esercito europeo comune (lo voleva anche il Manifesto di Ventotene), ma per l’autorità di una prassi politica e diplomatica gestita da un governo solido, anche per la rilevanza del potere commerciale che – essendo il suo mercato interno superiore a quello americano – potrebbe approfittare della difficoltà del dollaro. Se invece al tiranno si dà il comando, prevarrà in ogni campo il potere della forza e in un’Europa disturbata dai nazionalismi, il riarmo paese per paese, senza difesa comune, risponderà agli interessi dei produttori di armi e alla moltiplicazione dei conflitti. La gente sopporterà sacrifici sempre più onerosi per la sicurezza, ma non sarà “difesa”. Che frontiere difenderebbe mai la Repubblica di San Marino? O la Danimarca padrona della Groenlandia?

La forza, finché è morale, è vitale, obbliga alla dialettica, all’argomentazione, al confronto, bisogna discernere quale è il senso della sua “forza”. Se la forza è armata è direttamente mortale: le armi potevano essere utili un tempo in casi estremi, mentre oggi contro i droni, contro le armi letali autonome, contro gli attacchi satellitari e informatici che possono accecare i ministeri, le banche, le ferrovie, gli ospedali e creare il caos, dove sta la forza? Nella pura cattiveria di fare del male al nemico, che à tale solo perché lo chiamiamo “il nemico”, anche se è un bambino. E’ la forza di una guerra replicabile anche nelle relazioni individuali.

Eppure l’umanità continua a difendersi non con la prevenzione, prima che i conflitti esplodano, ma con le armi.

La difesa è legittima nella vita comune, ma quando subentra la minaccia, la legge non permette di farsi giustizia da sé. Non così nella politica internazionale: negli anni della guerra fredda gli arsenali nucleari si moltiplicarono fino alla comica gara della Mad, la Mutual Assured Destruction, garantita solo dal dottor Stranamore: liceità di difesa tra Usa e Urss, che si accusavano reciprocamente di essere il male assoluto e avevano solo paura di perdere il confronto declassandolo a scontro.

Quanto più l’uomo ha paura, tanto più mitizza la forza. Che in una certa misura coincide con la buona salute, la sicurezza anche morale. Ma che è il grande inganno quando arma il potere che la democrazia vorrebbe condiviso. E rimuove la verità: l’essere umano nasce creaturalmente fragile e per evolversi ha imparato a superare l’aggressività istintiva del “bestione tutto senso e ferocia, che ammazzava chi gli sottraeva un bene: imparò che la difesa migliore è fare comunità e cooperare. La democrazia continua a contraffare l’uguaglianza, ma non ama più la guerra come quando era il valore che Trump si vanta di riabilitare: l’uomo forse si crede ancora “forte”, ma sa bene la precarietà della Peace through Strength, attraverso la forza.

Con la guerra è tornata la questione del Male, via via identificato nel nemico, con cui non si deve parlare, mentre si sa che è più opportuno il rapporto dialogico tempestivo, senza passare immediatamente alle vie di fatto contro l’offesa ricevuta. A partire da quelle passate le guerre dimostrano che tutte le armi usate o da usare – quelle vecchie (ABC, atomiche, biobatteriologiche, chimiche), quelle nuove (informatiche, satellitari, robot killer, armi letali autonome, algoritmi strategici) sono tutte, per definizione, prodotte per essere difensive. E le guerre, dichiarate in nome dei “diritti umani”, da  anni sono definite “guerre di difesa”.

Allora lasciamo vincere il Male? Resta immutato il principio che “il cristiano non può collaborare”?

Mi ha preoccupato leggere sull’articolo di fondo de Il Regno di dicembre che la pace è sintesi dei beni messianici ma “senza negare la storia e la sua realtà”: non è sufficiente “la sua realizzazione né l’ipostatizzazione di un valore…. la difesa della vita di intere popolazioni esige che si ponga l’aggressore in stato di non nuocere, con il ricorso, se necessario, anche alla forza”. Torniamo alla guerra giusta? Sicuri di non far “vincere” il Male?

Dopo due guerre mondiali e l’ombra nucleare sospesa sulle nostre teste ci siamo accontentati di dare ai ministeri della guerra il nome di ministeri della difesa, nonostante il presupposto ipocrita che se nessuno offende non serve neppure prevedere la difesa. E allora?

Non a caso il tempio di Apollo portava sul frontone anteriore il precetto “conosci te stesso”, ma sull’altro integrava con il precetto del limite “non eccedere” significava rinunciare a ritenere che la forza sia un valore assoluto.

Luigi Bettazzi, il vescovo rifondatore di Pax Christi, seguì per tutta la vita  ogni possibile iniziativa a sostegno della pace e della nonviolenza e reagiva a tutti gli attentati alle libertà, all’autodeterminazione dei popoli, ai conflitti, alle guerre, alle complicità dei governi con i produttori di armi, senza limitarsi al solidarismo convenzionale, ma argomentando cercava in ogni situazione di crisi indizi per poter prevenire l’esplodere della violenza. Da quando è tornata la guerra la sua critica si era fatta ancor più radicale: prete autentico, sentiva la responsabilità di non cessare l’impegno con cui aveva sempre servito la sua Chiesa e la sua gente. Non gli dava pace che la guerra fosse tornata ad imporsi in Europa dopo quasi ottant’anni di presunta pace e di speranza che il mondo, dopo due guerre mondiali e lo spettro dell’arma nucleare, fosse rinsavito, tanto più che, come papa Francesco, vedeva i rischi per la pace in quella terza guerra mondiale che viviamo frammentata. Era capace di sognare eresie, come diceva in un suo libro. A molti sembrerà un’altra eresia, ma ne suoi ultimi giorni pensava seriamente come formulare razionalmente una nuova proposta per giovare ad una pace sempre più insidiata dalla violenza e insicura del proprio coraggio. Non ho nessuno scritto al riguardo, ma nelle ultime telefonate era chiaro: cercava come limitare le insidie implicite anche nel diritto alla difesa.

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